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Paolo Nutini al Rock in Roma 2014, report live e scaletta

A soli due anni dall’ultimo tour italiano, Paolo Nutini è tornato ad esibirsi nel nostro Paese: sabato 19 luglio, al Rock in Roma 2014, 6.500 persone hanno trascorso due intense ore col giovane cantante scozzese, che parrebbe aver nuovamente colto nel segno. L’uso del condizionale è voluto,  perché qualche minima riserva c’è stata.

 

Ad aprire la serata, un gruppo rock britannico, The Rainband: dopo Genova e Padova, anche il pubblico di Roma ha potuto apprezzare lo stile di questi 4 ragazzi di Manchester che hanno cominciato a scaldare l’atmosfera con pezzi energici, seppure inevitabilmente la maggior parte del pubblico (inclusa, ahimé, la persone che scrive) è giunta in tempo solo per le ultime canzoni del supporting act. A giudicare dall’apprezzamento del pubblico alla fine della loro esibizione, sono piaciuti molto.

Alle 22 entra in scena lo scozzese col nome più italiano di sempre, e prima ancora di qualsiasi interazione col pubblico si lancia nelle prime due canzoni della scaletta, esordendo con ritmo: “Scream” e con “Let Me Down Easy”. Una cosa è chiara fin da subito, e diventa sempre più lampante fino alla fine della serata: dal vivo Nutini non è esattamente come ce lo si aspetta. O meglio,  non lo è se ci si basa esclusivamente sull’ascolto degli album da studio.
Nei suoi tre dischi c’è sempre stata una manifesta influenza di stili del passato (boogie, soul, funk, folk, il rock anni ’70 quelli più evidenti ), e uno di questi predominava in ciascun lavoro, a segnare un’evoluzione costante dell’artista che sarebbe riduttivo bollare come “pop rock”. Dal vivo, però, ogni singolo pezzo è molto più infuso di rock, tanto che sulle prime si fa quasi fatica a riconoscere la traccia.. insomma quella distinzione netta che esiste nell’ascolto dell’album sfuma nel live, dove l’atmosfera dell’esibizione dal vivo infonde di sé ogni momento. Con questo non si può tacciare il cantautore di aver appiattito la sua discografia finora, anzi, non sarebbe peregrino dire che le abbia dato una nuova vita: ogni notte un accento diverso, persino la scaletta non è esattamente uguale di data in data… eppure una certa uniformità c’è, e questo potrebbe dispiacere un po’ (si,  eccola la riserva, molto personale e forse poco condivisa, ma non so perdonargli una “Pencil Full Of Lead” che manchi della leggera spensieratezza dell’arrangiamento originale, e considerando ciò, forse è meglio che non abbia rivisitato anche “New Shoes”).

 

Ad ogni modo,  la presenza di Paolo Nutini è innegabile, supportato da una band perfettamente in forma non si è risparmiato e per due ore ha cantato con quella sua voce così inconfondibile, un range invidiabile che gli permette di saltare da toni baritonali e falsetto a urla stridule (mai deboli) degne di un James Brown; insomma una performance vocale sempre partecipe,  mai vacillante,  che ha retto senza sforzo apparente fino alla fine, in quello che forse è stato il momento più bello (guarda la fotogallery del concerto di Paolo Nutini).

 

Se infatti per tutto il tempo la folla di giovani e coppie è rimasta ammaliata dal performer, complice anche l’essenziale ma piuttosto efficace combinazione del gioco di luci e il fumo che ammantavano il ventisettenne di Paisley, e molti ballavano in gruppi o in coppie, soprattutto nelle frange esterne del pubblico (mentre diversi ragazzi e qualche padre non proprio altrettanto rapito si rifocillavano negli stand), Paolo Nutini è perlopiù rimasto al suo posto, vicino al microfono, con o senza chitarra acustica, occasionalmente sporgendosi fino al bordo del palco o camminando verso le ali, e interagendo ogni tanto per ringraziare gli astanti (con un adorabile italiano all’inizio e poi con un inglese poco marcato dall’accento del paese d’origine). Non aveva bisogno di muoversi molto, era concentrato, capace di attirare l’attenzione e infiammare gli spiriti anche solo allargando le braccia (o almeno così indicherebbero le urla che riceveva puntualmente dal pubblico), e nei momenti in cui suonava lui stesso, o nei quali il volume assordante di certe canzoni lasciava lo spazio alle ballad più contemplative (le bellissime “Better Man”, “Diana”), il concerto guadagnava quell’intimità che in arene gremite e polverose come l’ippodromo sono prerogativa delle performance migliori.


Ecco perchè la sequenza finale dell’encore è stata certamente la più bella: Paolo Nutini e la sua chitarra, la band che accompagna discretamente per poi lasciarlo solo sul palco sulle note finali. Lì ha dato il meglio di sè, la voce stentorea,piena di sentimento ha eseguito con toccante intensità “Growing Up Beside You”, “Candy” (introdotta da qualche nota di Caruso, video che certamente troverete su YouTube e merita di sicuro) e il suo primo grande successo, di ormai otto anni fa, “Last Request”. Anche sul finire le canzoni sono riarrangiate, la sua voce emozionata si spezza qui e là ma non manca mai, una bellissima certezza fino alla fine, quando salutando tutti col sorriso un po’ sghembo sul volto attraente percorre il palco fino a scomparire dietro le quinte, lasciando tutti (piuttosto) soddisfatti della serata.

 

Scaletta

SCREAM

LET ME DOWN EASY

ALLOWAY GROOVE

COMING UP EASY

LOOKING FOR SOMETHING

JENNY DON’T BE HASTY

BETTER MAN

DIANA

FUNKY CIGARETTE

RECOVER

TRICKS OF THE TRADE

ONE DAY

CHERRY BLOSSOM

PENCIL FULL OF LEAD

NO OTHER WAY

IRON SKY

GROWING UP EASY

CARUSO

CANDY

LAST REQUEST

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