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  • Paolo Benvegnù: Piccoli Fragilissimi Film

    Paolo Benvegnù

    Data di uscita: 01-01-2004

    Loudvision:
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La fibra dell’anima

La musica di Paolo Benvegnù ruota intorno ai singoli mondi individuali di ciascuno degli undici piccoli, talvolta fragili, film. Meglio ancora: episodi del carattere umano, contraddittori e venati di sfumature. “Piccoli Fragilissimi Film” è quasi un concept dell’ex-Scisma sulla tessitura dell’anima.
Non si parla di musica, ma di equilibri instabili. Non ci sono i violini, il pianoforte, la chitarra, il mellotron, ma organi musicali che rovesciano l’orecchio nell’universo di legature creato dalle armonie e, talvolta, lievi dissonanze.” Il Mare Verticale” è sangue mescolato all’acqua, un lento crescere della marea dentro, che sale fino ad intensità insondabili nella sua ricorsività. “Cerchi Nell’Acqua” contagia di accordi che trasmettono immediata felicità, incontenibile emozione che sfocia in un attimo di riflessività e semplicità nel chorus. “Io E Te”, dall’inizio esitante ed abbozzato al buio di silenzi lenti, parte in una danza che si eleva sopra l’insofferenza dei pesi instabili, e termina con irregolari saliscendi di piano a mimesi del mutare delle forme della sabbia: Io e te siamo quei venti che cambiano i deserti. “Il Sentimento Delle Cose” va oltre le regole dell’armonia e chiama la voce di Benvegnù al recitato; “Suggestionabili” grandina addosso energicamente il peso dell’ego, fino ad arrivare a quella lucidità che è coscienza ed ammissione delle regole della propria soggettività. E in coda ai drammi, alle crisi, all’uscita e superamento di tutte le dimensioni conflittuali e dolorose di un’identità in ricostruzione, quelle di un uomo che soggettivizza e per cui tutto passa attraverso senza mai scivolare addosso, arriva “Catherine”. “Catherine”, dall’erotismo desensibilizzato, che invece di voler afferrare la vita con unghie e sangue come il protagonista dei primi dieci brani, si lascia vivere ed abbandona così i sentimenti alla loro estinzione, sotto il suo vitreo sguardo semi-vigile ma distaccato persino dal corpo, imbarazzato dalla mancanza di significato di quello che avviene fuori e dentro. In risposta a quel presunto fascino che taluni idealizzano in certe formule di femminilità, distaccate ed algide, Benvegnù svela a modo suo il complesso ed amaro relativismo che guida le azioni casuali di colei alla quale non importa di restare ferma per sempre, che disprezza chi ha abusato della sua inerzia, ed è disgustata nel profondo dell’appetito altrui.
Così si chiude la serie di questi film dalla sensibilità amplificata, delineati e scanditi da una composizione non solo perfetta e prodotta in modo da risaltare il multi-cromatismo degli strumenti, ma abile nel tradurre i timbri diversi, le intensità armoniche, la grana della voce, in una sintesi emozionale che va dritta al sangue. Sangue che impazzisce, si fonde, si scalda, dentro un cervello stanco di razionalizzare oltre la percezione del sentimento e del suo manifestarsi. Ecco perché Paolo Benvegnù è, in questo capitolo della sua discografia, messaggero di una storia di decostruzione e rinascita che ha un valore di verità (La mia verità è nell’ostinazione a cercarmi a ferirmi a capirmi) soggettivamente ed individualmente enorme.

Massimiliano Monti
[PAGEBREAK] Una magia fragilissima

Capitano a volte artisti diametralmente opposti a ciò che si è soliti ascoltare e recensire. Si viene rapiti dalla loro musica così radicalmente diversa e bella; tenuti prigionieri dalle loro parole così vere, sincere, azzeccate e dolcemente storditi dalla magia della prima volta in cui la loro musica ci ha investiti, storditi dalle circostanze in cui li si è scoperti la prima volta. Paolo Benvegnù è uno di questi. L’esordio solista, “Piccoli Fragilissimi Film”, è un platter splendido, delicato, coraggioso ed arrangiato con uno stile non comune nello Stivale. Lasciatosi alle spalle l’era Scisma e superato un periodo sabbatico, in cui ha rivestito il ruolo di session-man e produttore, Benvegnù esordisce con un disco dal valore assoluto, innegabile, toccante già dal titolo. I due brani più conosciuti sono senza dubbio “Suggestionabili” e “Il Mare Verticale”, indicativi ma non esaustivi degli umori e dei numerosi sbalzi presenti in queste undici poesie. Lo stampo di massima è cantautoriale con chiare radici rock, ma non solo. Le sue parole sono delicate e fragilissime, il suo stile e l’intensità lirico-interpretativa raggiungono picchi che stupiscono e irritano, se si pensa che la maggior parte dell’attenzione mediatica continua ad esser dedicata ai Non Morti di Sanremo. Le musiche, mai prorompenti, mai troppo complesse, né offuscanti della voce, si rivelano anche loro d’assoluto spessore: musicisti come dio comanda. Ogni singola nota, suonata dall’ugola di Paolo, da un’acustica, da un violino o da un pianoforte, sembra essere al posto giusto, nonché emessa con la giusta potenza e stile. L’album non è un prodotto semplice, richiede calma, relax e molta attenzione. Non è musica immediata, fortunatamente, e come tale si rivela e si scopre col tempo; solo dopo numerosi ascolti si riuscirà a coglierne ogni elemento di valore. Rimane un nitido specchio della complessità e maturità artistica di Paolo ed è, sinceramente parlando, un ascolto emozionale ed emozionante. “Lo so che anche il bianco ha i suoi colori…”. Imperdibile.

Stefano Gaspari

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