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Paolo Benvegnù: Muoviamo le Labbra, per capirci di più

Metà marzo, il sole si è svegliato e la pioggia di ieri sera è stata spazzata via dalla splendida performance dei Paolo Benvegnù, in quel di Torino (Spazio211, Torino, 15 marzo 2008). Impossibilitati per tempistiche tecniche ad effettuare l’intervista il pomeriggio del concerto (durante il quale Paolo ha presentato il disco in un noto mediastore del centro torinese), siamo dunque arrivati da Paolo in albergo, di quegli alberghi dove dormi un’ora, dove non hai tempo di effettuare il check-in, che è già ora di ripartire. I nostri sono un po’ sbattuti ad esser sinceri, stanchi dalla lunga serata torinese e dalle tante date fatte, ma sembrano contenti, soddisfatti e sorridono. Noi di Loudvision ci sentiamo di dare il massimo supporto, concludendo lo speciale a loro dedicato con questa chiacchierata. Si sono prestati ai nostri microfoni ovviamente Paolo Benvegnù (PB), autore, voce e chitarra acustica del progetto, Guglielmo Ridolfo Gagliano (GRD) al violoncello e Luca Baldini (LB), il bassista. Più che un’intervista, è stata una chiacchierata tra amici, gentilissimi e disponibili, senza imposizioni mediatiche né frasi fatte, o dichiarazioni preparate. Persone vere, per musica vera, non ci stancheremo mai di ripeterlo…

Ciao ragazzi, iniziamo parlando del concerto di ieri sera.
GRD: La serata è stata grandiosa, ci siamo divertiti e c’erano tante persone, che credo abbiano passato una bella serata. Noi, per ottimizzare il carico abbiamo fatto le 5 di mattina, con calma, e sì, ci siamo divertiti. Torino è bella!
PB: Ricordo la data di 4 anni fa al Supermarket, in cui eravamo pochissimi e abbiamo suonato di fronte a Voi, pochi appassionati sui divanetti. In questi 4 anni però, le cose sono cambiate a favore dei Paolo Benvegnù, ho notato uno spostamento quasi sociologico, grazie anche alle persone che hanno parlato bene di noi, le persone sotto i 25 anni che non guardano più la tv, ma si rifanno a internet come fonte di informazione. Quello che era il passaparola di una volta, si è velocizzato e quindi negli ultimi 3 anni, senza grandi cambiamenti, abbiamo raggiunto un bacino d’utenza più ampio, cosa che dopo tanti anni di attività è un obiettivo meritato, perché penso che il progetto meriti ascolto: è fatto con tutto l’amore del mondo. Tanti si pongono con “professionalità”, noi ci poniamo con amore e decisione, come chi pota la vite, lo fa al di là della professionalità del gesto, con amore e decisione, per arrivare al frutto. L’affluenza ai concerti dipende tantissimo ormai dal passaparola, motivo per cui noi non possiamo permetterci di sbagliare neanche una serata. Noi diamo il nostro meglio, senza blandire o irretire consensi che non meritiamo, suonando ogni sera questi pezzi, suonati con la stessa delicatezza e forza con cui si nutre un bimbo. Così le cose funzionano e crescono. È il minimo che possiamo fare per non deludervi e non deluderci.

Come è evoluta la scena da un punto di vista di locali, logistico, per suonare dal vivo in Italia?
PB: Onestamente penso che siamo ancora in provincia, una provincia che ostenta. Quando andiamo a suonare al Sud, sappiamo già che le situazioni sono disastrate, ma c’è talmente tanto calore umano dal pubblico, voglia di sentire musica, di mescolarsi con ciò che proponiamo, che ci passi sopra. Il problema arriva quando suoni al nord, paradossalmente. I promoter non ti guardano nemmeno, è capitato a Milano, a Bologna. Persone che ti conoscono, ma si girano dall’altra parte quando è il momento di scambiarsi un semplice saluto; capita di doversi noleggiare il locale per poterci suonare. Siamo al paradosso, immagina di dover pensare, comporre, scrivere dei brani, impegnarti per affrontare la fase di registrazione e poi ti trovo a dover cercare il locale, comprare un tot di biglietti e vendermeli autonomamente… Così è troppo! È una situazione che mi ricorda la gavetta in stile Emergenza Rock! Penso che le cose stiano peggiorando, ma se si lavora in vista della ricerca della bellezza e della delicatezza, tutto questo ci tocca sì, ma relativamente, anche se il guadagno di dieci date è insignificante. Facendo un rapido calcolo, la nostra paga oraria sta sotto l’Euro l’ora, che è un po’ pochino. Per farti capire, questa è la dimensione di una band a cui altre band chiedono di aprire i concerti, pensa un po’…

