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Park Chan-wook: Sympathy for Mr. Park

Non si può dire che la carriera di Park Chan-wook, nato a Seoul il 23 agosto 1963, abbia avuto un avvio fulminante. Iscritto al corso di laurea in filosofia all’università cattolica di Sogang, Park inizia a coltivare un grande amore per il cinema (sbocciato, stando alle parole dello stesso regista, dopo la visione di “Vertigo” di Alfred Hitchcock) che trova sbocco nella scrittura di saggi e recensioni, nonché nell’istituzione di un circolo studentesco dedicato al cinema. Dopo la laurea, a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 Park tenta a più riprese l’ingresso nel mondo dello spettacolo; dopo aver fatto l’assistente regista per l’amico Kwak Jae-young (futuro regista di successo con “My Sassy Girl”), riesce a racimolare il budget necessario per girare la sua opera prima, “The Moon Is… The Sun’s Dream” (1992), gangster movie melodrammatico un po’ alla John Woo, che però non riscuote alcun successo costringendo Park ad arrabattarsi come può con lavori di redazione, traduzione e giornalismo. È solo 5 anni dopo, nel 1997, che il regista riesce a tornare a dirigere un film: si tratta di “Trio”, tragicommedia incentrata su un improbabile gruppo di criminali in fuga. Nonostante l’inaspettata vena comica (cui Park attingerà, in quegli stessi anni, anche per scrivere “The Spy” e “Anarchists” in coppia con l’amico Lee Moo-young), il film è di nuovo un fiasco. La carriera di Park Chan-wook sembra stroncata sul nascere, e la selezione del suo corto “Judgement” (1999) al festival di Clermont-Ferrand è poco più che un contentino.
Eppure, nel 2000 è proprio a Park che la Myung FIlms si rivolge per la regia di “JSA – Joint Security Area”, imponente thriller drammatico che affronta il tema scottante dei rapporti tra le due Coree da un punto di vista profondamente umano e intimista. A sorpresa ma non troppo, “JSA” si rivela un successo strepitoso, tanto da ottenere gli incassi più alti di sempre per un film coreano.

Park si ritrova catapultato al vertice dello star-system nazionale e, forte di questo suo potere, riesce finalmente a trovare finanziamenti per una sceneggiatura che ha nel cassetto sin da prima della rivoluzione di “JSA”: si tratta di “Sympathy For Mr.Vengeance” (in Italia “Mr.Vendetta”), gelida e disperata tragedia nichilista lontana anni luce dallo stile da blockbuster del film precedente. Uscito nel 2002, Mr.Vengeance non riscuote un buon successo di pubblico ma viene acclamato dalla critica e permette finalmente a Park di farsi conoscere in innumerevoli festival al di fuori dei confini nazionali. Dopo la sua collaborazione al film a episodi “If You Were Me” (2003), Park prosegue la sua esplorazione della vendetta con il virtuosistico e dirompente thriller “Oldboy” (2003), che, oltre ad ottenere il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes di quell’anno (la maggiore onorificenza internazionale mai tributata ad un film coreano), si assicura una solidissima fama cult in tutto l’occidente. Ormai una star, Park collabora con Takashi Miike e Fruit Chan per il film a episodi “Three… Extremes” con un corto intitolato “Cut” (2004), e quindi conclude la sua nota “Trilogia della vendetta” col lungometraggio “Sympathy for Lady Vengeance” (in Italia “Lady Vendetta”), che passa in concorso al Festival di Venezia nel 2005. L’anno successivo il regista coreano spiazza le aspettative del pubblico con il suo sesto lungometraggio “I’m A Cyborg, But That’s OK” (presentato nella selezione ufficiale della Berlinale), che si allontana dalle atmosfere tragiche e violente della trilogia per descrivere con inaspettata delicatezza una storia d’amore tra pazzi in un manicomio.
Dopo aver fatto parte della giuria al Festival di Venezia del 2006, Park ha in cantiere il suo prossimo film; l’opera, il cui titolo internazionale provvisorio è “Evil Live” (o “Bat”, secondo altre fonti), è stata recentemente descritta dallo stesso regista come uno straziante melodramma che ha per protagonista un vampiro innamorato.

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