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Paolo Benvegnù: Ritrovare le parole

Lo volevamo incontrare per chiedergli come si è sentito da cameriere. Per capire cosa c’era al termine dell’educazione sentimentale. Qualche anticipazione fresca, qualche primizia sul dopo. Paolo potrebbe sembrare un torrente in piena di parole, ma è troppo gentile per avere quel carattere di invadenza del lato violento della natura. Anzi, in quest’intervista dimostra la sua nuova armonia.

“500″ nasce come un’efficace sintesi di tutte le tue espressività maturate negli ultimi anni, da quando hai “imparato a vivere”, ad affrontare come dici tu il dolore in un nuovo modo, accettandolo e bruciandolo insieme a quello che brucia per diventare luce. So anche che “500″ è frutto di una registrazione molto spontanea. Prendiamolo da lontano. Come si è preparato tutto questo? E come lo vedi a progetto riuscito?
Ho avuto negli ultimi due anni accadimenti che potrei definire bellissimi da un lato e tormentati dall’altro. Ad un certo momento mi sono reso conto che per cinquecento giorni avevo aspettato una cosa. Cosa c’è di più incantevole e meraviglioso del sentimento che ti provoca l’attesa? Da un lato è bellissimo, consente di tenere la tua corda costantemente in tensione, fino a dare con intensità più che tutto te stesso. È il valico per passare oltre i tuoi limiti.
Dall’altra parte però si poneva un problema: quando questa attesa finalmente si scioglie, anche in positivo, che tipo di purezza posso avere per affrontare questa evoluzione con stupore? Nel momento in cui l’ho immaginata in tutte le maniere, intendo. Il giorno numero cinquecento di quest’attesa ho scritto l’ossatura di tutti i brani che hanno poi formato l’Extended Play. Andrea Franchi, proprio nello stesso periodo, aveva composto la canzone che è diventata “Superstiti”, che è esattamente il senso di come arrivare ad essere superstiti della propria immaginazione: capire le cose da esseri terreni, con realismo ma conservando sempre un po’ di poesia. Dal punto di vista della scrittura tutto si è incastrato in maniera perfetta, nel pochissimo tempo che abbiamo avuto a disposizione, ma con una dinamica coerente. Come lo vedo a progetto riuscito? Come doveva essere, perché tutto ciò che è stato è perfetto per me. E non si tratta di presunzione, ma di quel meccanismo di accettazione per cui solo dalle tue azioni puoi arrivare a saper desiderare qualcosa di meglio dopo. E per saper fare, hai dovuto imparare, e quindi accettare quello che è stato fatto prima. Anche la cosa più dolorosa che ho attraversato mi ha aiutato ad essere migliore nell’affrontare la mia esistenza con vitalità. Pensa quindi a “500″, che invece mi ha regalato tanto divertimento oltre alla crescita, ed è un ennesimo capitolo della mancanza di controllo che voglio avere sulle cose che diciamo. Quindi… meglio di così!

Allora divertiamoci! Visto che questa prima parte è interamente su “500″, mi piacerebbe andare in analisi. Ho definito “Nel Silenzio” nella nuova versione come il passaggio ad una nostalgia solare, quasi avvenente, rispetto alla sua prima incarnazione. Un commento forse da nerd della psicoacustica. Tu come l’hai rivissuta?
L’ho vissuta così! Per me “Nel Silenzio” era un pezzo pre-cognitivo, l’ho scritto fidandomi di quello che sentivo ma senza ancora sapere il perché. Poi nell’arco di questi due anni tormentati tutto ciò che mi era arrivato due anni fa e avevo scritto si è puntualmente verificato. Come dice il Maestro Marco Parente, “Le canzoni sono più avanti di noi”. Il nostro sentire comprende quello che sta per avvenire, quello che la razionalità invece ritarda perché fa fatica ad accettare. Quando la suoniamo, per certi versi, ora arriva a commuovermi più di prima dal momento che certe cose profonde, quando diventano parte del tuo vissuto, non puoi cancellarle; diventano così forti ed imponenti che ti cullano un po’. Ho capito che soltanto dopo aver provato il massimo del tormento ed il massimo dell’amore si può davvero liberare qualcuno, o qualcosa. Penso di averlo fatto.
Amare è qualcosa che non può chiudersi dentro quattro mura; si deve amare sul monte, in alto sulla cima, e viverlo senza ragione con la lucida follia di urlarlo ai quattro venti. Detto questo, non tornerei indietro su quello che è stato per nessuna ragione al mondo, e perciò la nuova versione ha quella leggerezza. Però quando la rivivo suonandola, mi dà ancora un po’ di quel pizzicore al core come dicono a Roma.

