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    Pagan’s Mind

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Eredi della grande scuola prog-power

Come i norvegesi Pagan’s Mind siano ancora sfuggiti al grande pubblico è una delle tante stranezze del mercato discografico. Giunti al terzo episodio di una riuscitissima carriera nel segno di un prog metal ineccepibile, i nostri raccolgono la tradizione dei primi Dream Theater (Nils K. Rue contrappone le proprie capacità ad un Labrie ormai privo di inventiva), la sviluppano con le sinfonie degli Elegy e la mescolano, infine, con epici riff ed una potente doppia cassa di stampo Symphony X ed Evergrey. Il nuovo capitolo è, nei tempi, meno veloce del precedente “Celestial Entrance”, ma lascia ampio spazio all’orchestrazione delle tastiere e sfrutta appieno le potenzialità dei cori. Non si tratta del solito gruppo che sfrutta basi e tempi triti per montarvi su delle linee amelodiche e carpire poi l’appellativo di “progressive band”. Qui la musica è sentita e sincera in ogni nota, non c’è un calo, non una sbavatura. Il livello tecnico è espressione di una profonda preparazione e, forse perciò, richiede una pluralità di ascolti per essere apprezzato. Ogni singolo pezzo, al suo interno, è un mosaico di differenti ritmi ed atmosfere. E tuttavia il suono resta compatto: inquadrato in una rigorosa cornice, non straripa mai in inutili, noiosi e prolissi annacquamenti solo per vedere il timer del lettore raggiungere necessariamente i dieci minuti.
In tutto questo, i Pagan’s Mind sono, al momento, una delle più apprezzabili promesse nell’ambito prog-metal.

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