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Parigi criminale

«Cédric Melon e Denis Brusseaux, i due giovani sceneggiatori, erano rimasti affascinati dal mio “Romanzo criminale” e mi hanno voluto alla regia»: Michele Placido parla di “Il cecchino” (“Le guetteur”) con il distacco e il pragmatismo richiesti da un (buon) lavoro su commissione.

«Un film del genere — continua Placido —, con scene d’azione così articolate in Italia non si potrebbe girare, non siamo abituati. Per la prima volta, su esplicita richiesta della produzione, ho dovuto perfino utilizzare lo storyboard. Ci tengo comunque a dire che non solo il direttore della fotografia, il grande Arnaldo Catinari, ma anche gli operatori alla macchina erano tutti italiani».

Dopo il passaggio al Marché du Film del Festival di Cannes lo scorso anno, l’uscita nelle sale francesi e la presenza fuori concorso all’ultimo Festival di Roma (qui la nostra recensione), “Il cecchino” sarà nei cinema italiani dal 1 maggio.
Un discreto poliziesco d’ambientazione parigina, tra rapine, cacce all’uomo e colpi di scena, che vede protagonisti le stelle d’Oltralpe Daniel Auteuil e Mathieu Kassovitz. «Quando gli sceneggiatori hanno fatto il mio nome, la produzione inizialmente è rimasta sorpresa — racconta Placido — proprio perché nel cast comparivano attori di un certo peso che, giustamente, sono esigenti e vogliono conoscere bene chi sarà chiamato a dirigerli».

Com’è andata sul set con Daniel Auteuil e Mathieu Kassovitz?
A chi gli domandava come spiegasse la scena ai propri interpreti, una volta Clint Eastwood, che come me è un attore, rispose “gliela faccio vedere”. Anche per me è così, quando dirigo mostro sempre agli attori ciò che devono fare.
Per “Il cecchino” mi sono dovuto confrontare con lo stile di recitazione dei francesi, tutto giocato in sottrazione e su pochissime espressioni che risultano comunque molto efficaci. Daniel si lasciava guidare con docilità, ha un approccio molto umano e l’ho trovato vicino al mio modo di essere attore. Mathieu è meticoloso, si è avvalso della collaborazione di diversi consulenti per lavorare sul suo personaggio, per capire cos’è lo sguardo di un cecchino e come questo sguardo si posa sulla realtà attraverso il mirino, come sono il suo respiro e la postura… Tutto ciò si riflette profondamente sulla fisicità di un uomo, lo vediamo comunemente con i militari. In più Mathieu è anche un regista ed è capitato che ci scontrassimo sul set.

Discutevate sulla sua interpretazione o su questioni di regia?
Soprattutto sui meccanismi della drammaturgia. Che però erano in sceneggiatura fin dall’inizio e come li avevo accettati io l’avevano accettati anche loro. Può darsi che in certi casi le soluzioni pensate da Mathieu fossero più giuste ma, appunto, la struttura non era modificabile. Penso che a volte certe discussioni nascano da semplici insicurezze d’attore.

E Olivier Gourmet, che nel film interpreta il misterioso e pericolosissimo dottore?
Olivier è belga, grandissimo attore. Tra l’altro in questi giorni è nelle sale italiane anche con un altro film, “Il ministro – L’esercizio dello Stato” di Pierre Schoeller. È stato divertente costruire insieme a lui questo personaggio così inquietante, dalla doppia faccia.
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In ruoli minori, nel film compaiono anche Luca Argentero e Violante Placido. A lui, pieno di entusiasmo per la nuova esperienza con Placido («Michele è un regista che ti prende per il bavero e poi ti scuote con violenza») e per il confronto con i compagni di scena francesi («Daniel è una persona deliziosa, Mathieu una mina esplosiva carica di energia»), mancano la precisione mimica e gestuale per dare carattere ad un personaggio affascinante e molto fisico. Lei, semplicemente, non è credibile. Ed è un peccato perché il suo è uno dei tre piccoli ruoli femminili — gli altri, meglio riusciti, sono quelli di Arly Jover e Géraldine Martineau — che, se recitato con efficacia, avrebbe potuto regalare al film dei bei momenti.

Curiosità: nella versione presentata al Festival di Roma, leggermente diversa rispetto a quella ora in sala, c’era anche una breve scena con Fanny Ardant, ora eliminata. «Questioni contrattuali — spiega Placido — per le quali lei poteva apparire soltanto nella versione francese, che è un po’ diversa da quella italiana. Tra l’altro in Francia l’eventuale divieto ai minori di 12 anni compromette i finanziamenti che un film può ricevere, altrimenti il mio director’s cut sarebbe stato ancora più tosto».

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