Quindi rivivere i pezzi mentre ne ripercorri i tessuti è qualcosa di assoluto?
Tutto va rapportato alla vita e riportato alla giusta dimensione. Le canzoni hanno l’importanza che hanno. Sono soggettivamente importanti; importanti per me quando mi portano ad arrivare all’espressione di qualcosa che sento attraverso gli strumenti che ho. Poi la musica serve a quello che serve: condividere, riconoscersi, superare un momento, capire e magari comprendere qualcosa di più. Qualcosa di nuovo. È già un miracolo quando una di queste cose succede, perché le canzoni di per sé sono davvero dei piccoli gesti. Sono come il lavoro di un artigiano che fa una sedia dove può stare comodo, e quando l’ha fatta ci si siede e si sente felice. Se un piccolo pensiero serve anche solo a lasciare qualcosa di positivo o di vero nell’animo di una persona, diventa un piccolo elemento che può generarne altri di importanti e questo è già un miracolo di cui essere felici.

La purezza è un crimine nel quadro dei rapporti umani di oggi? O sono diventati indispensabili gesti forti, anche metaforicamente uccidere, pur di salvare la parte migliore che ci fa, da esseri umani, dei personaggi degni della vita e dei suoi valori?
Secondo me è degno anche uccidere se il gesto è puro. Ma vorrei conoscerlo, un assassino puro. Parlo di purezza, proprio di uccidere per la carne. Noi questa cosa non la proviamo più. È impossibile parlare di purezza quando viviamo troppo veloci per poterla percepire. La purezza è un po’ un mio cruccio, nel senso che anche nei gesti più disinteressati e puri siamo prevenuti a vederci un secondo fine, e non sappiamo riconoscerla quando ci arriva. E perciò sì: va bene anche il crimine se questo crimine è puro.

Sempre in “75 Giorni”: la tensione della consapevolezza di non poter rinunciare alla Bellezza e al contempo l’impossibilità di raggiungerla, di trattenerla. Poi, la necessità di vivere gli opposti per capire il vero senso di un intero ciclo odio-amore-rimpianto. Alla fine però “tutto è possibile”.
Esatto. La bellezza è qualcosa che certamente non puoi trattenere; possibilmente puoi restituirla. E nella bellezza tutto diventa possibile. La bellezza è come il mare, bisogna averne il giusto rispetto, che è la capacità di accoglierla, di riconoscerla da tutto quello che è al di fuori del sé e dalle differenze degli altri. Diventa un vero deterrente contro i brutti pensieri. Poi, quando ti investe e la vivi nel modo più spontaneo, senti la forza altruistica di credere che tutto sia possibile. Ovviamente sono un po’ più dubbioso quando il “Tutto è possibile” viene strumentalizzato per ritagliarsi degli spazi egocentrici, o per sviluppare delle proprie frustrazioni. Ma al di là di questo io sono affascinato dall’idea pura che tutto sia possibile nella bellezza.

