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Paatos: Il ritorno post-Porcupine Tree taglia col passato

Inaspettato, ed inaspettatamente diverso. Senza un gusto particolare o forma definita per marchiarsi a fuoco nelle vostre menti, ma sempre con fare da musica da meditazione, la proposta dei Paatos si fa più buia, intimista e meno sfumata. Quasi notturna. Ancora Petronella, due anni dopo, insieme a Johan.

Partendo dal vostro ultimo lavoro, “Silence Of Another Kind”, delineiamo il processo creativo sottostante: avevate in mente un piano, generico o specifico, di come dovesse essere?
Johan: Il nostro scopo questa volta era di creare la musica componendo tutti insieme, al momento, nel nostro Green Genie Studio. Molte idee sono arrivate dalle jamming session, che sono servite per partorire i nuovi pezzi. L’obiettivo era ottenere un suono e delle sensazioni da musica eseguita dal vivo.

Focalizziamoci un momento sulla produzione. Credo che “Silence Of Another Kind” dimostri quanto il vostro sound si sia fatto personale ed originale. Le relazioni sonore che vi vedevano affiancati ai Porcupine Tree si possono dire isolate nell’album del 2004, “Kallocain”. Il vostro sound attuale è quasi ‘nudo’, e suggestivo. Ti piacerebbe addentrarti in una spiegazione di queste scelte e cambiamenti?
Johan: Il nostro album precedente, “Kallocain”, ci ha concesso di esplorare l’uso di loop, console e la tecnologia moderna di registrazione in generale. Steven Wilson al mix finale ha portato la sua influenza notevolmente in quella direzione. Dopo essere stati a lungo in tour promuovendo “Kallocain”, abbiamo deciso di registrare questo album in presa diretta. Abbiamo scritto, provato e registrato le canzoni nel nostro studio. Il processo creativo di molte canzoni consisteva nel partire da improvvisazioni collettive, con scambi di idee. Spesso abbiamo scritto e provato una canzone in un’unica sessione di tre ore, per poi registrarci sopra la batteria, il basso e le tastiere in una sessione successiva. Le sensazioni di una singola sessione erano più importanti dell’esecuzione perfetta. Non eravamo frenati dalla paura di fare piccoli errori su una singola registrazione, perché il feeling era quello giusto. L’album suona, secondo me, anche più armonioso ed orchestrato.

Nella precedente intervista, Petronella mi disse che stava lavorando al perfezionamento della sua tecnica al violoncello, in attesa del suo contributo nel nuovo album. Detto… Fatto. Due anni fa sembrava emozionata all’idea di portare il suo contributo anche sul piano musicale. Come è stata l’esperienza?
Petronella: Oh, grazie mille! Ma devo ammettere che in realtà non ho migliorato di molto la mia tecnica… Non ho potuto toccare il mio violoncello fino al primo giorno di registrazione, soprattutto per il fatto di essere stata incinta. Ho adoperato il mio strumento quando ho scritto una parte della canzone “Not A Sound”, e ne ho tratto l’utile necessario. A parte questo, comunque, sento di essere stata parte integrante al processo creativo di quest’album e del suo sound in quest’occasione. Quando non potevo essere presente al jamming dei ragazzi, Hux registrava le parti e me le portava in modo da farmi provare linee melodiche e vocali.

Parlando dell’artwork invece: è naturalmente diverso da quanto visto in passato, probabilmente correlato al vostro nuovo sound. È meno sofisticato della grafica di “Kallocain”, non ci sono temi fotografici, ma un disegno di gusto vintage. I colori predominanti sono il blu ed il nero, e c’è un tocco di mistero notturno. Come pensate sia in grado di rappresentare la musica di “Silence Of Another Kind”?
Johan: L’idea della copertina è venuta dall’immagine che hai descritto, un dipinto di Hans Arnold, pittore famoso. Pensammo subito che il quadro catturasse il senso di organicità del nostro disco, e tutti noi amiamo lo stile di Hans. Il designer Ossie (che si occupò anche dell’artwork di “Timeloss”) ha fatto un ottimo lavoro nel disegnare il digipack, mettendo bene in risalto il quadro. Pensiamo che il packaging enfatizzi l’organicità della musica di “Silence Of Another Kind”.
[PAGEBREAK] Quali sono i soggetti dei vostri testi? A giudicare dai titoli, dovrebbero riguardare stati di disincanto, disillusione, incertezza nella fiducia riposta sui sentimenti…
Hux: È così… le liriche dei Paatos tendono sempre a riguardare le dure lezioni della vita, come anche le situazioni che semplicemente ti fanno sentire male (“Misery”, per fare un esempio). Viviamo in un’era piena di stimoli ed eccitazioni, e ci si sente come se fossimo ad un passo da una porta che si affaccia sui grandi cambiamenti del nostro mondo, non senza un pizzico di attesa.