La Pioggia, una nuova label…
GRD: La Pioggia siamo noi! Non si tratta di una label vera e propria, quanto più una soluzione per pubblicare l’album. Occorre un distributore che lavori bene, e ce l’abbiamo. L’album l’abbiamo fatto dai soli, coi nostri tempi e i nostri mezzi, senza pressioni ed è andata bene così.

Sono passati quattro anni dal precedente “Piccoli Fragilissimi Film”, 4 anni sono tanti da un album all’altro, tanti stando alle regole della famelica industria discografica “usa&getta” di oggi almeno.
PB: Sicuramente non sono stati quattro anni buttati. Per quanto mi riguarda ho imparato a rispondere alle domande che mi stai facendo con tutta la sincerità del mondo, ho imparato a vivere, a dir le cose esattamente come stanno senza omettere la parte scomoda per gli altri, a non essere un artista che vuole piacere a tutti i costi. È la cosa più importante che ho fatto, al di là dei 15-20 dischi fatti in veste di produttore, fonico… Sono riuscito finalmente a liberarmi da quest’ansia di evitare il dolore ed evitarlo agli altri: questo non aveva senso. La vita è intrisa di dolore, inutile nasconderlo o camuffarlo e per conoscere e scegliere il bene, è fondamentale conoscere anche il male. Questo è quanto, e mi pare molto, dato che nei 39 anni precedenti non lo ho mai fatto. Questa è la crescita, la diversità; pensavo di avere una giustezza prima, ma mi sono reso conto di non aver mai vissuto veramente fino all’anno scorso. Musicalmente sia io che i miei compagni abbiamo fatto tante cose certo, in particolare, le mie esperienze di produttore mi sono piaciute molto, mi ritengo un produttore che non impone, diverso dalla media. Impongo quando c’è da farlo ovviamente, ma è a fin di bene per la band e non per mio mero gusto personale. Quanto succede, almeno in questa band, è aver la possibilità di scrivere i testi e cantarli, concentrarmi solo su quello, e non sai quanto sia bello. Io non devo far altro che cantare e lasciarmi andare, questo ovviamente grazie ai miei compagni del gruppo. Diventiamo una cosa sola, e il concerto di ieri sera ne è la prova. Paolo Benvegnù è una cosa unica, sono io, ma siamo tutti, una cosa sola. I gruppi veri sono così, a prescindere dal gusto personale sulle canzoni, ci deve essere quest’attitudine di entità unica.
[PAGEBREAK] Sono d’accordo, e si vede quando siete sul palco, è come se andaste in un’altra dimensione. La stessa scaletta risulta particolare: 7-8 brani da “Le Labbra”, poi qualcuno da “Piccoli Fragilissimi Film” e poi il delirio semi cabarettistico e la componente teatrale…
PB: La situazione cambia ogni sera, in realtà tu hai trovato un senso alle scemenze che facciamo. Noi andiamo a flusso, esattamente come quando tu scrivi, inizi piano piano, insicuro di dove andrai a parare, fino a quando scatta una scintilla che dà il via alle danze e, nel tuo caso all’articolo, nel nostro al flusso musicale di cui ti parlavo. Questo è cosa ci capita quando non abbiamo problemi tecnici. Ieri sera avremmo potuto proseguire oltre, eravamo in sintonia perfetta, ma oltre a un certo punto non ci si può spingere. Sia per noi, che per il pubblico, diverrebbe troppo faticoso. L’unico freno sono i problemi tecnici, problemi che ieri sera non abbiamo avuto.
GRD: Come avrai notato abbiamo eseguito i primi brani, quasi rispettando la scaletta del disco; sarebbe più complesso anche per noi seguire un altro percorso. Questa magia di cui parli tu, è abbastanza vera. I brani, legati anche concettualmente, sono un flusso che avanza, si evolve, cambia. E stopparli sarebbe reciderli, sarebbe fatale. Siamo riusciti a inserire solo “Cerchi nell’Acqua”, fra i nuovi brani. Poi, giunti al momento dei bis, ci si guarda e ci si dice “Ragazzi, ora facciamo i seri, non buttiamo tutto in vacca”. E poi sistematicamente, si entra noi, e al seguito una mandria di mucche, dando il via al lato più cabarettistico della serata., come tu lo hai giustamente definito. Lo si fa anche per alleggerire il tutto, la concentrazione durante i brani è altissima e particolare, una sensazione che sto avendo soprattutto con i Paolo Benvegnù.