Ho finito l’ascolto di “500″ e mi sono tornati in mente dei versi che leggevo in gioventù: “Io crederei solo ad un dio che sapesse danzare. E quando vidi il mio diavolo, lo trovai serio, esatto, profondo e solenne. Era lo spirito della gravità, per lui precipitano tutte le cose: non si uccide con l’ira, ma con il sorriso. Su, uccidiamo lo spirito di gravità! Ora sono leggero, ora volo, ora mi vedo sotto di me, ora è un dio che si serve di me per danzare.
Sono d’accordissimo! Una volta esaurito il compito della sopravvivenza, del procacciarsi il cibo, tutta la vita consiste nello sgravarsi dei pesi, di questo spirito di gravità. In altri contesti questa si chiama la ricerca, sana o insana, della felicità. Entrandoci veramente, andando fino in fondo e cercando ciò che è oltre e aldilà. È da lì che cominci a vivere e a provare tutta quella leggerezza che è intensa e che è allo stesso tempo la vita. È proprio questo che non vedo l’ora di raccontare nella musica che scriverò, cercando di condensare e ridurre le parole.
[PAGEBREAK] Questo è il culmine del significato di quello che abbiamo ascoltato fino a “500″?
Esatto. È la fine del periodo di educazione sentimentale. Ho finito quella fase del percorso, e non perché non ci sia ancora da imparare, dopo. Parlo dell’educazione basilare del sentire, dell’arrivare nella profondità ultima dei preliminari alla vita. A quel punto puoi iniziare a esistere, a vivere secondo il tuo sentire. Però per arrivare a questo devi imparare, ed è stato il percorso di tutti questi anni.

Vogliamo essere certi di aver capito. Sei pronto a vivere, cioè?
Sono finalmente pazzo e sono felice di questo. Finalmente, cazzarola americana! (Risate, NdR)

In “Marzo 13″ c’è un viaggio, una distanza (ventisei chilometri), sangue, e i segni del tempo che scompaiono per paura di far male. Si parla quindi di quelle esperienze di viaggio che segnano, che tracciano cicatrici come verità dentro la propria esperienza di vita?
Sì. In realtà poi la vera ossessione di quel brano è la situazione di cui parlavo prima: l’amore astruso che non viene vissuto in piena libertà, che viene vissuto solo tra quattro mura. L’amore è un sentimento liberato, per esseri umani liberi; questo è il più grande problema dell’uomo, l’essere imbrigliato. Perché per essere liberi bisogna essere stati da soli ad affrontare sé stessi, la propria storia, e le proprie paure compresa quella della solitudine. Poi è necessario uscire dalla propria solitudine, non concedersi alla falsa lusinga di accettarsi passivamente. Da lì puoi apprezzare l’unione e quindi l’armonia e finalmente puoi fare tutto, puoi fare dei figli, puoi vivere l’Amore, puoi fotografare le aquile sulle Dolomiti; tutto il resto viene prima, ed è un’educazione a questa libertà.

Parliamo dei “Superstiti”, quelli per cui esistere è l’unica via di fuga matematica. E un’altra cosa a te cara: i “Superstiti” sono quelle persone la cui nudità è svestita a tal punto che i gesti vengono prima delle parole. È giusto?
Sì, ma anche lì ci vuole tanta sanità/follia. Tu senti quanto siamo attaccati alle parole. Lo senti, perché le abbiamo usate per tutta la nostra conversazione, alla ricerca di quelle migliori che esprimessero le tue domande e i miei concetti. Io sono ancora molto legato alla pienezza, alla pietra angolare della parola. Nelle mie canzoni quello che vorrei fare è riuscire a veicolare i significati attraverso la sola musica; così come nel mio percorso umano mi piacerebbe stare molto di più in silenzio e diventare solo gesto. L’amore o l’affetto passano naturalmente attraverso la sola carezza, senza fare un giro di parole in più. Con “Superstiti” Andrea ha scritto una canzone sublime che finalmente mi ha fatto cantare da anziano, da “voce della vita che parla”, senza il peso addosso di ogni frase.

