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  • O.S.I.: Office Of Strategic Influence

    O.S.I.

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Prog americano in chiave intimista ed elettronica

C’era una volta Jim Matheos, chitarrista dei Fates Warning, con una manciata di canzoni abbozzate da sviluppare, buone per andare a formare il nuovo disco della sua band. Non trovò però disponibili i suoi band-mates, il cantante Ray Alder e il batterista Mark Zonder, che in quel periodo avevano altro per la testa (Ray era impegnato con gli Engine mentre Mark preparava il comeback dei celeberrimi Warlord). Senza perdersi d’animo, Jim chiamò due suoi amici: Mike Portnoy (Dream Theater), alla batteria e Kevin Moore (ex-Dream Theater, Chroma Key), alle tastiere, mentre per il ruolo di cantante pensò inizialmente a Daniel Gildenlow (Pain Of Salvation), il quale iniziò anche a lavorare su qualche pezzo, ma fu successivamente estromesso dal progetto poiché ciò che stava scrivendo era “buono ma distante dalla direzione intrapresa da Kevin Moore” (che stava dando la forma definitiva ai pezzi di cui sopra). A quest’ultimo fu così affidato anche il ruolo di cantante. Alle registrazioni parteciparono, come ospiti, il bassista Sean Malone (Gordian Knot) e Steve Wilson (Porcupine Tree, che canta in una traccia). Quetsa la genesi di “Office Of Strategic Influence”, side-project né avaro, né inutile, per il quale l’aggettivo più consono pare però essere interessante.
L’inizio del disco ha come principale metro di paragone gli ultimi Fates Warning, si ascoltino a tal proposito “The New Math (what he said)” e “OSI”, ma ci si accorge che qualcosa è cambiato già con la terza traccia, “When You’re Ready”: in essa le atmosfere intime del Jim Matheos acustico vengono colorate dalla voce e dalle tastiere di Kevin Moore, che dàquel tocco di malinconia che da sempre contraddistingue le composizioni a sua firma. Più si va avanti nell’ascolto e più la componente elettronico-psichedelica del disco va ad aumentare d’importanza, contendendo cosìal rifferama dal tocco moderno, tipico dei Fates Warning di oggi, la guida della musica degli OSI (esempi: “ShutDOWN”, “Dirt From A Holy Place” e “Memory Daydreams Lapses”). Il Kevin Moore cantante possiede uno stile personale che si sposa molto bene con il mood generale del disco, sebbene le sue interpretazioni, prive di particolari colpi di scena, alla lunga possano rappresentare uno dei maggiori limiti del disco. Probabilmente il cantante perfetto per questo disco sarebbe stato proprio Steve Wilson, la stessa “ShutDOWN” è lì a dimostrarcelo: una suite di 10 minuti e rotti, cupa, psichedelica, dall’andamento inquietante e drammatico, le cui peculiarità vengono sottolineate al meglio dalla voce di Wilson. Onore al merito infine a Mike Portnoy, che fissa questa volta su disco una prestazione al drum-set non ridondante e affannata nella ricerca della ribalta a tutti i costi, ma essenziale, accurata ed efficace.
Non è un disco fatto di tempi dispari, unisoni chitarra-tastiera, o ritmiche stoppate: se ci si aspettasse un disco così, la delusione potrebbe essere cocente. La valutazione va fatta caso per caso, soppesando da una parte le buone intuizioni presenti in vari modi nel disco e dall’altra la constatazione che non stiamo parlando pur sempre di un side-project, dall’attitudine personale e con la volontà di provare a fare qualcosa di diverso da ciò che attualmente circola in ambito metal, progressive e non, ma non certo di un capolavoro a tutto tondo.

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