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Pantomime di tenerezza

Alla conferenza stampa di “Gorbaciof”, rarefatta storia d’amore e tenerezza ambientata in un contesto di violenza e squallore, presentata fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, partecipano il regista e sceneggiatore Stefano Incerti, gli interpreti Toni Servillo, Yang Mi, Geppy Glejeses, Nello Mascia, il co-sceneggiatore Diego De Silva e i produttori Angelo Curti e Sergio Pelone.

Questo film nasce da una notizia breve di cronaca (il contabile di un carcere che sottrae denaro dalla cassa): da qui il personaggio principale. Come l’avete costruito? Come avete trovato il centro della storia?
T. Servillo: Il film nasce nelle intenzioni di Stefano Incerti parecchio tempo fa; la prima stesura della sceneggiatura era molto diversa, la protagonista era una ragazza napoletana e c’erano più dialoghi.
Io ho proposto di rendere la sceneggiatura più snella, il quartiere dove la storia è ambientata è molto multirazziale, da qui la scelta di avere una protagonista cinese. Nelle scene del film sono finiti molti momenti rubati, spesso si segue semplicemente il personaggio nel suo spazio. Abbiamo utilizzato il contesto ambientale senza forzature, non abbiamo mai fermato il traffico.
Durante i primi giorni, mi sono vestito e truccato come Gorbaciof e sono andato in giro per il quartiere: credevo che mi avrebbero riconosciuto o guardato in modo strano, invece nessuno ha fatto caso a me. Così ho trovato il mio personaggio.
Gorbaciof appartiene ad una piccolissima borghesia, lavora nel settore parastatale, ha rapporti con un tipo di microcriminalità che raramente viene esplorato. È la ragazza, con i suoi occhi puri e semplici, a invitare l’io prepotente di Gorbaciof in un noi che è un altrove rispetto alla sua vita di tutti i giorni.
S. Incerti: Ho lavorato a stretto contatto con Toni nella definizione del personaggio. Rispetto ai miei lavori precedenti, questo film è stato meno definito a priori, senza l’utilizzo di storyboard, è stato fatto sul set, attraverso la continua interazione tra Toni e l’ambiente.
Il tempo di preparazione del progetto è stato lungo, circa 7 anni, nel frattempo ho fatto anche altri film. Per “Gorbaciof” devo ringraziare cinque produttori: Angelo Curti per Teatri Uniti, Luciano Martino, Massimo Vigliar, Edwige Fenech e Sergio Pelone.
È difficile fare film in Italia ma ancor di più fare un film come questo, quasi privo di dialoghi. Siamo arrivati alle riprese senza aver ottenuto il contributo statale, avventurandoci nella lavorazione solo con capitale privato. In seguito abbiamo avuto il sostegno di Rai Trade e RaiCinema, e presto saremo anche al Festival di Toronto.
Il cinema deve avere una missione, il nostro cinema deve poter essere visto anche all’estero, deve osare di più, anche pagando con rinunce, sofferenza e attese.
Contro decine di film italiani che parlano solo di famiglie e coppie in crisi – problemi che ormai vengono trattati meglio perfino in tv – bisogna capire che il cinema è un’altra cosa.
G. Gleijeses: Per noi attori che facciamo quasi esclusivamente teatro, è bello poter fare cinema respirando un’aria buona e felice, senza finire in brutte produzioni tv, fare qualcosa di buono senza avere l’impressione di fare marchette.

