Home > Recensioni > Pain Of Salvation: Entropia

La misura del caos

“Entropia” si propone come un interessante loop artistico che parte dal presente, gli anni ’90 di Fates Warning (che proprio in quell’anno davano alle stampe il magnifico “A Pleasant Shade Of Gray”) e Dream Theater, per transitare nel passato e recuperare l’attitudine dei ’70, quando si era progressivi più di fatto che per definizione, terminando il giro in qualcosa di sicuramente futuribile, che già portava in sé tanti ma ancora non tutti gli elementi dei Pain Of Salvation a venire. Passato, presente e futuro, un concetto ambizioso, senz’altro non pianificato consciamente da una band molto probabilmente desiderosa soltanto di debuttare con la propria musica, qualunque essa fosse. Il fatto che poi sia venuto fuori un disco tra i più personali e interessanti della fine dei 90ies, be’, questo è un altro discorso.
Spicca una componente heavy che non sarà mai più così pronunciata in un disco degli svedesi, verosimilmente apportata dall’allora chitarrista Daniel Magdic, ma accanto ad essa vengono fuori anche rock, funky, jazz, e qualche ammiccamento melodico a certo soul nero. Il collante di tutto ciò sono le melodie di Gildenlow, il quale caratterizza il sound della band non solo attraverso il suo stile compositivo, ma anche attraverso la sua voce e le sue interpretazioni eclettiche e sentite, capaci effettivamente di smuovere sentimenti e non soltanto ammirazione. Impressiona Daniel ma colpiscono quasi alla stessa maniera i suoi compagni d’avventura, sempre sciolti e padroni della situazione in qualunque contesto sonoro e stilistico si trovino a suonare.
Il disco però, per quanto notevole e personale, non è ancora un capolavoro a tutto tondo. “Entropia” soffre di piccole mancanze dovute alla gioventù, che questa volta non fanno riferimento come nella maggior parte dei casi a una produzione sonora non all’altezza (anzi!), quanto piuttosto a una eccessiva loquacità artistica che porta a congestionare alcuni pezzi con sezioni e riff e cambi di tempo improvvisi, a volte un po’ troppo improvvisi. Non solo: si avverte anche una certa mancanza di fuoco su una questione preminente come la scelta della direzione sonora da intraprendere. Questo era forse il risultato di attriti e scontri interni tra le divergenti esigenze di Gildenlow e Magdic (che non a caso lascerà la band poco prima di entrare in studio per il secondo album), ma il disco, pur piacendo, spiazza e non ovunque per positivi meriti artistici.
Tuttavia il talento c’é e si vede in pezzi come “People Passing By” o “Nightmist” (stupendi i passaggi funky guidati dal basso di Kristoffer Gildenlow, fratello del cantante), oppure in “! (foreword)”, sintetico promemoria di ciò che è il debut album dei Pain Of Salvation, senza dimenticare “Plains Of Dawn” amaramente romantica, e “Oblivion Ocean”, anch’essa intinta di un cupo romanticismo calato in un’atmosfera acustica densa e introversa.
È un debutto, alcune cose ancora da mettere a punto, ma pure tanti motivi per accennare un bel sorriso compiaciuto.

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