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  • Paatos: Kallocain

    Paatos

    Data di uscita: 25-10-2004

    Loudvision:
    Lettori:

Nuovo act dalle manipolazioni di Steven Wilson

Il disco comincia col suono caldo di un violoncello. Poi, non ci sarà poi più occasione di sentire qualcosa di completamente naturale: lo scenario sonoro si sporcherà di calda elettronica soft, di ritmo profondo un po’ trip-pop, con un cenno di avanguardia. La opener “Gasoline” crea un’intensità crescente basata su batteria sempre più accentuata, ritmo intrigante costruito dalla linea melodica di basso, accentuando l’elettronica in modo sempre più evidente e creando distorsioni della voce fluttuante, della bravissima interprete Petronella Nettermalm. Il ritornello crea un’impennarsi surreale degli spazi, in cui la voce femminile raggiunge le performance di Elizabeth Fraser. Il disco poi seguirà un’onda più tranquilla, fatta di arpeggi riverberati, pianoforti ovattati, accenni di chitarra elettrica che giocano sull’effetto di pennellate monocordi insieme all’intrecciarsi del cantato con le backing vocals sempre più suadenti. Questo in sintesi “Holding On”. Il violoncello suonato dalla stessa Petronella è forse il tentativo di andare oltre al digitale, e fermare l’armonia contrappuntistica dei vari strumenti/drum machine al di qua del suono digitale. Accogliente l’intro di “Happiness”, guidato dalle vocals eclettiche, che impostano la base emotiva di tutto il pezzo. Uno dei ritornelli più surrealmente suggestivi che mi sia capitato di sentire dai tempi dei Massive Attack di “Mezzanine” o dei migliori Love Spirals Downwards. “Absinth Minded” gioca con chiaroscuri: minimalismo e monodicità ruotando intorno ad un unico refrain, aumento graduale del respiro con percussioni più aperte, minimalismo puro riscaldato dalla sola voce e da un suono sporco di xilofono, poi armonia semi-orchestrale di tutti gli strumenti, archi compresi. Ad accompagnare l’ascolto di qualcosa di più rilassato, anche se sempre venato di sentimento, giunge “Look At us”. Un’opacità acida che ricorda gli allucinati Portishead invita a passare per la stordita e inquieta “Reality”, ampiamente giocata sugli accordi cadenzati delle chitarre quasi jazzate. La tecnica jazzistica ritorna a farsi sentire con tocchi molto belli e caldi nella batteria dei pezzi seguenti, a cominciare con la pianistica “Stream”, la complessa e psichedelica “Won’t Be Coming Back” mentre la conclusiva “In Time” usa le sfumature prima, e una sicura scelta di armonie chiarristiche-tastieristiche-vocali per chiudere con maestria questo lavoro quasi ottimo.
Praticamente ottimi nei momenti in cui ci si vuole lasciar trasportare dalle frequenze più soffici e rarefatte, dove lavorano già bene gli ultimi dischi degli Anathema, i Cocteau Twins, i Porcupine Tree (Steven Wilson, tra l’altro, ha curato il mix finale dell’album di questi svedesi). Ma sento che questo disco aggiunge qualcosa. Fatelo vostro e godetelo.

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