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Paolo Benvegnù: Tutto è cambiato. Di nuovo.

L’ultima volta avevamo tentato di capire cosa ci sarebbe stato al termine dell’educazione sentimentale. Paolo ci ha sorpreso un po’ tutti con un lavoro maiuscolo, di assimilazione difficile anche per chi era abituato ad avere “Le Labbra” o “500” nelle proprie corde: “Hermann”. E dopo diversi ascolti si può essere all’unanimità d’accordo su una premessa: che un artista in grado di mettere alla prova, di pretendere il giusto impegno anche dal suo ascoltatore più affezionato, è un vero Artista.

La matematica ci dice che più o meno per arrivare a “Hermann” ci sono voluti altri 500 giorni, 500 giorni dall’episodio di chiusura dell’educazione sentimentale. Ci avevi annunciato che da quel momento sarebbe iniziato un percorso diverso. Un percorso di chi inizia a vivere. Secondo te cosa è cambiato del vostro bisogno di scrivere musica in quest’anno di incubazione?
È cambiato tutto… Ovvero nulla è cambiato. Nel senso che è cambiata la comprensione rispetto a ciò che è sempre stato… Come vedi, non c’è nulla di artistico, in questo. C’è qualcosa di umano, invece, che è ciò al quale io ed i miei sodali cerchiamo di tendere. Nulla di più. Io ti ringrazio moltissimo per le tue parole, ma l’Arte, davvero, è altra cosa.

Prima di entrare nel vivo del nuovo disco, mi sono soffermato su quella spiegazione che vuole “Hermann” come il mistero del principio femminile dentro quello maschile, come “Lei in lui”. Secondo la vostra sensibilità si tratta di un ciclo? dove ciascuno è il punto di partenza o l’epilogo dell’altro, senza mai incontrarsi, senza ipotesi di parallelismo o simmetria?
Non penso che sia un ciclo. È invece un dato di fatto evidente che il femminile contenga, e comprenda, il maschile. Non fosse altro che per la nascita, per il sangue, per la discendenza. Il femminile è il punto di partenza e l’arrivo. Anche se non esistono, questi punti, nello spazio o nel tempo. E l’incontro, invece, esiste. E si manifesta nello scontro, nell’amore, nel greve più totale, nella leggerezza fantastica. È tutto un Miracolo, che gli uomini non riescono a sopportare. Ma l’incontro esiste: nei gesti inconsci, nella Tensione o nell’Indifferenza, come i fiori che crescono ai bordi delle autostrade. E Questa, questa solo, è Arte. Il resto è coreografia.

Mi ricordo una nota viva della tua riflessione dei tempi di “Le Labbra”. Parlavi del modo in cui il linguaggio fosse una sofisticazione dei gesti, alla cui purezza era indispensabile ritornare. Mi davi una critica costruttiva di “Piccoli Fragilissimi Film”, capitolo per cui molti ti sono riconoscenti ma che vedevi in quegli anni come un’espressione di una sensibilità ancora non perfettamente felice e troppo determinata in qualche giudizio, sebbene in buona fede. La sensazione in “Hermann” è che dopo l’educarsi sentimentalmente al significato dei gesti, la fiducia nella parola sia ritornata. Per comunicare qualcosa di nuovo, senza spiegare, senza prendere posizioni verticali. Da parte dei Paolo Benvegnù è stato un atto cosciente, o vi ci siete trovati a fare i conti? E soprattutto, qual è il vostro attuale rapporto con la comunicazione verbale dentro una canzone?
Parlerei di un’incoerente Atto di Coscienza. Costato anni di smarcamenti e di intuizioni nel Bordeggiare gli Abissi e nell’idiota tentativo di sedurre gli Astri. La Canzone succede, come succede una sbucciatura, un innamoramento, la cassa integrazione di una fabbrica. Ma il Vero Movimento è sotto i Nostri piedi, ed al di sopra della nostra intelligenza fatta di modelli matematici e di previsioni antichissime o prossime. Al di sopra della nostra comprensione e di Dio come Feticcio. È nel sacro delle Nostre mani, così casualmente simili ad una cascata o ad un ghiacciaio. Intuìto ciò, c’è solo il Fallimento di Descrizione. Bellissimo, Spossante, Apocalittico, Consolante. Le Canzoni succedono e devono fare il loro movimento. Come l’acqua. Deliziosa e Terribile.