In “Le Labbra”, ancor più che nel precedente disco, si nota la tua attenzione per i rapporti umani, le relazioni a due, così complicate e spesso fonte di dolore. Mi ha sempre stupito il lato di te che trasuda dai testi, contrapposto al tuo atteggiamento di persona e sul palco. È la tua arma per difenderti dal dolore di cui canti?

PB: In realtà questa volta le cose sono andate diversamente. Ho la fortuna di capire davvero e sentire ciò che ho scritto dopo che l’ho scritto. Sul momento in realtà sei guidato, trasportato. Pensa a quando fai l’amore in maniera assoluta, ti sarà capitato: non stai lì a pensare, è una cosa che ti prende e ti trasporta, a me capita quando scrivo, spesso. “Piccoli Fragilissimi Film” aveva una visione più oscura dei rapporti interpersonali, ma “Le Labbra” no, c’è tutta la liberazione del mondo, ha il fuoco, il fuoco che serve a mondare, a bruciare i vestiti pieni di batteri della peste e sicuramente non è come bersi una tazza di the o guardarsi una partita di cricket; è più impegnativa come cosa, ma è più viva. Ho passato troppo tempo a subire e a non viverla, ora voglio viverla, anche se significa prendermi a schiaffi, percepire il dolore. “Le Labbra” è un disco di gioia, di costruzione, un disco dove le cose vengono dette fino in fondo, per quanto non abbia detto parolacce o inveito contro il potere, termine che al solo pensiero mi fa ridere.

Una caratteristica della tua musica è l’organicità tra intenso, istrionico, recitato, lirismo puro. La musica è un tessuto organico che si fonde con i significati e cambia umore in accordo. Come nasce questo? È una volontà o soprattutto un bisogno?
PB: Vale la risposta di prima. Noi siamo così, complessi nel nostro essere semplici. Se tu prendi l’acqua, è acqua, idrogeno e ossigeno; ma se la mescoli con altri elementi chimici, si formano soluzioni più complesse. Non si può dire che l’anidride carbonica non abbia senso, ne ha uno più complesso ovviamente, magari anche distruttivo. Siamo così, i miei compagni per situazione naturale io perché sono troppo vivo per “mettermi a pensare cosa devo fare”.
GRD: non esiste una costruzione precisa, troppo organizzata. Paolo arriva con le parole e gli accordi giusti, noi come musicisti gli diamo una mano più o meno grande a seconda dei momenti, ma è ognuno che trova delle parti che già di loro sono spinte verso un certo obiettivo. Si arriva a lui, è come se fosse una calamita. Questo si chiama carisma, indole, ma anche accettazione delle idee altrui, amicizia. Quando vivi qualcosa da fan, come feci io con “Piccoli Fragilissimi Film”, è una cosa, ma quando sei coinvolto direttamente, quando sei vicino a Paolo quando per sfiga gli si incendia l’auto, per esempio, e il giorno dopo lo vedi scritto in un testo, fa effetto. Hai già vissuto parte del tutto, è come se fossi già lungo il suo cammino.

