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Oscar Mania: Riflessioni veneziane

Con la proiezione fuori concorso del delizioso indie “Damsel In Distress” di Whit Stillmann e la vittoria del “Faust” di Aleksander Sokurov è calato il sipario sulla 68esima Mostra del Cinema di Venezia. Negli stessi giorni della kermesse lagunare si è svolto in America il Festival di Telluride ed ha appena aperto i battenti quello di Toronto. La stagione che prepara il terreno per la corsa agli Oscar è ufficialmente iniziata. Ma quali sono le effettive possibilità di ambire alla statuetta per i film presentati al Lido?

Cominciamo con il titolo d’apertura, assieme a “Carnage” completamente ignorato dalla giuria.”Le Idi Di Marzo” di George Clooney è un solido thriller politico che evita le trappole della retorica ed è sorretto da un cast coi fiocchi. L’accoglienza è stata calorosa e se dovesse funzionare al botteghino le candidature come miglior film e sceneggiatura non originale sono molto probabili. Tra gli attori non protagonisti Evan Rachel Wood ha il ruolo più empatico e Philip Seymour Hoffmann è sempre strepitoso, mentre l’eccellente protagonista Ryan Gosling ha un solo concorrente da temere: Ryan Gosling in “Drive”. L’unico vero rischio per “Le Idi Di Marzo” è quello di essere oscurato dall’altro film con Clooney presentato a Telluride e Toronto ed accolto trionfalmente, “The Descendants” di Alexander Payne. Si dice che la performance della star sia la migliore della sua carriera. Secondo Oscar in arrivo per Clooney?

Sony Picture Classics distribuirà in America “Carnage” di Roman Polanski da metà dicembre e punta alle candidature come protagonisti per il suo quartetto di interpreti. Jodie Foster ricopre il ruolo centrale ma non afferra il tono satirico del testo e la sua interpretazione è più che altro una monodimensionale escalation di isteria. L’ottimo John C. Reilly potrebbe avere delle chance anche in un altro titolo di alto profilo, “We Need To Talk About Kevin”. E se Kate Winslet è al solito ineccepibile, l’unico che possa davvero spuntarla, almeno come non protagonista, è il geniale Christoph Waltz, cui lo script regala le battute migliori. Nel complesso, a parte l’adattamento, non ci sembra che “Carnage” abbia molte chance: troppo cattivo, aspro e sovversivo per gli standard dell’Academy.

Anche “Killer Joe“, energica, violenta zampata di William Friedkin in zona Coen-Tarantino, è poco oscarizzabile, per quanto si dicano meraviglie del film, di Matthew McConaughey e della giovane Juno Temple. Fuori dai giochi anche “W.E” di Madonna, sgangherato prodotto a metà strada tra videoclip, spot patinato e sfilata di moda. L’unica categoria in cui la signora Ciccone può sperare di ottenere un riconoscimento è quella per i migliori costumi.
I Weinstein hanno decisamente preso una cantonata.

Molte più chance ha “Tinker, Tailor, Soldier, Spy“, acclamato adattamento da “La Talpa” di John Le Carré. Freddo, impeccabile e very British, il film di Tomas Alfredson ha convinto la stampa internazionale. Aspettiamoci una pioggia di candidature ai BAFTA e almeno una nomination all’Oscar per il protagonista Gary Oldman.

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David Cronenberg ha invece diviso critica e fan, ma i suoi film meritano sempre una seconda visione. “A Dangerous Method” sceneggiato da Christopher Hampton dalla sua piéce “The Talking Cure” è apparentemente il meno cronenberghiano dei film dell’autore canadese: un cerebrale, raffinato melo’ magistralmente confezionato ma solo a tratti percorso dal disturbante tocco del maestro. Non si vedeva tanta perfezione formale dai tempi de “L’Età Dell’Innocenza” di Scorsese: fotografia, costumi, scenografia, persino la colonna sonora di Howard Shore, tutto è gelidamente perfetto, ma per un film che tratta di psicanalisi e torbide pulsioni interiori avremmo voluto che Cronenberg osasse di più.

La parte migliore resta l’inizio, potente ed allarmante, affidata ad una Keira Knightley impegnata in grotteschi contorcimenti facciali e corporei, proprio come un mostro cronenberghiano in mutazione. Nessuno ha mai mosso tanto scompostamente la mandibola per simulare la psicosi: Keira sfida il ridicolo e mette a segno una performance che non lascia indifferenti, nel bene e nel male. Alla sua terza collaborazione con Cronenberg è comunque Viggo Mortensen a dominare la scena con il suo sardonico ritratto di Freud: una candidatura come non protagonista è sacrosanta. Quanto a Michael Fassbender, la sua recitazione in sottotono è mozzafiato, ma la prova che fornisce in “Shame”, giustamente premiata con la Coppa Volpi, è ancora più incisiva e memorabile.

Disperata parabola sulla dipendenza sessuale, “Shame” di Steve McQueen è il vincitore morale di questa edizione della Mostra. Fox Searchlight ha acquistato i diritti per la distribuzione americana e difficilmente riuscirà ad evitare il divieto ai minori. Con i suoi contenuti espliciti e il suo sguardo compassionevole ma senza compromessi, “Shame” è quanto di meno accessibile si possa pensare per i membri dell’Academy, ma sarà difficile trovare quest’anno performance più sincere e devastanti di quelle di Fassbender e Carey Mulligan.

Nel frattempo negli Usa “The Help” continua la sua marcia trionfale al botteghino ed ha già in tasca le nomination come miglior film, migliore attrice a Viola Davis ed attrice non protagonista ad Octavia Spencer. Mentre la premiere di “Albert Nobbs” a Telluride ha lasciato la stampa perplessa ed assopita: Glenn Close, minimalista e trattenuta come non mai nel ruolo cross-dressing del(la) protagonista è oscurata dalla performance esplosiva di Janet McTeer e rischia di restare per sempre una grande attrice senza Oscar.

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