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Panta Rei

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M. Night Shyamalan si è cimentato negli ultimi dieci anni con film complessi e variegati, esplorando generi diversi ma adottando un punto di vista comune: lo scetticismo che impedisce di vedere la realtà per quella che è, per quanto strana e incredibile possa sembrare.
Stavolta, il regista di origini indiane si butta nel fantasy, riadattando per il grande schermo la prima stagione di cartoni animati “Avatar: L’Ultimo Dominatore Dell’Aria”, trasmessa in Italia da Nickleodeon.

“L’Ultimo Dominatore Dell’Aria”, che è stato girato in 2D e poi trasportato in 3D, ha ottenuto incassi discreti ma recensioni pessime, pur essendo il film più atteso dell’anno e avendo avuto un massiccio battage pubblicitario tramite tutti i media. Perché? Una delle ipotesi più probabili potrebbe essere la pubblicità fuorviante che insisteva troppo sugli aspetti più vistosi della pellicola, quali gli effetti speciali e la resa in 3D, tralasciando completamente la trama. In realtà questi si sono rivelati assai meno strabilianti del previsto, mentre la storia è affascinante e ricca di sfumature simboliche della filosofia orientale che lo spettatore italiano, convinto di trovarsi davanti all’ennesima americanata piena di trucchi, frizzi e lazzi, difficilmente ha potuto cogliere.

C’è poi chi ha accusato Shyamalan di aver girato un prodotto superficiale, che potrebbe perdere anche il confronto con pellicole come “Naruto” e “Dragonball”, e di non aver inserito il suo quod autoriale: niente di più falso, dato che, innanzitutto, il filmaker ha dovuto adattare, per ovvie ragioni stilistiche, la profondità del suo pensiero alla materia trattata. Già con “Lady In The Water” aveva dato prova di grande abilità nel manipolare il folklore di culture altre, dando vita ad una fiaba moderna di lirica delicatezza.

Con “L’Ultimo Dominatore Dell’Aria” il regista esplora un tema archetipo universale, la pace nel mondo, ammantandolo di leggende orientali ispirate alla filosofia buddhista. Il mondo diviso in quattro parti, ciascuna governata da un elemento, in precario equilibrio fra loro fino alla comparsa di colui che reggerà le sorti di tutte le nazioni e sarà in grado di dominare tutti gli elementi, l’Avatar appunto. Però questo Avatar è un bimbo magico (Aang), vissuto per un secolo in una sorta d’iberanzione e costretto a vagare per il mondo per imparare le tecniche di dominio di tutti gli elementi, accompagnato da due dominatori dell’acqua, i fratelli Sokka e Katara. Ed è proprio dall’elemento più instabile e fluttuante che Aang imparerà ad accettare la sua missione di salvatore dell’universo, ad assumersene la responsabilità e a dominare tutti gli elementi. Gli fa da spalla/antagonista il principe rinnegato Zuko, anch’egli alla ricerca della sua identità e del perdono paterno, perso a causa del suo eccessivo amore per il genitore e della ricerca ossessiva della sua regale stima.
[PAGEBREAK] Ma il vero protagonista del film è l’elemento acquatico: la fluidità delle mosse del tai chi e del kung-fu, poi, richiamano tutti l’elemento liquido. L’acqua, che s’insinua ovunque e prende qualsiasi forma, è anche un rimando all’importanza del vuoto nella meditazione zen, del fatto di svuotarsi di sé e spogliarsi della spessa coperta di condizionamenti con cui la famiglia, la società e la cultura ci hanno vestito, per diventare un puro contenitore e accogliere tutto. Solo con la consapevolezza di dover perdere tutto Aang potrà diventare il dominatore di ogni cosa. E, come gli ricorda Iroh, lo zio di Zuko, “c’è una regione se siamo nati, e sta a noi trovare quella ragione”. Il ragazzino arriva lentamente alla consapevolezza che, per essere l’Avatar in cui tutti hanno riposto le speranze, dovrà dimenticare di essere un semplice bimbo cresciuto in un monastero e farsi carico della sofferenza universale. Diventare duttile e cangiante come l’acqua, liberandosi dei propri ‘pesi’ personali per essere in grado di dominare l’aria e poi tutti gli elementi. Questo permetterà all’Avatar di diventare una guida per la Terra e di “cambiare i cuori [delle persone], perché tutte le guerre si vincono nel cuore”.

L’importanza dell’Acqua traspare inoltre dal nobile sacrificio della principessa Yue, sovrana della tribù dell’Acqua Settentrionale, che decide di lasciarsi morire dopo che l’esercito del Fuoco ha invaso il suo piccolo regno e spezzato il sacro legame con il mondo celeste uccidendo Tui, lo spirito della luna, che si presenta sotto forma di pesce. Yue, che ha ricevuto la vita proprio da quello spirito, rinuncia ad essa immergendosi in una polla sacra. Conclude così il suo ciclo vitale tornando all’acqua che l’ha generata, e la sua chioma perde la lucentezza argentea ridiventando nera.
Al contrario, il perfido re del Fuoco, il comandante Ozai, è accecato dalla sete di dominio e incapace di una trasformazione interiore come conseguenza della consapevolezza dei propri errori. Così, alla fine del film, affiderà karmicamente il compito di eliminare l’Avatar alla figlia minore, che ha ricevuto la stessa formazione militare del fratello Zuko.

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