Due anni dopo “Kallocain” come vi sentite a livello interpersonale? Siete sempre un gruppo di amici a cui piace suonare insieme, o il livello professionale che avete raggiunto ha cambiato qualcosa nel vostro stile di vita?
Johan: I rapporti all’interno del gruppo non hanno fatto altro che rafforzarsi negli anni. Finisci per conoscere davvero a fondo le persone con cui vai in tour e penso che la nostra amicizia sia uno dei punti di forza nei Paatos. L’unico aspetto negativo è che abbiamo avuto necessità di pianificare il nostro tempo e la nostra agenda per sistemare bene le prove, i tour, e le sessioni di registrazione. Ma a parte questo, la nostra vita è quella di sempre.

Come vi trovate a lavorare con la InsideOut? vi ha adeguatamente incoraggiati nella maturazione artistica e nelle vostre scelte?
Johan: L’aspetto più importante del loro supporto è che non hanno mai provato ad interferire o modificare il nostro processo creativo, né nella musica, né nei testi, né nella grafica che ci siamo scelti. Abbiamo il totale controllo artistico su noi stessi, ed è qualcosa che decisamente sappiamo apprezzare.

Parliamo del tour di supporto e promozione di “Silence Of Another Kind”: avete pensato ad un cambiamento nel modo di porvi al vostro pubblico, in accordo allo spirito del nuovo album?
Johan: In realtà no. Abbiamo testato l’impatto delle nuove canzoni la scorsa settiana al release party di Stoccolma, e sapevamo che avrebbero avuto una buona riuscita perché le avevamo concepite suonandole dal vivo. Questo autunno abbiamo in cantiere un tour estensivo in cui proveremo a far crescere ulteriormente i nostri pezzi, allo stesso modo in cui i nostri brani di repertorio sono cresciuti dopo le prime esecuzioni di fronte ad un pubblico.

Come bilancerete la presenza di nuove e vecchie canzoni nella setlist? Ci sono brani dell’era “Timeloss” o “Kallocain” che sono diventati classici irrinunciabili dal vivo?
Johan: Suoneremo brani di tutti e tre i dischi. La misura in cui ciascuno di essi sarà rappresentato dipenderà dal pubblico e dal gruppo che supporteremo. Quando suonavamo di spalla ai The Gathering notammo come le canzoni più pesanti funzionassero meglio. Una delle canzoni preferite dal nostro pubblico è “Téa”, dall’album “Timeloss”. “Happiness”, “Sensor” e “Absinth Minded” hanno anch’esse il loro bell’impatto sul pubblico.

Dal momento che avrete sicuramente già provato i nuovi pezzi, quali credi che abbiano un feeling più ‘live’?
Johan: L’aggressività di “Shame” funziona bene, e lo stesso discorso vale per “Is That All?”. Abbiamo notato anche che la calma “Not A Sound” ha generato un buon effetto nel pubblico venuto al release party di Stoccolma.

Infine, credete di poter accontentare stavolta i vostri fan italiani e venire in qualche nostro club a suonare?
Johan: Al momento possiamo dirvi che abbiamo confermato due date, una a Roma e una a Milano in Settembre.
[PAGEBREAK] Quali sono stati i vostri ascolti più recenti?
Johan: Ho scoperto un gruppo jazz svedese di nome Kullrusk, ho ascoltato Martin McFaul e The Silver Mt. Zion e Landscape And Man. Questi ultimi sono un gruppo che ha registrato ai Green Genie Studio e dove io ho eseguito alcune parti di Mellotron e Piano.
Stefan: Io invece non riesco a togliere Celeste – “I Suoni In Una Sfera” dal lettore. Un capolavoro del 1974 scritto dal batterista e tastierista Ciro Perrino.

Questa era l’ultima domanda per questa intervista. C’è qualcosa che volete aggiungere, qualche argomento che non abbiamo ancora trattato, o qualche aneddoto che vi fa piacere condividere?
Stefan: Tornando al discorso dell’affiatamento tra di noi, posso farti un esempio/aneddoto di come è nata una delle nostre canzoni. Io e Adrian, mio figlio, stavamo pescando al largo di un’isola dell’arcipelago finlandese, l’isola di Aland. Era l’autunno del 2005. Mentre eravamo seduti sulla nostra barca, mi parve di udire una melodia, probabilmente un gioco di suoni dell’oceano e del vento. Ne venne un’idea che registrai subito sulla memoria vocale del mio cellulare. Un giorno, durante le registrazioni a Stoccolma, abbiamo iniziato a provare, e Johan ci fece sentire alcuni accordi che aveva in mente per un nuovo brano. Presi in mano il mio cellulare e schiacciai Play ed ecco… la melodia catturata quel giorno in cui andai a pesca riproduceva perfettamente le idee di Johan. Stesso tema, stesse atmosfere e stesso tempo della ritmica. Una magia! Ecco, la canzone di cui ti ho parlato è la terza del disco, “Falling”.

Grazie mille per la disponibilità e, oltre a salutarvi, vi faccio i miei migliori auguri per “Silence Of Another Kind”.
Grazie a te, un saluto a tutti i lettori!

Forse è proprio con le melodie della natura che Johan riesce a distinguere che si origina il suono vaporoso ed evanescente dei Paatos. Singolare com’è, non resta che provarlo.

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