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  • Ozzy Osbourne: The Ultimate Sin

    Ozzy Osbourne

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Ozzy e l’hair metal

Quarta fatica per il Pazzo, ex-adepto del Sabba Nero.
“The Ultimate Sin”, classe 1986, rispetto al precedente disco in studio “Bark At The Moon”, presenta una line up stravolta per i suoi 3/5: al posto di Tommy Aldridge, Bob Daisley e Don Airey, vengono chiamati Randy Castillo alla batteria, Phil Soussan al basso e Mike Moran alle tastiere. La musica, con interpreti diversi, viene ad assumere per forza connotati differenti, ma viene mantenuta e riaffermata l’intenzione di snellire il sound del “grezzo” che caratterizzava album come “Blizzard Of Ozz” o volendo “Diary Of A Madman”. Il suono molto curato, levigato, molto influenzato dall’hari metal all’epoca imperante – l’esempio più eclatante è l’ottima “Shot In The Dark” – è una caratteristica importante dell’album, insieme a una certa facilità d’assimilazione delle stesse canzoni. È anche importante sottolineare come l’atmosfera generale che si respira lungo queste 9 tracce sia meno cupa che in passato.
Uno degli highlight del disco è “Killer Of Giants”, una canzone che accanto a un testo efficace e perpetuamente attuale (di quelli che, pur inventando poco, riescono comunque a colpirti), propone un tessuto musicale di altissima fattura: intro elettro-acustico della chitarra di Jake E. Lee sulla quale interviene Ozzy con un’ispirata melodia, ritornello che non lascia scampo, sezione centrale strumentale ben architettata e suonata, punto interrogativo finale quasi a voler sottolineare il vicolo cieco, che dai soliti ben istruiti sarà facilmente additato come qualunquista, nel quale si ficca il primo verso della canzone (“If none of us believe in war, then can you tell me what’s the weapons for?[...]“).
Le due tracce finora citate già renderebbero giustizia l disco, ma molto buone si dimostrano anche la title track, “Fool Like You” e “Secret Loser”, ottimi esempi di Hard ‘n’ Heavy melodico, opportunamente rough e carezzevolmente smooth all’occorrenza.
Le restanti tracce, gravitando tra riff e funambolici assoli alla sei corde (Jake E. Lee non ha il calibro di Rhandy Rhoads, del quale aveva rilevato il posto, ma dimostra di saperci davvero fare), stacchi acustici, vocals engineering tesi a sottolineare i passaggi melodici più appetitosi per il grande pubblico dell’epoca, si rivelano sì composizioni molto buone, segnaliamo in particolare “Never Know Why” e “Thank God For The Bomb”, ma che non riescono a ripetere i livelli qualitativi toccati altrove nello stesso lavoro.
“The Ultimate Sin”, nel suo complesso, pare un album meno istintivo dei suoi predecessori e forse anche per questo un po’ meno efficace, ma grazie ad alcune tracce di valore assoluto riesce comunque a porsi come platter da non sottovalutare.

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