“Le Labbra” è stato un capitolo talmente importante che ancora adesso riecheggia la sua sanguigna verità. Ci sono degli episodi poco esplorati, forse per meglio custodirli nel loro splendore. Parliamo di “1784″ per esempio. Lo sapevi che nello stesso anno veniva brevettata la locomotiva a vapore?
Ma dai? Questo è interessante. Il riferimento che intendevo io è all’anno Goethe ha scritto “Viaggio In Italia”. In quel viaggio, nella naturalezza che l’Italia offriva alla vita, lui riprende il gusto e sperimenta il fiorire delle cose, le impressioni della gente, il vero amore fisico. Nella dimensione della lentezza riusciva a tornare a dipingere e a scrivere. È simbolicamente interessante che proprio in quel momento uno strumento che introduce il concetto di velocità come la locomotiva, faccia il suo ingresso nella storia! Nel brano poi mi piace l’intuizione delle cose “difficili da imparare”. Io diffido sempre delle cose troppo semplici: imparare è una cosa che richiede attenzione. Perché alla fine devi smettere di imparare, il fine della vita è essere senza alcuna fatica. Per riuscire ad essere devi però prima imparare, e questo implica sicuramente affrontare molta fatica e qualche difficoltà.

Sei un pesce combattente?
(Risate, ndr) Sì, lo sono stato. Ora sono un pesce che ha combattuto già fin troppe battaglie, però mi sono piaciute due caratteristiche di questo animale: una è l’aggressività classica e naturale che ha persino verso sé stesso, verso la sua immagine specchiata. L’altra è che si accoppia ogni tanto quando le acque sono più calde. Rappresenta la speranza di trovare un clima un po’ più caldo ed eventualmente… accoppiarmi, che non sarebbe neanche male! (Risate, ndr)

Il pesce combattente è reale? Ne avete uno vero con voi?
Sì! È stato combattente nel vero senso della parola perché ha combattuto per vivere durante tutta la tournèe di “Camerieri” prima dell’uscita di “500″. Tuttora è vivo e sta benissimo in una località di Città di Castello che si chiama Pesci D’oro, quindi meglio di così…

Parliamo un attimo de “Il Paese È Reale”. Parliamo un po’ di questo progetto e di come vorresti – al di là de “Il Paese È Reale” – che cambiasse il rapporto dei fruitori con la musica.
Il rapporto tra fruitori e pubblico è già perfetto così. C’è un pubblico per ogni cosa, anche per noi indipendenti. Il problema è che, un po’ per caso, un po’ per mancanza di intelligenza, sia il programma di governo degli ultimi trent’anni nei confronti dell’individuo e della cultura, sia l’azione dei veri dirigenti dell’industria che lavora dietro ed ai fianchi della cultura, hanno prodotto una morfina ed agito sotto di essa, creando una sacca di idiozia che è frustrante per ogni mente fresca o pura. E quello che non perdono in questo sistema è la volontà di soffocare la consapevolezza dell’individuo e dirottare altrove la concentrazione su sé stessi che l’individuo deve avere. Nel merito de “Il Paese È Reale”, gli Afterhours hanno avuto un’opportunità molto grande che hanno voluto condividere; del resto Manuel non è per nulla nuovo a gesti simili, come ricordano tutti coloro che sono stati ad una edizione del Tora! Tora!, un altro progetto che aveva a cuore lo sviluppo di questa scena. Il pezzo era tra quelli composti nel periodo di “500″ e abbiamo cercato di ultimarlo nel minor tempo possibile e con tutto l’amore possibile affinché potesse essere incluso nella raccolta.

Ho trovato formidabili i riferimenti a Coleridge nel video de “Il Nemico”.
È strano perché io li conosco ma non ne ho del tutto afferrato il senso, e non è la prima cosa che associo al video quando ci penso. Permettimi di dire che per me il significato di quel video sta soprattutto nel ricordo di quello che ho provato mentre lo giravo. Quando cantavo tutto il mio amore assoluto a squarciagola sulla prua della nave, liberandomi ogni cosa e sentendo davvero il mare e tutti i colori che potevo vedere. Quello è stato per me, in quel momento della mia vita, importante e bello al punto che sarei potuto durare anche cinquant’anni in quello stato.

Abbiamo davvero finito adesso. Ci rivedremo presto?
Ma spero di sì, magari sulla prua di una nave!

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