Home > Recensioni > Pain Of Salvation: 12:5

Live acustico per i 5 di Eskilstuna

Eskilstuna, Svezia, 12 maggio 2003: i Pain Of Salvation e il loro passato, presente e futuro.
Viene per tutti, presto o tardi, il momento di guardare indietro e cercare di mettere assieme in modo ordinato e più o meno creativo i frammenti del proprio vissuto, con la volontà di fare il punto della situazione o più ambiziosamente di gettare un ponte tra vecchio e nuovo. I Pain Of Salvation fanno di nuovo le cose a modo loro, registrando uno show acustico nel quale presentano non una semplice riproposizione senza tastiere, distorsori e doppia cassa delle varie “Dryad of the Woods”, “Reconciliation” o “Undertow”, ma qualcosa di più: una via di mezzo tra l’inedito e l’album compilativo, neanche un semplice riarrangiamento acustico, fedele nei limiti del possibile all’originale da studio album. In “12:5″ viene dunque fotografato e presentato un vero e proprio processo creativo, nuovo seppur basato sul materiale già conosciuto, che riesce a partire da “Idioglossia”, trasformarla per l’occasione in strumentale, inserire una sezione di “Her Voices” (vivisezionata e smembrata, appare anche in altre parti del disco) e sfociare in “Second Love” prima di dirigersi, sulle note romantiche di quest’ultimo pezzo, verso una “Ashes” soggetta a un processo di ricostruzione ossea, da queste parti cosa consueta, che le stravolge i connotati facendole perdere l’aurea quasi maledetta che aveva su “The Perfect Element Pt.1″. Il tutto significa “Genesinister”, soltanto l’ultimo dei tre “libri” di cui si compone questo “12:5″, solo un esempio, l’altro è in “Genesis”, di quello che si è cercato di fare con i diversi “Brickwork”, nomenclatura affibbiata a canzoni e sezioni appartenenti al passato della band svedese, che indicano e intendono un lavoro (impressionante per efficacia e perizia) di costruzione, decorazione e ritocco fatto per dare nuova linfa vitale a un materiale che in verità ancora non sembrava bisognoso di alcun restyling.
“12:5″ è un colpo andato a segno, da non confondere con la miriade di live album che ultimamente spuntano qua e là sul mercato, che sorprende per consapevolezza, capacità di sintesi e coerenza, non una scorciatoia pragmaticamente architettata ma un disco a tutti gli effetti, con un suo spessore contenutistico, le sue idee, intuizioni e una sua dignità.

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