Servillo, siamo ancora nelle “conseguenze dell’amore”: il personaggio maschile fa un percorso di scoperta grazie all’amore che gli permette di uscire dalla propria solitudine. L’uomo, in questo caso Gorbaciof, vive una solitudine più profonda e più grave di quella della donna?
T. Servillo: A me è sembrata molto sola anche la nostra protagonista femminile, è una ragazza in difficoltà nelle relazioni col padre, nel lavoro, che conosce grazie a Gorbaciof la possibilità di una vita diversa.
Non credo che “Gorbaciof” sia simile a “Le Conseguenze Dell’Amore”: Titta Di Girolamo è forzato alla solitudine, perché ha commesso un errore e lo sconta, mentre Gorbaciof sta solo perché sta bene, non vuole interferenze. Il fatto che lo chiamino “Gorbaciof”, anzi “Gorbaciò”, significa che le persone lo conoscono e ne conoscono le abitudini e le caratteristiche, sanno cosa fa, sanno quando si va a pigliare un caffè: Gorbaciof è ‘nu tipe curiuse, a causa della sua stranezza e della curiosità che suscita negli altri. È uno di quei personaggi borderline che vediamo per strada e poi ci domandiamo chi sono, una di quelle solitudini, di quelle storie di cui sappiamo pochissimo.
La solitudine di Titta, ricercata e patita, determinava una dimensione psicologica particolare, quella di Gorbaciof è una solitudine rivendicata, che non fa notizia, come la criminalità stupida e insensata che lo circonda.
[PAGEBREAK] Yang Mi, come è stata la sua partecipazione al film?
Yang Mi: È la prima volta che mi trovo a collaborare in Europa con attori, registi e produttori di questa levatura. Vedo Lila come una ragazza in difficoltà in un paese straniero: non parla la lingua e vive con un padre che si comporta male ma lei non può lasciarlo. Con il personaggio di Toni non potevo comunicare con le battute ma solo con gli sguardi e col cuore. Desidero ringraziare tutti per il sostegno che mi hanno dato, e soprattutto Stefano che mi ha lasciato molto spazio: è un’Italia che comincio veramente ad amare. Dell’Italia amo le nuvole e l’affetto che si avverte tra la gente.
S. Incerti: Yang Mi non era mai uscita dalla Cina prima di girare con noi. Dovevo trovare un’attrice in grado di parlare con gli occhi, con gli sguardi, che non conoscesse la nostra lingua. I provini sono stati quasi delle pantomime, del resto lei non ha praticamente battute. Le riprese sono state complicate dal punto di vista linguistico: avevamo un traduttore cinese trapiantato a Napoli da dieci anni che ci aiutava, e chi si è appassionato moltissimo al lavoro del set.
T. Servillo: Abbiamo puntato su un tipo di racconto “in diretta”. Yang Mi mi ha conosciuto come Gorbaciof, con quel trucco e quell’abbigliamento: ha avuto una delusione quando mi ha visto struccato. Abbiamo costruito tra i nostri personaggi un rapporto di tenerezza, comunicabilità e umana simpatia; in una città crudele e difficile, loro mettono in atto una piccola pantomima drammatica di comunicazione. Uno dei punti di riferimento è stato “Luci Nella Città”, che come ogni grande film sa tornare in tutti i sogni cinematografici.
Sarebbe stato strumentale raccontare la violenza per la violenza (lo stesso Gorbaciof mena, mi è capitato di morire molte volte al cinema ma mai di menare in questo modo): da questo letame esce invece una pantomima di tenerezza e speranza. L’attesa finale di Lila in aeroporto sembra appartenere ad una condizione fantastica e lirica piuttosto che reale, mi piace pensare che una storia inizialmene radicata nella realtà poi assuma contorni più sfumati e legati all’immaginazione.

Quale Napoli viene raccontata in questo film? Lo stile ha alcune caratteristiche tipiche del cinema orientale.
S. Incerti: Non volevo fare “un film di Shangai”, ma si tratta certamente di un’opera con atmosfere rarefatte che rimandano ad un certo stile orientale, anche grazie a Yang Mi che ha portato nel film un tipo particolare di recitazione, quasi coreografata.
Anche la recitazioni di Toni ha una qualità musicale: Teho Teardo, il compositore della colonna sonora, ci ha detto che sembrava avessimo già girato seguendo una metrica, un ritmo.

Servillo, lei ha interpretato di recente Andreotti, e ora Gorbaciof. Quale personaggio è stato più difficile?
T. Servillo: In questa edizione della Mostra di Venezia mi capita di apparire anche nei panni di Giuseppe Mazzini (in “Noi Credevamo” di Mario Martone, ndr): nel bagaglio di un attore devono esserci molte risorse, in base alle proprie capacità.
Con Gorbaciof c’è stata maggiore adesione emotiva da parte mia mentre Interpretare Andreotti all’inizio mi sembrava impossibile: non mi ritengo un Adone, ma certo non gli assomiglio. Forse in questo senso interpretare il brutto e simpatico Gorbaciof è stato un po’ più semplice.
È bello sapere che oggi mi si vede nei panni di questo bislacco di un quartiere napoletano e tra pochi giorni in quelli di un intellettuale rivoluzionario che ha infiammato i cuori di tutta Europa.

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