Home > Recensioni > Oxford Collapse: BITS

Per sempre in sala prove

Probabilmente, se qualche anno fa qualcuno avesse detto ai tre Oxford Collapse che nel 2008 avrebbero pubblicato il loro secondo album per la Sub Pop, loro non ci avrebbero creduto; loro che avevano messo su una band come tante, mossi dallo stesso spirito di tanti altri ragazzi, dalla solita vecchia voglia di divertirsi in uno scantinato facendo un bel po’ di casino e urlando in un microfono piccole storie di vita quotidiana condite da melodie efficaci. Senza preoccuparsi troppo della pulizia dei suoni o di qualche stonatura nella voce. Perché è bello così, ed è giusto così, ed è sempre così che si comincia.
E invece il 2008 è arrivato da un pezzo, e “BITS” è proprio il secondo album degli Oxford Collapse per la storica label di Seattle, dopo quel “Remember The Night Parties” che nel 2006 aveva raccolto ottime critiche; e il bello è che nemmeno adesso, nemmeno ora che sta succedendo davvero, i tre di Brooklyn sembrano crederci. E c’è solo da gioirne.
È stata lungimirante la SubPop a cogliere le potenzialità di questo trio, a capire che questa “band come tante” non era proprio una band come tante (ben pochi musicisti in erba saprebbero scrivere pezzi come “Vernon-Jackson”), sebbene mantenesse in pieno lo spirito, il suono, l’entusiasmo che può trasudare solo da chi sa di essere nulla più che una voce in uno scantinato. E chissà se la lungimiranza della SubPop è arrivata al punto di rendersi conto che il momento d’oro degli Oxford Collpase sarebbe stato proprio questo, qui ed ora.
[PAGEBREAK] Non più giovanissimi, cresciuti e maturati come ciascuno di noi cresce e matura, surclassati in termini di età da legioni di sbarbatelli emo che vendono miliardi di dischi più di loro, gli OxC stanno passando dallo spensierato garage punk degli esordi a qualcosa di più consistente e maturo, venato di malinconia nostalgica e di rabbia amara in ugual misura. E qui la smettiamo di elencare i meriti della SubPop e riconosciamo che è solo grazie ai tre di Brooklyn se “BITS” è un album così ben riuscito; perché gli Oxford Collapse hanno trovato il modo di suonare freschi senza “fare i giovani”, senza scimmiottare, senza forzarsi, ma lasciando che le loro sensibilità maturassero naturalmente (non può esserci maniera nella malinconia quando si sta invecchiando davvero).
Certo, da un lato questo può anche essere un limite, dato che le poche volte che “BITS” esce dal seminato non sempre coglie nel segno (gli archi in “A Wedding”, per fare un esempio, non sono certo un male di per sé, ma nel contesto dell’album appaiono come un’infiorettatura non richiesta); ma quando sono al meglio, nessuno batte gli OxC sul loro terreno. Ascoltate la potenza allegra e incontrollata di “Back Of The Yards” o lo storto e tambureggiante inno “Children’s Crusade” e poi diteci se non vi viene voglia di coverizzarle nella vostra sala prove.
“BITS” è quello che sarebbe potuto accadere alla vostra band del liceo se avesse avuto un po’ di fortuna e un po’ più di talento, se avesse proseguito a testa bassa per la sua strada espressiva, se non si fosse sciolta con la fine dell’adolescenza e l’inizio dei problemi veri.

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