Io credo che dubbi come quelli esposti nelle domande precedenti, vengano dal fatto che purtroppo tutti, volenti o nolenti, siamo abituati a schemi molto standardizzati nelle produzioni, c’è un semplicismo allarmante nella musica.

PB: Certo, pensa che arrivano a massacrare anche il jazz, un genere che dovrebbe essere perfino libertà dalla struttura della forma canzone! La cosa terribile è che questi anomali schemi che noi seguiamo, spesso vengono percepiti come imposizioni all’ascoltatore, molti mi danno del presuntuoso. Io ci sto male, perché prima di tutto non mi conosci, non c’è nessuna presunzione nell’essere sé stessi. Noi avremo sicuramente molti problemi con “Le Labbra”, come quelli avuti con “Piccoli Fragilissimi Film”, stesso discorso per “Armstrong” degli Scisma: tutto ciò perché vuoi essere te stesso. Noi siamo un progetto destinato a essere percepito solamente quando non ci sarà più. A tal proposito mi sembra calzante l’esempio di Rino Gaetano. La percezione di lui, avendola vissuta, è che fosse lo scemo del villaggio, solo dopo la sua morte gli è stata resa giustizia. Ma quando era vivo, nessuno o pochi lo sostenevano. Penso che avremo una percezione a posteriori sul nostro progetto, anche a livello di importanza seminale di questi album, per un certo musica di tipo cantautorale in Italia. Una cosa che mi manda in bestia è che se all’estero canti e suoni la chitarra, sei un “songwriter” e sei un superfigo, se lo fai in Italia sei uno sfigato cantautore di merda!
[PAGEBREAK] Ecco, a proposito di merda, parliamo di Sanremo…
PB: quello che succede di fatto è che fino a un certo livello esiste una selezione, dopo si arriva a livelli alti, che si basano sulle vendite, sui soldi da incassare per le edizioni SIAE. Cinque serate, pre Sanremo, post Sanremo, dopo Sanremo: 15 milioni di telespettatori, ogni passaggio televisivo sono edizioni SIAE che vengono incassate. È una macchina da soldi, oltre a essere uno spettacolo di merda. Non ci si può arrabbiare con Sanremo! È come sbraitare col vecchio che va a 50 all’ora in autostrada, prima gli sbraiti ma se ci pensi, dovresti arrabbiarti con chi gli permette di guidare quando non è più in grado. Succedono cose simili anche per Miss Italia, per diventare attrice e figa e adorata dagli uomini, sembra che quel passaggio sia obbligato, è una cosa vergognosa che capita solo in Italia. Succederà sicuramente così anche in altri paesi, paesi del Terzo Mondo culturale.

Raccontateci dell’esperienza dei concerti nei salotti…

LB: tutto partì dal progetto Idraulici, dove noi andavamo a casa di amici, conoscenti, vestiti da idraulici, e facevamo finta di aggiustare, riparare le perdite, in senso metaforico ovviamente. Una bella esperienza, riuscire a suonare in qualsiasi posto, da stanzette fino a sale più grosse, tutto in acustico, con la gente seduta a terra, si creava un ambiente molto familiare, scherzosa… Seguivamo quasi una sceneggiatura, improvvisando quando si poteva. Il tutto arrivava alla gente in modo molto diretto, e la gente rispondeva con un calore umano che raramente si trova di questi tempi. Funzionava a invito, tramite myspace. Qualcuno si offriva e metteva a disposizione casa sua, raccoglieva le adesioni e si partiva. Dalla nostra non chiedevamo compensi, ma solo un metro quadrato per dormire. Ci siamo divertiti moltissimo e la cosa ci ha arricchiti come persone, senza dubbio. E poi, fondamentalmente, era un modo per non stare a casa una settimana…
PB: quello che ci spinse verso questa esperienza, è stato ritornare davvero a una televisione interattiva. Sia “Idraulici”, primo passaggio della Trilogia dell’Acqua, che “Marinai”, il secondo passaggio, sono in realtà delle storie. Se ci pensi la televisione è stato davvero il nuovo focolare; una volta c’era il vecchietto che raccontava ai bimbi storie davanti al fuoco o nella stalla. Oggi c’è bisogno di raccontare storie, la gente vuole sentirle. Nel nostro approccio c’è una parte fisica, io idraulico che vengo fisicamente a casa tua a ripararti il sifone, ma metaforicamente voglio riparare la parte più intima di te. La volontà delle persone di sentire storie è l’unico elemento di continuità degli ultimi due secoli, non si spiegherebbe altrimenti perché le persone comprano ancora i libri, alcuni di merda certo, ma altri belli, non si spiegherebbe perché tu stai facendo quello che stai facendo. Siamo tutti curiosi, e cresciamo anche grazie alle storie degli altri.

