Home > Recensioni > Oshinoko Bunker Orchestra: O.B.O.

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Hard Sky

C’è da rimanere sinceramente impressionati dalla creatività corroborante dell’italico powertrio Oshinoko Bunker Orchestra anche se in realtà si tratta della “rinascita” dei De Glaen. Un post-core (inteso come post-old school, visto che vengono prese le mosse e non le distanze dagli immensi Minutemen) inacidito da ragnatele jazz-punk-funk simil Pop Group, in pratica rock viscerale, noise’n’roll come Gesù Cristo comanda.
Opener che prepotente è dire poco: “Mr. Average” traccia ai limiti dei tic nervosi più puri, sconvolgente il contrasto tra la strofa funk sgangherata ed il ritornello drittissimo (nonché messaggi subliminali di origine staliniana); passiamo poi ad “OSS” dove le chitarre di Vanni Bartolini cominciano a scaldarsi sul serio (e quando lo fanno sono capaci di raggiungere alti picchi in fatto di thrilling): tra aforismi ipnotici, sistematiche scordature e violenza abrasiva giungiamo ad uno dei vertici di questo disco. Questo condensato di nevrastenia trova comunque momenti di (velata) pacifica stasi quando s’insinua nelle melodie al valium del post-rock o andando ad omaggiare lo stridulo astrattismo del Capitano Beefheart (“M M”) anche se, a dirla tutta, si tratta di un episodio isolato.
Il disco è comunque una raccolta di furia disarticolata e dissonanze magistralmente orchestrate (l’ammutinamento generale raggiunto in “Birthday Song” colpisce e disturba l’orecchio dell’ascoltatore sia per le discordanze che per l’arrogante mobilità del brano), tra sinistri tempi dispari, un basso instabile, una chitarra che ha imparato a memoria le lezioni impartite da Steve Albini e le massicce sfuriate di matrice fugaziana giungiamo così ad un vero e proprio aborto della melodia, dove quello che importa veramente è creare rock e non farsi assimilare dall’etica di questo genere che ultimamente reca solo passi falsi e mezze delusioni. Il concetto pare chiaro: ascoltare gruppi come gli O.B.O. dona nuova speranza a ciò che è rimasto della musica.

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