Home > Recensioni > Pain Of Salvation: Remedy Lane

La consacrazione

Nel 2002 era probabilmente lecito aspettarsi dai Pain of Salvation un “The Perfect Element Pt.2″, vista l’ancor breve carriera della band e il csuccesso ottenuto da quel disco, ma cosi non è stato – né a livello lirico, né a livello musicale.
I territori espressivi che i Pain of Salvation vanno a toccare con “Remedy Lane” sono come al solito differenti e spesso distanti l’uno dall’altro ed è avvincente constatare come la band riesca ad apporre il proprio marchio, i propri stilemi, a essere sempre indubitabilmente lei, sempre per forza riconoscibile anche quando i connotati di riferimento variano e non di poco. Le composizioni rispetto al passato risultano più facili da assimilare ai primi ascolti, non risparmiando però la continua rivelazione di particolari e rifiniture, anche concettuali, a mano a mano che gli ascolti procedono. La strumentale “Dryad Of The Woods” (la cui parte centrale sembra uscire dalle song-book dei Genesis di “A Trick Of The Tail”) è un ottimo esempio di quanto appena detto.
Non si è rinunciato al songwriting intricato, benignamente cervellotico, che già in passato era andato a sperimentare tempi e divisioni studiate per forza a tavolino, che avrebbero rischiato un’accademica freddezza se non fossero state create da mano sapiente e realmente ispirata. A tal proposito si ascolti “Fandango” con un metronomo a portata di mano. “A Trace of Blood” fa probabilmente intravedere un’altra delle peculiarità del disco, ovverosia la più spiccata componente autobiografica che caratterizza lo sviluppo lirico dell’opera. La canzone vive di continue luci ed ombre, a volte anche rabbiose, senza dubbio ficcanti e notevoli nella loro capacità espressiva. “Rope Ends” strizza l’occhio a una canzone come “Idioglossia” e risulta anche la composizione che pur nella sua peculiarità presenta i maggiori punti di contatto col prog metal dei 90ies. Anche per questo disco i Pain of Salvation hanno girato un videoclip, nello specifico per “Undertow”, un pezzo basato su un climax inarrestabile e irresistibile, una spirale di emozioni dalla frustrazione alla veemenza, nell’esplosione finale. Parlando delle vette artistiche del disco, come non citare anche la conclusiva “Beyond The Pale”, che si aggira, sebbene probabilmente non raggiungendoli a pieno, sui livelli di “The Perfect Element”, riuscendo a catturare l’attenzione dell’ascoltatore al quale vengono concesse davvero poche occasioni di distrazione.
Un album che si chiude lasciando l’intuizione, forse l’impressione anche abbastanza immotivata, che si tratti di un disco di transizione tra “The Perfect Element Pt.1″ da una parte e il futuro della band svedese, ancora da scrivere e decifrare, dall’altra – così come già “One Hour By The Concrete Lake”, a suo tempo, univa “Entropia” a “The Perfect Element Pt.1″.

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