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Il Synth: Parte I: Dall’ idea ai primi esperimenti

Un Sintetizzatore (o Synth, per usare l’ abbreviazione inglese) è uno strumento in grado di produrre un vasto numero di suoni generando e combinando segnali di diversa frequenza. Ci sono due classi fondamentali di sintetizzatori:

• Analogici: l’onda sonora viene generata in continuo ed eventuali variazioni o modulazioni sono dovute completamente all’ hardware. Tipici componenti di questi synth sono amplificatori operazionali, potenziometri vari, transistor, circuiti integrati, LFO, filtri passa-banda, resistenze, etc.
• Digitali: l’onda sonora viene generata già discretizzata (ovverosia campionata) e variazioni o modulazioni sono dovuti a un software interno al synth. Esistono anche tecnologie miste dove ci sono sia componenti hardware dedicati alla generazione di onde sonore che software vari dedicati alla loro modulazione. Una sottoclasse dei sintetizzatori digitali sono i cosiddetti Computer-Based o Soft-Synth, sistemi puramente digitali sotto forma di programmi per computer, dove spesso si utilizzano algoritmi complessi per emulare il funzionamento dei vari componenti base dei synth analogici.

Il primo sintetizzatore sonoro a vedere la luce fu il “Telegrafo Musicale”, completamente analogico e inventato da Elisha Gray nel 1876 grazie alla scoperta del fatto che era possibile controllare il suono che proveniva da un circuito auto oscillante: Elisha aveva inventato il primo oscillatore a nota singola.
L’oscillazione veniva prodotta e trasferita lungo un cavo telefonico da una piccola ancia metallica che vibrava per effetto di una coppia di elettromagneti: un sistema di altoparlanti costruito dallo stesso Gray permise di sentire il primo suono sintetico della storia.

L’invenzione di Gray attirò l’attenzione di altri scienziati e ingegneri i quali, sfruttando la tecnologia dei primi computer analogici, misero a punto altri strumenti, di cui i più celebri sono il gigante MARK-II (solo i suoi costruttori erano in grado di suonarlo ed era possibile programmarlo utilizzando schede di cartone perforate), il Trautonium (synth tedesco che, curiosamente, veniva suonato premendo una resistenza a forma di cavo elettrico su una piastra metallica) e il Theremin (reso immortale da Jimmy Page in “Whole Lotta Love” e particolare per il fatto di venire suonato senza essere toccato). Quest’ ultimo sfrutta un principio particolare, detto “della terza onda” su cui torneremo in un’altra puntata di questa rubrica dedicata agli strumenti musicali. Un altro sintetizzatore sonoro primitivo ma consacrato all’ immortalità dalle innumerevoli band che se ne sono serviti è l’ Hammond (datato 1929), un “organo” che funzionava grazie ad una serie di “tone wheels” (dei dischi seghettati che, ruotando, alteravano un campo magnetico grazie alla variazione del loro raggio al fine di generare un’ onda sinusoidale): per quanto spartano e poco versatile, questo strumento offriva un suono totalmente nuovo che incontrò l’apprezzamento di artisti di ogni genere, dal jazz al rock.

Col procedere degli anni, i synth tradizionali divennero sempre più semplici da costruire e da suonare, ma le loro dimensioni ne impedivano il trasporto al di fuori degli studi di registrazione in cui venivano usati perlopiù per la creazione di effetti sonori per le case cinematografiche. Nel 1956 “Il Pianeta Proibito” fu il primo film della storia ad avere una colonna sonora completamente elettronica, ad opera di Louie e Bebe Barron.
Verso la metà degli anni 60, un ragazzo di nome Robert Moog sviluppò un synth che, per la prima volta, era possibile spostare grazie ad un approccio modulare nella sua costruzione: come avrete immaginato, si sta parlando del famoso Moog, ma questa è un’ altra storia.

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