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Paolo Benvegnù: Earth Hotel in un’intervista

Dopo tre anni di silenzio discografico, il 17 ottobre Paolo Benvegnù è tornato con “Earth Hotel” (leggi la recensione del disco), un album che tratta dell’amore ad ampio raggio, dove ogni traccia è una stanza situata a un piano di questo immenso albergo che è la Terra.

Abbiamo incontrato Paolo Benvegnù il giorno della pubblicazione del disco, in una calda giornata di sole a Roma, dove tra un caffè e un the freddo ci ha raccontato di “Earth Hotel”, ma anche della sua visione sulla vita, sulla morte e sull’umanità.

 

L’ultima volta che si siamo incontrati, mi hai detto di essere un po’ stanco ma che con ogni nuovo progetto riparte la vitalità. Come stai ora che “Earth Hotel” è finito?

Sto bene, sono meno stanco! Questo disco mi ha permesso di risolvere delle cose dentro di me. Al di là dei propri limiti, ognuno possiede una certa mostruosità dentro di sé, intesa come possibilità di poter essere qualsiasi cosa di mostruoso o di sublime. Io ho sempre teso, come idea personale, verso il sublime e non avevo mai fatto i conti con gli abissi, e adesso li ho fatti. Non posso dire se tornano, ma almeno ho fatto i conti con questa parte di me e perciò sono più vitale e meno stanco, anzi mi sembra proprio di essere tornato in quinta elementare, una bella sensazione sinceramente!

 

Tra l’altro ci avevi detto che sarebbero stati 12 pezzi e un ouverture, che invece non c’è…

Non c’è perché paradossalmente è un po’ come diceva Fellini. In un piccolo romanzetto autobiografico racconta che trovò una cartellina con scritto “Otto e Mezzo”, con dentro delle foto che lui usava per i caratteristi e cose del genere. Aprì la cartellina e dentro è come se ci fosse stato già lo svolgimento di “Otto e Mezzo” per cui decise di fare un film con quel titolo. E quello che c’era lì diventò qualcosa di diverso perché le situazioni, gli uomini, i momenti cambiano. Tutto questo per dire che i film si fanno un po’ come vogliono i film, e i dischi si fanno un po’ come vogliono i dischi (ride, ndr)

 

Dodici tracce tutte legate tra loro come fossero altrettante stanze o piani di un palazzo in cui accade qualcosa. Come ti è venuta questa idea?

Prima di tutto perché è stato scritto in una stanza, di una casa che è molto gradevole devo dire, dove abito adesso a Città di Castello. In questa stanza c’è una finestra molto grande e puoi controllare il cambiare della luce, il viaggiare delle nuvole ed è una cosa che non ho mai avuto. Ho sempre abitato in delle situazioni con delle sbarre davanti. L’idea delle varie stanze sta nel fatto di mettere in relazione le stanze e le loro mura, che ci proteggono ma ci occludono anche la vista, e il muoversi della Terra. Anche quando siamo all’aperto in realtà non siamo altro che una parte infinitesimale dell’universo, non sappiamo perché siamo qui e che dobbiamo fare però c’è qualcosa che ci guida verso la possibilità di stare bene, almeno questo è quello che guida me. Una volta, tanti anni fa, mi guidava la volontà di essere qualcosa. Una volta dimenticato questo mi è rimasta solo la volontà di stare bene e perciò di questo parlo. Piccole stanze ma anche il transito di un pianeta che proprio perché di transito può essere visto come una stanza di albergo enorme, dove tutti abbiamo dei pensieri personali, quotidiani che mescolandosi con gli altri pensieri personali e quotidiani possono combinare qualcosa o non creare nulla, possono essere mostruosamente bellissimi come terribilmente meravigliosi.

 

Si potrebbe definire una babele dei sentimenti?

Un po’ si. Devo dire che avevo scritto di più, poi ho cercato di essere un po’ più stringato. Richiamo di nuovo Fellini: anche nei suoi film c’è questa idea, ovvero ci sono dei tratti in altre lingue. In realtà nel disco sono venute molto esteriori, invece la mia idea era mettere queste considerazioni in altre lingue un po’ come nei film di Fellini quando c’è Mastroianni che parla con Anita Ekberg e dietro passano ad esempio dei preti che parlano in francese o delle turiste che parlano in inglese o delle tedesche che dicono “Oh, che scarpe meravigliose!”. Secondo me questa è la vita di ognuno di noi, magari siamo immersi in un pensiero approfondito di qualsiasi tipo e accanto ci passano persone con frammenti di conversazione. Mi piace l’idea che tutto sia mescolato in maniera caotica così come è caotico l’universo e perciò misterioso quasi come se vivessimo un incantesimo. A mio modestissimo parere se riuscissimo a vivere con più stupore questa esistenza come fosse un incantesimo e anche con la resa di non poter controllare tutto, perché tutto è incontrollabile, forse vivremmo tutti molto meglio. Almeno io da quando mi sono perso nel mondo sto molto meglio.