“Hermann” rivela sé stesso come il cammino dell’adolescente e poi dell’adulto uomo che si confronta col mito, con cosmogonie di valori e figure mitologiche che hanno creato nel bene o nel male un rapporto tra la persona contemporanea ed i suoi modelli di riferimento. Proprio nel meccanismo di “specchiarsi” hai delineato una figura mitologica che spesso associ alle debolezze umane: Narciso. Secondo te che cos’è il narcisismo dell’uomo nella selva della vita di oggi? Che cosa di Narciso è positivo e può salvarci e che cosa di Narciso può dannare o rendere ciechi?
… Rendere ciechi è una Fortuna. Se si è così attenti da temere la Vista. Narciso può essere il primo passo di un’autodeterminazione. Poi bisogna spogliarsene. Così diviene davvero sensibilmente utile. Se ci si perde, invece, nella contemplazione delle multiple possibilità, nell’uccisione, nell’orgoglio, nella speranza, allora l’intuizione narcisistica è inutile e dannosa. Ma è così, e non esiste saggezza che possa salvare da questo. Il Bene, il Male, sono la stessa cosa, in Assoluto. Poi, tutto dipende dal Segno. E dal Senso.

Il disco si offre come la colonna sonora di un film ancora mai girato. Di solito una colonna sonora veste il linguaggio dei gesti, delle inquadrature, delle scelte dei soggetti. “Hermann” ha una banda più larga di quanto ci si attenda da un disco: soggetti, inquadrature, suggestioni trovano spazio su testi che sanno andare oltre lo scritto e comunicare tutto questo. È il cinema che si evolve in musica secondo te? È possibile un punto di contatto tra musica ed immaginazione che renda la prima un’arte più completa e partecipativa del cinema?
Immaginare diventa musica e diventa cinema, letteratura, architettura, può trasformarsi persino in prodotti cosmetici… Immaginare è chiudere gli occhi per Sentire, aprirli per vedere il Mondo e giocare. Sì, è possibile. Pensa: la musica del passo lungo di chi ami, le risse da pensiero brevissimo nei bar di provincia, le visioni pastorali di alcune sinfonie di Mozart o l’azzardo degli uccelli delle fughe di Bach… è tutto così chiaro… ed è tutto così simile, e bagnato, e coerente, e difforme. Tutto è della stessa specie. Specialmente gli uomini e ciò che gli uomini fanno.

Molto dell’effetto cinema è dovuto all’ottimo concept fotografico che ha affiancato il progetto in tutta la sua realizzazione. Dicci qualcosa di veramente peculiare che ancora nessuno sa del lavoro di Mauro Talamonti
È importante sapere che la Forza è nella Debolezza e che la Visione parte dal Buio. Mauro e Francesco, e tutto lo staff di Capicoia sono tutto questo. Il Mistero rivelato in un istante, e continuamente cangiante. Dionisiaco e simmetrico. E poi, sono davvero i loro occhi. Gli occhi di un Dio antichissimo. Soave e Terribile. Bevente vino e contemporaneamente onnisciente. Capisci, la fortuna mia e dei Benvegnù?

La peculiarità che dà un ulteriore taglio cinematografico è che ogni canzone delinea un setting, come all’inizio della scena di un copione. Questo pone l’ascoltatore nella mentalità e nel ruolo di poter essere il potenziale attore nella scena. È il risultato di immedesimazione voluto come punto di vista per assimilare “Hermann”?
Sì… È un’avviso ai naviganti. Di prospettiva e di Orizzonte…

