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OvO: Quattro chiacchiere con gli inferi

Al Festival nelle Valli, a S. Martino spino (MO) si è appena conclusa una doppia giornata all’insegna della musica. Varie band hanno partecipato all’evento in questo territorio dal sapore misterioso, rurale e isolato dal mondo, creando un sottofondo musicale e culturale fuori dai comuni festival.

In questo clima familiare ed informale abbiamo incontrato gli OVO, all’ultima tappa del loro tour in giro per l’Europa. Parlando con loro abbiamo spaziato dal loro ultimo album “Cor Cordium” fino ai progetti futuri. Una full immersion nel loro mondo, nel loro modo di pensare e di agire.

Siete giunti alla fine del vostro tour e come ultima tappa avete scelto il Festival nelle Valli. Come sono andate le altre tappe?
Bruno:
In realtà per me il Festival nelle Valli si può considerare la fine del tour europeo o l’inizio del tour italiano estivo, che riprenderà poi in sud Italia dal 7 Giugno.
Stefania:
Nella prima parte del tour abbiamo girato in furgone. Eravamo abituati a fare mallopponi di tour di 2 mesi, mentre la seconda parte l’abbiamo fatta via aerea ed è una novità per noi… Abbiamo fatto Irlandia, Scozia e Inghilterra, poi siamo volati in Romania, a Timisoara.
B
.: Su Timisoara avevamo aspettative basse ed invece siamo rimasti colpiti in positivo.
S
.: Timisoara è anche un punto d’incrocio tra diverse nazioni come la Serbia e l’Ungheria ed è stata una bella sorpresa vedere cosi tante belle persone presenti.

Ero al vostro concerto di Milano, al Magnolia e ho notato che tu, Stefania suoni la chitarra con un pezzo di plastica, perché? E perché ad un certo punto ti metti del nastro adesivo nero sulla bocca?
S.
: All’inizio usavo diversi oggetti, anche di metallo, e non ho mai usato il plettro vero, usavo il flauto di pan giocattolo, di plastica e l’ho usato fino a 4 anni fa, quando sono andata in Germania e ho trovato questa squadra che ha la stessa forma del plettro versione ingrandita e penso che serva per fare le linee d’onda o le mezze curve, è un oggetto da disegno tecnico per scuole medie o superiori.
Quello che metto sulla bocca è proprio nastro adesivo. Quando abbiamo registrato il disco, per la prima volta abbiamo sovrainciso la voce, quindi ho sperimentato novità perché avevo la possibilità di riprovare più volte. Dopo un po’ io mi annoio a fare le stesse cose. Ed è lo stesso motivo per cui mi suono i dread con l’archetto (anche se non in questo tour). Avevo iniziato come performance una volta e poi ho reso concreta l’idea.
B
: Abbiamo fatto fatica a rinunciare ai dread, ma volevamo provare qualche cosa di nuovo, magari in futuro torneremo a usarli.

3- Bruno, ho notato che a fine concerto tu scendi in mezzo al pubblico e ti avvicini per baciare i tuoi fan, il tuo è un gesto di ringraziamento?
B
.: Deriva anche questo dagli OvO come erano, un gruppo di performance oltre che di muisca. Per un periodo suonavo mezzo concerto in mezzo al pubblico con la batteria, poi c’è stato un altro periodo in cui scendevo dal palco e suonavo oggetti che trovavo lì intorno. Negli ultimi anni abbiamo diminuito questa parte di contatto fisico col pubblico un po’ perché in certi paesi la gente si straniva, un po’ perché gli OvO vengono recipiti come intimidatori quindi la gente tende a scostarsi (alcuni reagivano male al fatto di essere toccati). In questo tour ho voluto cambiare leggermente, abbiamo deciso di non parlare e abbiamo cambiato ringraziamento, mi avvicino soprattutto a quelli della prima fila, cui va il mio primo ringraziamento, e li bacio.

E le vostre maschere e abiti? Perché vi mascherate?
S.: Io cambiavo spesso vestiti e ho tenuto la stessa maschera per 10 anni mentre Bruno ha sempre cambiato maschere ma ha tenuto il suo saio. Per questo tour abbiamo voluto cambiare e ho usato questa maschera fatta a mano con l’uncinetto, che riprende un po’ il sangue che cola sul viso, piena di strass e strisce argentate.
Il mascherarsi è principalmente una questione estetica, è iniziata casualmente ma poi c’è stata un’evoluzione. Io raffiguro la morte, lui il boia, ma sempre in modo ironico. A livello superficiale si può dire che sia un fattore estetico ma, andando nel profondo, è una critica pseudo sociologica, il non apprezzare di suonare col proprio viso e trasformarsi in animale da combattimento quando si è sul palco.
Nelle culture lo spettacolo è sempre stato rappresentato con trucco e vestito, ma non si diventa altro, non ti scindi, anzi sei più te stesso. Siamo noi stessi e altro; andare sul palco è un completare se stessi.
B.
: La gente pensa che se una cosa non ha un concetto di un altro tipo dietro non è valida: ad esempio che l’arte per l’arte o l’estetica per l’estetica non abbiano valore, invece hanno valore come teoria filosofica, come approccio storico… Ok, basta.