 

Come Hermann, “Earth Hotel” sembra la colonna sonora di un film non ancora girato. Come sarebbe secondo te questo film?

Su questo io mi ripeterò fino a quando avrò la polluzione di scrivere cose nuove. Siamo tridimensionalissimi. Quando canti o senti cantare un brano, a prescindere dal supporto, è comunque un uomo o una donna che si espandono espressivamente. Ecco perché mi piacciono coloro i quali magari sono un po’ meno attenti alla tecnica ma un po’ più vicini all’umanità. Un perfetto o una perfetta amante, non è che possiede soltanto tecnica, no? Ciò che per te è perfetto e preciso ha a che vedere con la tecnica fino a un certo punto. Io sono convinto che c siano delle persone, delle opere che oggettivamente arrivano, per urgenza o per sensibilità di chi l’ha scritto o di chi ne è fruitore. Io sono più legato a questo tipo di espressione sia da fruitore che da misero creatore, perché il creatore a mio parere è sempre misero, senza nessuna nota polemica ovviamente.

 

Da creatore, c’è una stanza-traccia che preferisci?

La 11, “Anna”. Non riesco a parlarne tanto però c’è una doppia suggestione. La prima è una cosa che mi ha molto colpito. Ero bambino la prima volta che ho visto Il Grande Dittatore di Charlie Chaplin. Nella parte finale c’è un monologo dove lui vestito da Hitler deve fare un discorso alla nazione e al posto di dire andiamo in guerra e distruggiamo tutto, si rivolge alla sua amata, Hannah, che in quel momento è l’umanità, che è donna, perciò creatrice e non distruttrice, una metafora poco colta del film. Hannah in quel momento è segregata e deportata perché ebrea e le dice “Se mi senti guarda il cielo, perché è da lì che trarremo forza per cambiare questo mondo”. Questa frase l’ho sentita che avevo 5 anni e ci ho creduto. La disillusione è stata e lo è tutt’ora difficile da digerire per me perché sono convinto del fatto che, al di là di quanto poteva essere mediata o meno l’intuizione di Chaplin quando ha scritto questo monologo, è una grandissima possibilità che hanno gli esseri umani per vivere questo mondo e a me sembra irreale che non riusciamo a viverlo. Io che vivo secondo questi canoni vengo molto spesso visto come un disadattato, però se è così auspico un mondo di disadattati e di diseredati. Del resto Roma è una città in cui lo puoi vedere benissimo. Dopo le 11 di sera, non nei luoghi dove vanno i ragazzi a divertirsi, ma in luoghi, anche centrali, un po’ meno frequentati, dalle 11 alle 5 di mattina ci sono solo diseredati, persone in difficoltà, gente che non ha soldi per una casa. Non è che il mondo debba essere dei diseredati ma sicuramente dei disadattati e degli immaginari, di coloro che amano il pensiero più lungo, quello si. E per questo penso che un utopistico governo mondiale governato da una donna potrebbe essere molto più interessante che questo folle misuramento di piselli tra uomini che è una cosa veramente insopportabile. È un’idiozia che c’è da sempre, perché siamo animali ed è comprensibile: così come i coccodrilli mangiano e piangono noi trombiamo per cercare di rientrare da dove siamo usciti. Basterebbe questo pensiero per essere da un lato più animali ma dall’altro più elevati come umanità.

 

A volte può succedere che un artista come te abbia intuizioni molto personali che preferisce tenere per sé. Ti sei trovato ad affrontare questo problema?

È stato faticosissimo. Non avendo esplorato le mie parti peggiori, cercando sempre di stare su orbitali di sicurezza, che ormai a 49 anni ho esplorato completamente, per andare oltre ho dovuto lasciare tutte le sicurezze, anche le persone che ho intorno. E questo significa da un lato libertà ma dall’altro solitudine e io non ero mai stato veramente solo nella mia vita perciò sono dovuto andare incontro a questa solitudine, accettarla, arrendermi e da lì ripartire. Paradossalmente mentre ho fatto questo tipo di percorso mi è arrivato un altro concetto di vuoto: ero vuoto non avevo niente da dire ma questo vuoto lentamente ha cominciato a sgocciolare allora un accordo, una frase, un’intuizione, un’idea, una nuvola che passa, un muro fatto in una determinata maniera a Citta di Castello… è stato uno sgocciolio di autocoscienza lentissimo e per me preziosissimo. Per me questo disco è importantissimo per la salute (ride, ndr). All’inizio ho faticato a riconoscermi, adesso che ne ho capito tutti i meccanismi profondi, dove profondità non sta per capire ma intendo gli abissi, i propri limiti nel basso, riconosco tutti i movimenti interiori che avevo negato per anni. Questo è un disco che a me serve per riconoscere quanto sono stato, seppur nel tentativo di essere pulitissimo, ambiguo con me stesso prima e poi con gli altri. Ed è una cosa che mi ha sconvolto, poi piano piano ho capito e adesso sto bene riguardo a questo. È anche per questo che ho delle difficoltà a suonare questi pezzi. A parte un paio di episodi che sono in un’orbitale un po’ più alta e meno pericolosa, mi sembra quasi il mio nanismo esposto e ognuno dovrebbe viverselo a casa, soprattutto un uomo di 50 anni.

