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Ottant’anni e non sentirli…

In occasione dell’anteprima del nuovo film di Paolo e Vittorio Taviani trionfatore al Festival di Berlino, abbiamo incontrato, presso il cinema Nuovo Sacher a Roma, i registi e l’attore Salvatore Striano che ci hanno parlato della genesi della loro ultima opera e della stupenda vittoria dell’Orso d’Oro.

Qual è stata la scintilla che vi ha portato a creare un film come “Cesare Deve Morire”?
Vittorio Taviani: Una nostra cara amica ci ha suggerito di andare a vedere gli spettacoli teatrali che i detenuti di Rebibbia tengono all’interno del carcere. Eravamo molto curiosi ma diffidenti, pensavamo che si trattasse di un’operazione artisticamente limitata e invece ci sbagliavamo di grosso. Quando siamo entrati nel teatro un detenuto si accingeva a leggere il canto di Paolo e Francesca dell'”Inferno” di Dante, prima di recitare si rivolse al pubblico dichiarando quanto quel canto era vicino alla loro condizione di impossibilitati ad amare, dietro una cella, lontani dalle proprie mogli e compagne. Quando cominciò a recitare trasformò radicalmente Dante con il proprio dialetto, come hanno fatto anche i nostri carcerati del film con il “Giulio Cesare” di Shakespeare, mostrandoci il passo dantesco sotto una nuova luce. Fu davvero commovente.

Prima di imbattervi in quello spettacolo teatrale a Rebibbia avevate in mente qualche altro progetto?
Paolo Taviani: Quando ci accingiamo a lavorare su un progetto lo facciamo perché siamo mossi da un’emozione forte, altrimenti siamo abbastanza prudenti. Prima di pensare a “Cesare Deve Morire” avevamo dei progetti vaghi. Pirandello diceva che un autore è come una rosa, deve rimane “aperto” in direzione del cielo e aspettare con pazienza. Noi ringraziamo il destino per averci fatto imbattere in questa avventura.

Vittorio Taviani: E Machiavelli diceva che a manovrare le azioni umane c’è un cinquanta per cento di bravura e un cinquanta per cento di caso. Credo sia verissimo.

Era la prima volta che lavoravate con il digitale?
Vittorio Taviani: Sì, abbiamo girato in digitale perché non c’erano i soldi. Eravamo diffidenti e spaventati. Con la pellicola siamo sempre stati attenti a non girare troppo per arginare i costi, con il digitale invece è stata una pacchia, potevamo girare con libertà e senza limiti. Purtroppo però al momento del montaggio ci siamo un po’ mangiati le mani perché la quantità del materiale girato era enorme e ci è voluto un lungo lavoro di montaggio, che però ci ha pienamente soddisfatti.

Striano (Bruto nello spettacolo del film), la tua prestazione nel film è stata strabiliante, cosa ha significato questo film per te?Salvatore Striano: Striano: Grazie. Beh, solo lavorare con due artisti del calibro dei fratelli Taviani è stata un’esperienza unica. Ma ancora non sono riuscito a elaborare bene tutto quello che mi sta succedendo con l’uscita di questo film. Diciamo che mi avvalgo della facoltà di non rispondere (ride).

Paolo Taviani: Gli attori che sono presenti in sala oggi sono tutti ex detenuti, ma molti dei loro “colleghi” che hanno partecipato al film sono ancora in carcere a scontare la loro pena. Tutti hanno cercato di essere se stessi, e l’opera di Shakespeare li ha aiutati in questo profondo rispecchiamento tra attori e personaggi con questa storia disseminata di tradimenti, congiure e uccisioni, ovvero il quotidiano di molti di loro. Hanno dimostrato un gran talento, non tutti i carcerati possono recitare Shakespeare, ma oltre a questa dote innata i ragazzi sono riusciti a mettere in scena la memoria drammatica del loro presente in prigione, il loro inferno, e Salvatore Striano ci è riuscito perfettamente, è stato uno dei migliori attori in assoluto con cui abbiamo avuto il piacere di lavorare.

Come avete accolto la vittoria dell’Orso d’Oro al festival di Berlino? Avete avuto sensazioni differenti rispetto alla Palma d’oro vinta nel ’77 per “Padre Padrone”?
Vittorio Taviani: Quando ci hanno detto di andare a Berlino per ritirare un premio eravamo convinti di aver ricevuto il premio speciale della giuria, durante la cerimonia di premiazione gli “orsetti” continuavano ad andare via finché non è rimasto solo quello d’oro, in quel momento abbiamo capito di aver vinto. Oltre allo stupore abbiamo provato un gran piacere — e un pensiero è andato subito agli attori-detenuti — credo che il premio sia stata una grandissima emozione anche per loro, per questo penso che sia stato diverso dalla Palma d’Oro vinta nel ’77. Molti ci hanno ringraziato per aver risollevato il nome dell’Italia, non solo dal punto di vista cinematografico, in questo momento così particolare per il nostro paese.

Lo vedete come il trionfo di un certo tipo di cinema italiano su una commedia che sembra imperare nel nostro paese?
Vittorio Taviani: “Imperare” è un verbo brutto. In Italia ci sono sempre stati i film tragici e le commedie. Hanno sempre convissuto in armonia e ci sono immensi capolavori italiani comici e tragici. In questo momento in Italia ci sono tanti talenti e bisogna sfruttarli, bisogna puntare sul cinema di qualità al di là delle distinzioni di genere.

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