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  • Paolo Benvegnù: Le Labbra

    Paolo Benvegnù

    Data di uscita: 20-03-2008

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Le labbra, per vederti ancora

Ore 19.59: Ora, rimangono solo “Le Labbra”. Paolo Benvegnù arriva con l’album tanto atteso dopo i “Piccoli Fragilissimi Film” (2004), uno iato di quattro anni che ha visto la trilogia dei tessuti tramutarsi in una successione di piccoli assaggi. “Le Labbra” è una di quelle sensazioni dell’animo che vale tale attesa.
Le caratteristiche di Benvegnù sono intatte ed immutate nel tempo, questa volta prive della benché minima flessione. La sua voce sostiene carezze liriche, squarci nel buio, ironia istrionica, e la capacità evocativa che passa attraverso il senso delle parole. Liriche astratte, che attingono al mondo delle sensazioni troppo desiderate, e sublimate fino all’ultimo spasmo. Ma che grandinano addosso più dirette delle parole semplici. L’ensemble costruisce con lui i tessuti di un cuore musicale che infiamma le vene; che si fa sanguigno, romantico, prezioso negli arrangiamenti, affinati con la grazia dell’artista più attento al dettaglio che fa la differenza: lamenti di chitarra distorta, inquietudini di pianoforte, arpeggi rassicuranti, violini compassionevoli e violoncelli roventi. Sono undici distese emozionali che scoppiano in intensità al limite del sopportabile. Nel culminare di un ritornello killer, come quello di “La Peste”, la catarsi passa attraverso le mutevoli spontaneità dei fiati che sperimentano dissonanze armoniche, dando il tempo di accorgersi del polivalente Andrea Franchi, multistrumentista pronto a lasciare sorpresi con le sue intonate interpretazioni jazzistiche. L’arte della musica d’attesa si diffonde ne “La Schiena”, con protagonista un flauto martellante a mimesi della goccia che scava, ma poi s’incendia in un vortice d’ambizione lucido ed orchestrale.[PAGEBREAK]Ancora una volta il filo rosso sono le relazioni interpersonali che si intrecciano, si feriscono, si lacerano e poi si riuniscono; trama e ordito elastiche, fragili ma capaci di ricucirsi. Dunque sopraggiungono momenti caldi ne “Il Nemico”, dagli accordi di piano crescenti e carichi di una fiducia rassicurante. La vaghezza e l’ambiguità dell’ “Amore Santo E Blasfemo” s’instradano tra le vertigini dei vuoti ritmici, ricamati con i cromatismi contrastanti del pianoforte e col ricadere su sé stessi degli archi; l’armonia si ritrova nel finale di schegge di melodia, da far vibrare anche i polsi: E a cosa servono le parole, se siamo senza di noi. Ancora sperimentazione di spazi distorti ne “Sintesi Di Un Modello Matematico”, destabilizzazione dell’equilibrio da gustare ad occhi chiusi.
E infine “1784″, limpida, disarmata, e senza più rancore nelle infiltrazioni di luce degli accordi iniziali. Così, insolitamente tenue nella sua ispirazione altruistica, entra nella pelle nel modo più autentico, intagliata tra armonie di chitarre acustiche sottovoce, e pulsioni elettriche in salita ascensionale. Pulsioni, ovvero i vasi comunicanti di un sistema che alterna la pace di uno sguardo osservatore con l’emozione irresistibile, che trabocca davanti al sogno d’amore e scioglie i demoni. “Avvicina le labbra/Non esiste nessuno/Che non possa vederti volare”. Di Paolo Benvegnù c’è bisogno, disperato bisogno.

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