 

Quindi come farai col tour che prenderà il via il 31 ottobre?

Ci sono gli altri che suonano e quando ci sono gli altri divento la loro mamma e va tutto bene. Canto. Con loro ho una altro ruolo ma se dovessi fare questi pezzi da solo… quando li faccio a casa ancora patisco ma nel senso che volta per volta ne comprendo ancora di più l’importanza per me. Uno che scrive, che ricerca, che crea lo fa anche per sé anzi deve farlo il più delle volte per sé senza guardare tanto fuori. Il mondo esterno ti può rassicurare o far diventare frustrato, ma se uno è sincero deve partire da dentro di sé.

 

Cosa ti aspetti da questo tour?

Mi aspetto di essere contento, di ritrovarmi con gli altri nella serenità, e poi mi aspetto sempre una cosa: lo stupore di scrivere una cosa in una stanza seguendo intuizioni personali e qualcuno, non importa a che distanza, si sente in quel tipo di prospettiva. In quel momento si realizza anche senza parlare una sorta di giunzione, di carezza reciproca. E poi lo stesso stupore della prima volta e che ho ogni volta che esco di casa. Riesco a stupirmi anche del traffico cittadino. Mi viene tenerezza al pensiero che tutti noi ci creiamo dei compiti per dimenticarci del pensiero che comunque prima o poi moriremo. Non c’è niente di grottesco in questo, non penso alla morte, penso alla vita, ma pensando alla vita è inevitabile sapere che prima o poi finisce. Allora dico che la cosa migliore è cercare di amare quello che si ha nel momento in cui c’è. Secondo me la giurisdizione cattolico cristiana o mussulmana o ebraica, sono tutte necrofile, perché dicono che è nel postumo che si capisce l’importanza delle cose, è un’idiozia fantastica. Un fioraio che riesce a far crescere una bellissima orchidea non può dire “l’orchidea di due mesi era fantastica!”. Perché amiamo le cose nostalgicamente? Amiamole quando ci sono, è così semplice! Basta avere uno sguardo un po’ più attento e un po’ più ampio … perdona, flusso di coscienza (ride, ndr)

 

Una delle tracce è un omaggio a Stefan Zweig, letterato pacifista morto suicida, come mai hai scelto proprio lui per il settimo piano?

Qua c’è una suggestione anche buzzaniana. Non so se hai letto questo racconto (Sette Piani di Dino Buzzati, ndr) dove quest’uomo entra in questo ospedale all’ultimo piano e poi non capisce per quale motivo ma continua a cambiare piano fino a quando non arriva al primo e poi li purtroppo finisce senza comprendere la propria malattia. E l’aspetto saliente è proprio l’ostinazione a non capirla, con lui che si chiede “Ma perché mi hanno messo al primo piano che ieri ero al secondo? Eppure sto benissimo”. Allo stesso tempo qualcuno gli sta dicendo che è al primo piano perché non è più da secondo piano. Questa cecità nel proprio limite nel vivere, nell’esistenza è una cosa che secondo me in Stefan Zweig è presente. Settimo piano perché è l’inizio di un percorso che va verso l’essere disadattati, la follia, il sorridere a tutti ma in fondo non siamo niente e non c’è niente. O meglio è, senza avere l’importanza di essere. Per me e soltanto per me, è un’intuizione rivoluzionaria nella logica e nel respiro della mia vita. Stefan Zweig mi piace perché era un disilluso, un letterato, una persona intelligentissima con un rapporto d’amore di grande simbiosi. Costretto ad andare via per le persecuzioni naziste, arriva in Brasile. La disillusione rispetto al tipo di vita che aveva pensato, il suo immaginato e il suo reale divergono talmente tanto, che seppure in una situazione di tranquillità non riesce più a reggerla questa cosa allora scrive la “Novella degli Scacchi”, un racconto meraviglioso, lo manda ai suoi editori e poi dice a sua moglie “Perché domani mattina non la facciamo finita insieme?” Paradossalmente la vittima, Stefan Zweig, muore esattamente come il carnefice, Hitler, con Eva Braun. Stessa modalità, mi vengono i brividi. È la prima volta che arrivo alla quinta chiave di lettura di un pezzo. Questo non significa che io aspiro a quello, spesso specie gli psichiatri dicono che uno scrive una cosa a cui si aspira. Non è così però è una storia. Anche questo atto tragico comunque non è nulla. Non è altro che uno degli sketch che succedono al mondo. La guida inestricabile dice questo fondamentalmente: guardate che siamo tutti uguali e non è democrazia ma tirannia di ognuno verso se stessi, liberiamoci. Utopisticamente. Il senso è Benvegnù, liberati da Benvegnù, hai rotto i co****ni! (ride,ndr)

 

Hai una carriera di quasi vent’anni nel mercato indipendente italiano, come credi si sia evoluto secondo te?

