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Paatos: Porcospino e una spruzzata di electro-atmosfere

I Paatos hanno portato il sound dei Porcupine Tree nel 2000, con influenze oltre il progressive e la psichedelia, prendendo un po’ anche da Portishead, Radiohead e Bjork. Il mix rimane comunque un prodotto originale e interessantissimo, sia per il modo in cui è proposto grazie alla produzione di Steve Wilson, sia per l’emozione che i pezzi sono in grado di comunicare.

Guardando nelle biografie dei vari componenti dei Paatos ho notato che avete gusti diversi ma sofisticati, dal jazz al rock d’autore, dal trip pop ad artisti come Bjork. Molti di questi sono anche miei ascolti abituali. Mi riesce difficile non pensare che Keith Jarrett, David Bowie, King Crimson, Genesis, Radiohead, Shostacovich non abbiano in qualche modo influenzato le scelte stilistiche. Artisti così si amano a tutto tondo.
Sicuramente ciascuno di noi ha ascolti diversi e personali ed è questa la ragione per cui suoniamo in questo modo. I Paatos sembrano un grande mix di tecniche e stili, ma a livello espressivo il risultato è personale e genuino. Di quelli che hai citato, Bjork è l’artista che tutti noi amiamo, in special modo io e Ricard Huxflux (il marito, batterista dei Paatos).

Strano, il tuo stile di canto è molto meno eccentrico del suo, molto più vicino a quello di Beth Gibbons o Elizabeth Fraser.
Naturalmente i Portishead li conosciamo molto bene, in effetti il nostro tipo di musica si avvicina al loro nell’aspetto delle sfumature. Il modo in cui suoniamo mette in risalto le sfumature della voce che ricoprono quindi un grande ruolo nell’emozione dei pezzi. Ad ogni modo per quel che riguarda le parti vocali, ho voluto sviluppare uno stile che appartenesse a ciò che le mie doti vocali mi permettono; ascoltavo molto Bjork ed Emmylou Harris ma allo stesso tempo ho sempre voluto fare ciò che la mia tecnica mi permetteva. È un parametro molto personale che credo mi abbia portato a cantare in un modo mio.

Ho letto nella biografia che suoni il violoncello. Sono stati gli studi in musica a portarti anche alla passione per il canto?
No, la passione per il violoncello non ha connessioni con la mia pratica di cantante. Infatti direi di non essere per niente tecnica, quanto emozionale. Produco ciò che viene dal mio senso della musica. Ho cominciato a esercitare canto da autodidatta da quando avevo circa quindici anni, quando incontrai Huxflux. Mi diceva sempre che avrei dovuto comporre dei brani, io gli rispondevo che non ero in grado, poi è stato provandoci che i risultati mi sono ritornati positivamente. Ci sto comunque lavorando, giorno dopo giorno, e i progressi si vedono, quindi aspettati buone cose per il prossimo disco!

Essendo tu l’esperta di archi del gruppo, credo tu sia la responsabile della presenza di strumenti così caldi e umani contro l’elettronica che viene molto usata in tutto il disco. Come interpreti questo contrastante coesistere delle due scelte artistiche?
È un contrasto sonico molto interessante. Il violoncello è lo strumento che ho suonato sin da piccola, quando ho cominciato a studiare musica, e solo un paio d’anni fa ho potuto comprare il mio. Ed è stato in qualche modo una liberazione, non sentire la pressione di dover suonare partiture classiche, ma dedicarmi interamente al mio strumento in piena libertà. È una dimensione che non ti mette la pressione di dover suonare perfettamente, come in un’orchestra, ma ti mette in condizione di seguire le emozioni. È molto più appagante suonare ora in questo modo.

Parliamo della opener “Gasoline”. L’intro è un violoncello molto accattivante, poi da lì si scatena l’elettronica. È inoltre la canzone più animata del disco; è per quello che l’avete scelta come prima traccia?
A dire il vero ciò che senti all’inizio è un violino, non un violoncello, ma la post-produzione e tutti i processi digitali che gli strumenti hanno subito possono rendere ingannevole il suono che percepisci. È stato mio padre a suonare il violino in apertura di “Gasoline”, è un ottimo violinista. E anche un ottimo musicista in generale e ha contribuito molto alla mia crescita musicale quando ero giovane. “Gasoline” è una canzone che comincia come un pugno nello stomaco, sin dalle prime note, e credo che al primo ascolto faccia porre la domanda se il disco intero sarà così. Ed è evidente che in questo modo è stato più bello poi inserire canzoni più tranquille per aumentare il senso di varietà del disco.
[PAGEBREAK] Andiamo poi a “Absinthe Minded”. Essendo un absintheur io stesso non posso non chiederti se questa canzone è riferita al liquore e alle sue proprietà.
Mio marito è un gran consumatore anche lui! Ma non è una canzone che si rifà al liquore in modo diretto. “Absinthe minded” è un po’ una sensazione, il frutto di un’esperienza personale di Huxflux di cui non mi sento di parlare al posto suo, comunque ha a che fare con un ricordo vissuto ed è più uno stato mentale, che forse assomiglia in qualche modo al pensiero sotto effetto dell’assenzio.