Molto spesso i setting hanno un carattere cosmopolita: Sud America, Stati Uniti, Egitto, Siria…, i riferimenti cronologici sono spesso distanti tra loro, talvolta così remoti da lasciare il pensiero abbandonarsi ai colossali recessi di memoria rarefatta di un’umanità quasi estinta. Altre volte ci sono date e luoghi di storia recente. Alcuni riferimenti spazio-temporali sono addirittura univoci e rivolti al futuro, come la canzone finale di Alberto Franchi. Come li hai/avete scelti? Ecco un buon esempio per cui non puoi rispondermi “Li abbiamo scelti a caso”. “Il Pianeta Perfetto”: il secondo riferimento è “Esterno Giorno, Egitto, sponda destra del Nilo, 1223 A.C.”. Il 1223 A.C. era l’ultimo anno del decennio di reggenza del faraone Merneptah, noto perché sotto il suo regno dovrebbe essere avvenuto l’esodo degli ebrei d’Egitto e perché Mosè dovrebbe essere quindi vissuto in quegli anni. Ecco che, fatalità, il brano successivo si intitola “Moses”…
Mi commuove… Vedi? Sono così umano… l’esattezza della tua percezione. Oggi, le tue domande sono il Regalo più grande che hai fatto a un bambino. Ti ringrazio. Da questa domanda puoi evincere chi ha pensato le collocazioni temporali. il perché, lo sai.
[PAGEBREAK] Noi crediamo nelle tue parole, lo abbiamo sempre fatto, quindi la smettiamo adesso con tutte queste dietrologie (ci serviva solo per dare al lettore una pacca d’incoraggiamento: cercate… e godete di scoprire dentro la natura di ciò che vi piace) ed addentriamoci nelle canzoni. “Il Pianeta Perfetto” ha armonia e gran respiro. Ma quale aiuto può bastare per distinguere il tempo perso da quello vissuto? Un singolo gesto di lucidità potrebbe sembrare sufficiente, invece nelle tue parole si intuisce qualcosa di più…
Ah… Mai credere alle parole di uno stolto: il poeta è fingitore, astuto, eccetera eccetera. A parte gli scherzi, il brano è di Guglielmo. E lui penso si riferisse alla lucidità, alla concentrazione. Io penso che l’aiuto sia invece la Resa. Quella dei cani che fiutano il vento. Perciò sì. È altro, non necessariamente di più.

In “Moses” ci sembra di leggere una chiave importante del disco: il mito dell’uomo che viaggia, che conquista, che arriva a desiderare così tanto il proprio obiettivo da arrivare all’insensata distruzione. Gli uomini che vivono per una “verticale ascesa”, il loro rapporto con il potere, fino a diventare un’involuzione dell’uomo stesso: infliggere regole, distruggere per conquistare o ricostruire. Ma soprattutto c’è la sensazione che l’uomo in questa canzone veda questa pulsione come una necessità invece che una scelta. Perché sentirsi vivi costa. Se fosse corretto interpretare così il testo, quanto è costata alla Terra di oggi questa necessità dell’uomo?
La Terra è come Roma… L’universo stesso.. Fagocita… Rimarrà di noi molto meno del Tirannosauro… Io penso che gli uomini avrebbero potuto vivere meglio, con meno assilli, fermandosi al 1930. Il resto è Coca cola e Vasco Rossi.

L’Amore è lontano dalle nuvole e vicino al mare. Però in “Achab In New York” il protagonista è legato alla Terra ed alla Terra mai si slegherebbe. È questo il rapporto umano con l’Amore? Un rapporto remoto dove per errore si guarda in alto (alle nuvole) per cercare quell’amore che si trova invece nell’incontro tra terra e mare, troppo spesso non riconosciuto?
L’Amore è ovunque e ci parla. Alcuni uomini lo videro perfino in Adolf Hitler. Io sono troppo poco, per sapere dove si trovi esattamente l’Amore. Ma forse il Mare, Creatore ed Abissale, ne racchiude di più. Per questo lo agogno e lo venero.

Nella bellissima “Avanzate, Ascoltate” dai del Voi all’Anima. È una scelta di distacco o celebrativa? Ci sono molti concetti che apparentemente non filano con il Benvegnù che conoscevamo: la speranza, che spesso nella letteratura romantica è quel drive che porta la persona ad oltrepassare i limiti di ciò che è, la definite come qualcosa che serve solo a lamentare il limite ed a comprare i sogni. C’è bisogno di una risolutezza diversa rispetto alla speranza per arrivare al “vero amore”?
La Speranza è il settimo cavalleggero che non arriva in un film di John Ford. La Speranza è il non arrendersi. Io penso che invece tutto sia Resa. E forse è per me un Dogma per aggrapparmi ad un margine. Ma è come credere all’Uomo Ragno o a Ramses. Eppure tutto è in Noi. E tutto ci parla. Che sia Dolore o Gioia. E articolo queste Forze con il Voi, sì, per Rispetto. E per difendermi da coloro che negano ogni sacro ed ogni esistenza.