Cosa ti convince in quest’Italia?
PB: Musicalmente parlando, ripongo speranze in alcuni gruppi delle nuove generazioni e alcuni di quelle di mezzo. I miei compagni, loro malgrado, si sono trovati a suonare con un dinosauro, ma noi siamo un gruppo di mezzo. Sono dieci anni che sono sulla scena “rock” italiana, quella dei gruppi degli anni novanta, anche se una scena vera e propria, conclamata, non esiste. Ci sono tante cose molto più belle che nel passato, band meno ruffiane, io stesso ero ruffiano! Ci sono speranze valide sia sul versante anglofono, anche se ci si incanala in quello che è la cultura dominante, e questo mi fa un po’ ridere… pensare che sia vista come alternativa, quando in realtà è tutto l’opposto. Mi hanno colonizzato col rock’n’roll, e mi sento alternativo a suonare rock’n’roll, fa ridere, bisognerebbe porsi delle domande a volte. È solo una mia considerazione, l’importante è averne coscienza, mentre molte band italiane non ne hanno, sono come auto impazzite senza guidatore, o con un guidatore decapitato. Chi ha avuto la possibilità di far crescere il settore, le band che hanno avuto riscontri mediatici e di label major, che hanno avuto l’occasione di far crescere culturalmente la musica italiana, non lo hanno fatto, sedendosi sui proverbiali allori e preferendo la via più semplice, lo schema ripetuto. Tu inizi a far qualcosa per dare aria al tuo ego, che è un cane che morde e reclama attenzione, che ha fame. Ma troppo spesso nella musica, si tratta di fame di figa. Ed era lo stesso per la poesia, o la pittura nel passato; all’inizio credi e ti applichi, ma quando sei arrivato, chi ti impone di fare ulteriori sforzi? Pensa a Zampaglione, a Venditti, la scena di un certo livello di Roma… per carità, preferisco Alex Britti che, con tutti i limiti, suona almeno la chitarra egregiamente. Restano comunque realtà su cui dobbiamo riporre le speranze, parlo di Marta sui Tubi, Zen Circus, Moleskin… I limiti li stanno spostando, speriamo solo che qualcuno se ne accorga.

Una domanda conclusiva, di gruppo: a cosa non riuscireste a rinunciare, per nulla al mondo?
GRD: Sia nella musica che nella vita, non riuscirei a rinunciare a una certa comodità e rilassatezza, sia fisica che mentale. non sono fatto per vivere troppo al limite. Le cose vanno fatte e vanno dette, ma senza cercare nel cadavere quello che l’ha portato alla morte. Mi piacere stare tranquillo, in quel modo riesco a far le cose nel modo migliore, questo non significa però sedersi.
LB: Io non riesco a rinunciare alle relazioni. Fra me e la musica, fra me e i miei compagni del gruppo, fra me e gli altri. L’interscambio continuo per me è irrinunciabile.
PB: Anche per me è così. Inoltre, quello che mi sta dando noia nelle ultime due settimane è il problema alla gola. Quindi difficilmente riuscirei a rinunciare al dono della parola, se fossi muto avrei seri problemi. Non poter dire le cose come vorrei, mi limita moltissimo. Se ci fosse un problema radicale, certo ci si adatterebbe, ma così mi sembra solo di avere un limite agli orizzonti; nel tempo mi sono adattato a tutto, ma alla mia voce non riuscirei a rinunciare. Grazie di tutto e a presto!

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