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I domatori dell’anima

Se l’epos ha il merito di rispolverare miti instaurati nella nostra memoria collettiva, l’utilizzo dell’aggettivo epico per l’ultimo album degli Other Lives è quanto mai calzante. “Tamer Animals” è un’opera che si può narrare a partire dai suoni di tromba che risplendono nell’incipit di “Dark Horse”, con le sue melodie beirutiane messe al servizio dell’alt-folk.

Non importa esser stati o meno in Oklahoma; gli echi di quelle terre ci arrivano attraverso motivi altisonanti.
Provate ad ascoltare la morriconiana “Old Statues” o “Woodwind”, che risuona come fosse un’arietta di un’opera moderna, momento di respiro prima del trittico finale concluso dalla strumentale “Heading East”: vi renderete conto che questo gruppo ha fatto centro, candidando il suo secondo lavoro a miglior album dell’anno.

Nati come Kunek, gli Other Lives si sono evoluti senza tralasciare le sonorità post-rock della band d’esordio. Risultato di interminabili ore in sala registrazione, “Tamer Animals” è il gradevolissimo frutto di un lavoro impostato nel rispetto delle leggi della buona musica. Il tamer è quela figura (mitica) che doma gli aninali. Nella lingua italiana anima e animale hanno la stessa radice (vento). Immaginatevi ora una deserto dell’ Oklahoma in cui un domatore di anime rispolvera grazie al vento miti instaurati nella nostra memoria collettiva, al suono di note epiche.

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