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  • Paradise Lost: Paradise Lost

    Paradise Lost

    Data di uscita: 13-03-2005

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Ritorno all’austerità

Diciassette anni di carriera per i sedicenti inventori del genere conosciuto come Gothic metal, contemporanei degli Anathema e dei My Dying Bride e unici ad aver deviato dal metal in senso stretto dal 1997, dopo l’album di successo di due anni prima, per la Music For Nations, “Draconian Times”. A cui in parte, questo “Paradise Lost” (che, con il titolo eponimo del gruppo, in qualche modo suggerisce un ritorno a qualche origine, invertendo i termini di quel primo album che diede inizio a tutto, “Lost Paradise”) si riallaccia. Dopo gli episodi influenzati da un sound à la Sister Of Mercy, dopo le incursioni elettroniche à la Depeche Mode (missione fallita, i tedeschi sono un caso irripetibile) in “Host”, c’è un ritorno alle chitarre e a un sound più classico, con archi e pianoforte a sostegno atmosferico. Niente di gothic, niente di metal, stiamo parlando di una sofisticata soluzione di hard rock, come già accaduto per “Symbol Of Life”.
I Paradise Lost si ricordano ancora come si fa a fabbricare il pathos, e lo dimostrano nella prima “Don’t Belong” azzeccando nelle linee vocali quel groove di un tempo, ruvido e malinconico, e alternando parti semiacustiche con un ritornello sorretto da armonie di chitarra familiari al vecchio stile di Gregor MacKintosh. Qualche eco delle ritmiche heavy è udibile in “Close Your Eyes”, mentre maggiore sperimentazione è concessa a “Grey”, tra voce effettata, chitarra defilata a ruolo di ricamo, ritmica di basso-batteria dominanti e ritornello disteso con una vaga vena nostalgica. Anche “Redshift” propone dei momenti interessanti, con l’estrema e ricercata melodicità del refrain e con le tonalità cariche del chorus, le quali mostrano ancora più il mestiere piuttosto che l’anima del gruppo.[PAGEBREAK]La sincopata “Sun Fading” arriva finalmente a mostrare i chiari limiti della formazione di Halifax, alla ricerca di un’evocatività non chiamata con voce sufficientemente forte, accontentandosi della forma: preziosismi di chitarra, stop atmosferici, partenze ritmiche heavy, e poi invece che in un culminare di tensione si imprigiona dentro prevedibili schemi e modulazioni vocali ormai di repertorio. Nick Holmes, senza convincere, arriva saltuariamente a ripetere quell’esecuzione aggressiva e ruvida di “Draconian Times”, arrivando in qualche modo a non suonare più troppo simile a James Hitfield. Eppure, nonostante la trovata personalità vocale, non riesce a lasciare il segno mettendo in netta preferenza il suo stile pulito. Mentre il prodotto musicale, ben suonato e arrangiato con perizia, di rado riesce anche a sollevare il velo sull’emotività.
E così, in modo un po’ troppo insipido ma con stile, il disco scivola piacevolmente. Si rimane perplessi per una strana mancanza di personalità o mutilazione di identità da parte di un gruppo con una simile carriera e che oggi sembra più intenzionato a dare lezioni di musica. Le migrazioni di generi non fanno per tutti, specialmente per chi non ha mai avuto una serena vocazione per l’ecletticismo, e si dedica ad esplorazioni per mera leziosità. Sul mestiere, invece, non si discute. I Paradise Lost ci sanno fare, ma questo lo si dà già per assodato.

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