La vostra voce la definireste un terzo strumento?
S.:
io ho sempre detto che suono la voce, io emetto suoni che alcuni definiscono grugniti animaleschi, alcuni non la capiscono. Altri trovano, invece, parole per cantare lo stesso i nostri pezzi. Comunque, sì, la tua definizione è giusta.

Il dolore, l’angoscia e il caos del trapasso espresso in musica vi hanno dato una connotazione non associabile ad altri gruppi musicali né adattabile a un pubblico che sente ma non ascolta… Essere un gruppo di nicchia è per voi un vostro punto di forza o a tratti anche di debolezza?
B.:
L’ultima cosa che vogliamo è suonare simile a qualcun altro, il nostro prezzo da pagare è di non essere catalogabili, di non poter far parte dello scaffale di un negozio di dischi o essere seguiti da un pubblico che ragiona a compartimenti stagni, ad esempio quelli che dicono “Io ascolto solo rock”. In più considera che c’è una donna nel gruppo, il che, per le band metal, è ancora oggi una pecca. Preferisco fare una musica solo nostra, trasversale, avere una carriera limpida e senza nessun compromesso piuttosto che farlo perché qualcuno te lo chiede facendo le veci del pubblico.
S
.: Il nostro giro ce l’abbiamo, e credo che il successo sia relativo. Se si pensa ad esempio al primo jazz, la gente lo definiva casino, ma negli anni la definizione è cambiata.
B
.: Se guardi agli artisti nella storia, dalla letteratura all’arte in generale, i più geniali e innovativi sono sempre stati quelli che avevano meno successo nella loro epoca, alcuni hanno fatto successo a fine carriera e altri solo postumi.

Il vostro disco è ispirato a Percy Shelley, un poeta maledetto che ineggiò all’ateismo, all’amore libero, ideali ancora oggi antisociali. Avete voluto riprodurre musicalmente il pensiero di questo poeta? Che cosa avete portato, se lo avete fatto, del poeta, nel disco?
B.:
Il disco non è un omaggio al poeta ma solo all’epitaffio della tomba. A noi piaceva l’incisone in latino Cor Cordium, il cuore dei cuori che può essere una partenza per immaginari possibili di interpretazione: ad esempio si sa che il poeta è stato sepoto nel cimitero degli inglesi cioè dei “non cattolici” quindi trattato come estraneo. Oppure c’è il mito che vuole che il cuore sia sopravvissuto alla cremazione o che la moglie lo abbia tenuto. Tutti questi sono spunti interpretativi da cui partire per dare significato al disco.
S.:
Nasce prima il pezzo e poi gli viene dato il titolo: ascoltandolo si pensa ad un immaginario e si danno i titoli. A me dava l’idea di amore universale, il cuore dei cuori.

Ci sono altri personaggi che vi hanno ispirato nella realizzazione del disco? Da libri letti a vostri amici…
S.
: Il disco è pieno di citazioni letterarie anche se dall’esterno non si vedono, “In ogni caso nessun rimorso” è un libro di Cacucci dedicato alla banda di Bonnot, il primo Lupin, il primo a fare le rapine a mano armata e devolvere i soldi alla causa anarchica. Il suo socio aveva questo tatuaggio sulla gamba che è il titolo del libro, che abbiamo usato come titolo di un nostro pezzo. Anche “Penumbra Y Caos” è un’iscrizione dei monumenti maya in Messico e deriva anche questa da un libro che ho letto. “Nosferatu” è un classico, “I Gufi Non Sono Quello Che Sembrano” deriva da “Twin Peaks”. È capitato spesso di usare citazioni o trarre ispirazione da quello che ci appassiona ed è bello che poi, nelle interviste, ci venga chiesto, così possiamo descriverlo.
B
.: È anche bello che qualche fan goda di qualche piccola scoperta che altrimenti nasconderemmo.

Da pochi giorni è uscito un nuovo video di “Marie”. Avete scelto voi questo singolo? Com’è nata la scelta? Usciranno altri singoli prossimamente?
B.: Abbiamo appena parlato col regista, che è un appassionato di film horror, così come la truccatrice che lo fa di mestiere. Pensavamo a un nuovo video di “Nosferatu”. Ci abbiamo preso gusto ed è la prima volta che facciamo un video con gli OvO.
S.: Io l’avrei voluto ancora più splatter, con più sangue. I protagonisti sono performer esperti e hanno fatto un bel lavoro.

Progetti futuri?
S.: A parte il tour estivo, ad ottobre inizieremo un tour in america in america. A livello musicale inizierà una collaborazione con i Morkobot.
B.: Poi dovrà uscire un 7” per un’etichetta americana che contiene 2 le due versioni originali di “In Nessun Caso Nessun Rimorso” e “Nosferatu”, più lente rispetto a quelle su disco.

Con gli OvO si può spaziare su ogni argomento attuale, storico o sociologico. C’è il comune stereotipo per cui i gruppi metal o noise come gli OvO incutano timore, ma questo mito è stato subito sfatato, considerata la loro predisposizione e disponibilità. Complimenti!

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