Mi ha colpito una riga di “Johnnie & Jane”, storia che sembra lineare fino al gesto eroico finale: lui, seppure stremato, la mette sul cavallo bianco. È il riflesso di questi anni bui? I sentimenti nobili costano e sfiniscono?
È Italo Calvino, “Lezioni Americane”. La Salvezza, il Riscatto, arrivano da sempre attraverso il volo… Ma è Fiction… I Sentimenti non sfiniscono mai, invece. Finché rimangono esattamente in Noi.

Ricorrere agli immaginari primitivi o quasi fiabeschi, quale la selva, oppure alla mitologia: se lo dovessi ascrivere ad un semplice strumento narrativo, quale utilità ha per raccontare il tuo punto di vista? Che cosa rappresentano secondo te gli archetipi, nell’immaginario e nel vissuto di una persona di oggi?
Dovrebbero rappresentare il nostro punto di inizio fuga. Ma quando vengono non compresi e dimenticati, ecco che diventano Noia. Tra un centinaio d’anni, chi ci sarà dovrà affrontarli di nuovo. E io per fortuna non ci sarò. Nulla è più agghiacciante di una Profezia di Cassandra, se non la stessa Profezia che si avvera. Buona Fortuna…

“Hermann” non teme spoiler: il finale è individuale, perché il finale di “Hermann” il film è il rapporto tra noi stessi e il riflesso del sé che rimane impresso dopo essersi confrontati con i suoi temi. Possiamo allora dire, senza rivelare alcunché, che probabilmente “Hermann” è la purezza bambina sporca del sangue adulto del compromesso e della dannazione? Che “Hermann” in fondo non è nessuna storia semplice, incasellabile in facili polarità di bene/male, che “Hermann” è sia vittima sia carnefice, sia sognatore sia uomo folle, a volte creatore e a volte distruttore?
È così, non c’è nessuna morale. “Hermann” è solo una Soggettiva storica. È perciò l’uomo Secondo Stato. È e fa di tutto, MA soprattutto è Vittima e carnefice. MA poi si arrende e…

Andiamo ai Paolo Benvegnù. Notiamo che la famiglia si è allargata. Oggi compaiono come stabili anche Michele Pazzaglia che aveva già collaborato nei dischi precedenti, Simon Chiappelli e Filippo Brilli. Accompagneranno. Li ritroveremo anche in tour? Quali elementi hanno saputo portare ai Paolo Benvegnù di oggi?
Per Grazia e Fortuna tutti questi meravigliosi gaglioffi saranno in giro con Noi. Questo è molto consolante e Bellissimo… Fossi da solo, resterei a casa, da dove stiamo comunicando. E speriamo che tra un anno cambino il cantante, pesante ed insopportabile… (risate, n.d.R.)

Due anni di assenza dalla scena meritano due domande one louder. Vediamo intanto questa. Dopo aver saputo che Roberto Angelini, tuo compagno di compilation su “Il Paese È Reale” ha composto un brano per Emma Marrone, non hai sentito l’immediata pulsione di comporre una canzone sincopata per Giusy Ferreri, non fosse altro per restituirle il favore della reciproca stima regalandole qualcosa di più adatto a lei?
(risate, n.d.R.) No, io non lo farò. Roberto, però è bravo. E tutto ciò che fa lo dona con Grazia. Magari incontrerò il brano suddetto in qualche viaggio notturno. Sentirò, Vi ringrazio per la suggestione.

Elegante… vediamo come te la cavi con questa. Quando hai deciso che il lungo percorso era arrivato ad una conclusione, che l’educazione sentimentale era finita: invece che scegliere la strada dura di impegnarti a vivere, non era meglio aprire un master in educazione sentimentale e continuare a guadagnare con i soldi degli iscritti al corso? Gli italiani, in fondo, non fanno sempre così?
Secondo sorriso… L’educazione sentimentale non finisce mai. Scoprendo così che sono un bugiardo… Credete che gli italiani possano credere ad un bugiardo? Spero sorridiate, visti i tempi…

Concludiamo proprio con un sorriso. Saranno in tanti a vedere “Hermann” dal vivo. Molti naviganti che avranno raccolto questi avvisi. Ognuno con le proprie risposte di fronte ad un disco così capace di porre domande personali senza mai dismettere il suo tono universale.

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