 

Non si è evoluto! (ride, ndr) Il mercato italiano non esiste! Non esiste come niente esiste se non ci sono degli uomini dietro. Ti faccio un esempio: i ragazzi di Woodworm così come la Bigtime hanno creduto nell’idea di un uomo bislacco. Allora se l’uomo bislacco ha un’idea e non la impone, e altri uomini dicono “Perché non fare una cosa bislacca con l’uomo bislacco? Diventiamo tutti un po’ bislacchi”. Questo significa cambiare sia lo stato del’uomo bislacco ma anche magari che qualcuno a chilometri di distanza diventa anch’egli bislacco e curioso. Questa cosa cambia la prospettiva di mille persone? Cinquecento? Cinquanta? Non ha importanza, però la cambia e sono le persone che fanno le cose. Il mercato discografico non esiste in quanto tale. Sono le persone che fanno il mercato discografico e non mi riferisco ai fruitori. Fino a quando c’erano dei soldi in ballo esistevano queste persone. Fino a metà degli anni ’70 davano dieci milioni a Piero Ciampi che andava a berseli, ma glieli davano sulla fiducia. E questo per me era bellissimo, sia da parte di Piero Ciampi che si sentiva comunque libero di avere questo denaro e di vivere, perché se non vivo non scrivo, sia da parte di chi produceva Orietta Berti e dava una parte del ricavato non agli azionisti ma a Piero Ciampi. C’era questo coraggio, che ormai non c’è più da anni. Da molto prima comunque degli Scisma, degli Afterhours, dei Marlene Kuntz. Forse dal ’79. Ascolta Faust’O,Fausto Rossi, con “Hotel Plaza”, potrebbe essere un brano italiano del 2045. Secondo il mio punto di vista da quel momento in poi nessuno ha avuto coraggio e se manca coraggio non esiste impresa, non esiste mercato. Prima c’era il denaro che guidava, per cui anche producendo dei matti i soldi mi arrivano da Orietta Berti. Finiti i soldi due erano le strade. O cerchi disperatamente di fare qualcosa di coraggioso e perciò nutrire i fruitori, allevarli, avere un pensiero lungo, non creare clienti ma sodali, amici oppure come si dice a Livorno cerchi di buttarli nel “baugigi”. Loro hanno scelto di buttarli nel “baugigi” e i primi a cui questo si è ritorto contro sono loro perché non si compra nulla se non quello che vedi in televisione. Guido Ceronetti è un meraviglioso scrittore e filosofo e tra le tante cose che ho letto e che mi son piaciute c’è una cosa stupenda “Amici, le scatole parlanti che avete nelle case eliminatele” Non è quella la vita, la realtà, andate fuori nelle strade. Sono le scatole parlanti che distruggono. Poi per carità di Dio noi siamo qui per rinnovare il rituale delle scatole parlanti e anche delle scatoline parlanti (indica il mio registratore e sorride, ndr) però non è quello a cui ci si può fermare. C’è mancanza di coraggio ma in ogni campo: musicale, teatrale, cinematografico, automobilistico. Manca una visione a lungo raggio.

 

È un problema solo italiano secondo te?

Non sono così esperto di quello che succede fuori ma so che quando uno vale in Francia, in Germania va avanti. In Inghilterra c’era Petula Clark che cantava le canzoni per la middle class, c’erano i Beatles che all’inizio intrattenevano poi hanno detto sai che c’è? Adesso non faccio più concerti tanto non si sente niente e manco mi diverto. Mi metto qui e scrivo delle cose con i miei limiti. Parafrasando Pasolini quando parlava di cinema di intrattenimento e cinema d’arte, anche nella musica, intrattenimento e arte devono essere due cose diverse. Non puoi mettere insieme Tiziano Ferro e Leonard Cohen, ma per rispetto di entrambi. Sono due lavori diversi, come asfaltare una strada e farne la segnaletica, sono diversi.

Vuoi aggiungere qualcosa?

No, mi vergogno… dovrei stare più zitto. Fa molto più fico che un uomo stia zitto. È misterioso per un uomo. Ti chiedi ma avrà capito tutto o niente? Io non so nulle e perciò parlo troppo!

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