La versione limitata ha un DVD. Che cosa contiene? Tra l’altro il vostro debut fu una colonna sonora per il film muto “Nosferatu”, mi chiedevo quindi se il DVD era anche a proposito di questo.
Il DVD è soltanto live footage da un concerto in Germania, con canzoni degli album precedenti. Abbiamo curato l’intera soundtrack di quel film, ed è stata un’esperienza particolare. Sicuramente è differente a livello di composizione e delle scelte che fai a livello decisionale. La prima cosa che abbiamo fatto è stato sederci tutti quanti di fronte al film. Dopo un po’ di visioni, qualcuno di noi cominciava a comporre durante la proiezione, e gli altri improvvisavano contemporaneamente. È stato un notevole esercizio anche dal punto di vista emozionale, bisogna seguire lo svolgersi di ciò che vedi, immagine per immagine, senza perdere d’occhio la coerenza: anche se sai come va a finire, devi cercare di far sì che la musica mantenga e amplifichi l’effetto sorpresa, senza anticipare nulla. Anche per questo abbiamo cercato di farci silenziosi, di avere un suono molto minimale e non invasivo. Da un lato potrebbe sembrare che fare musica per un film metta delle costrizioni, ma in realtà si è molto liberi di impostare le emozioni in modo personale. Si segue un filo conduttore coerente, ma lo si gestisce secondo il gusto personale.

Quando avete registrato “Kallocain” com’è stato fare un album senza alcun riferimento se non la vostra creatività?
Fare un album non relazionato a un film ti permette di comporre a ruota libera, poi cercare un filo conduttore tra i brani, eliminarne alcuni, ricostruire il sound quando non ti va, ecc. Queste cose non si possono fare se componi una OST per un film. Ma è solo una questione di metodo. Entrambe le sfide sono state interessanti.

Improvvisate mai nelle esibizioni dal vivo?
Sì, fa parte della nostra natura, improvvisiamo molto o perlomeno i ragazzi improvvisano. Nella musica dei Paatos c’è molta più musica che voce, e dal vivo spesso estendiamo i brani. O meglio… Sempre i ragazzi, io di solito mi cerco un posto a sedere o mi nascondo da qualche parte e li lascio il palco.

Ma è un peccato! Secondo me hai una voce molto naturale e sarebbe davvero interessante sentirti improvvisare.
No, sono troppo timida, ma dal momento che ci sto lavorando, in futuro chissà… Ma va bene anche così. In fondo la musica dei Paatos è fatta per lasciar prendere agli strumenti il ruolo più importante, e a me piace andare in background e lasciarli suonare. Sono capaci di andare avanti per ore…

Quindi… Tour: verrete in Italia?
Oh, ci piacerebbe, ma ancora non abbiamo date fissate. Ci contiamo perché comunque Peter (Hylander, chitarra) ha molte conoscenze in Italia e so che anche lui ci tiene a tornare, magari proprio per suonare. Proveremo a proporre canzoni sia vecchie che nuove, poiché, per quanto ami questo nuovo lavoro, è in generale molto calmo, lento ed è anche difficile sentire il piacere di indugiare così tanto su un unico stato d’animo. I pezzi precedenti hanno invece animo e sarà più efficace mischiare i due stili.

Il nome del vostro gruppo, Paatos è la parola svedese per “Pathos”?
Sì, ed è il senso ultimo del gruppo. Paatos, vuole essere un sentimento forte, che cattura e ti porta con dedizione dentro, in questo caso, la musica, che ti coinvolge. In realtà abbiamo semplicemente aggiunto una a perché ci sembrava più personale, un nome nostro, che richiamasse la parola di origine greca.
[PAGEBREAK] E il significato di “Kallocain”?
“Kallocain” è il titolo di un romanzo svedese degli anni 30, un libro sci-fi che parla di un mondo futuristico dominato dal terrore. La scrittrice si chiama Karin Boye. Dal suo romanzo è anche venuta fuori la copertina del disco, con quelle strutture urbane abbandonate.

Infine, la domanda forse più gettonata. Steve Wilson… (risate N.d.R.) No tranquilla, voglio provare ad essere originale: che cosa ti piace ricordare maggiormente dell’esperienza di lavorare con lui?
Quello che mi ha impressionato di più è la sua dedizione al lavoro. Lavora, lavora, lavora… la sera vuole rimanere in studio, dicendo che si tratterrà solo un poco di più del solito, e la mattina dopo è ancora lì. È incredibile l’apporto che ha dato, sia a livello artistico che professionale. Davvero concentrato sul risultato, non molla finché non è soddisfatto. Considerato il suo talento dico che ha fatto un miracolo per l’album e anche per il suono della mia voce.

Ascoltavi già i Porcupine Tree prima di collaborare con lui?
No, a dire il vero, non finché non abbiamo aperto un concerto per loro a Stoccolma. Sicuramente altri della band erano già appassionati alla sua musica, ma è stato lì che abbiamo detto: “Ok, è lui che dovrà produrre il nostro prossimo disco”.

Vuoi dire ancora qualcosa ai lettori di Loudvision e ai fans italiani?
A loro dirò che mi piacerebbe davvero incontrarli dal vivo, amo l’Italia, ci sono stata e non vedo l’ora di ritornarci. Spero che gli sia piaciuto il disco e che con l’occasione di un concerto ci si possa incontrare.

A conclusione di questa chiacchierata, vi posso solo consigliare di dare una possibilità a questo combo, intimista ma capace di regalare qualcosa di inaspettato anche se in animo discreto.

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