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Il Synth: Parte II: Robert Moog e il successo planetario

Come abbiamo detto precedentemente, con l’arrivo degli anni 60 si cominciò a pensare ad un approccio più modulare nella costruzione dei synth, il che risultò in una riduzione delle dimensioni e del peso con un conseguente aumento della portatilità. Il Moog, forse il sintetizzatore sonoro più famoso della storia della musica, venne costruito per la prima volta nel 1964 da Robert Moog, uno studente di Peter Mauzey. In poco tempo questo strumento divenne un must-have per le band che si affacciavano al rock psichedelico, anche se richiedeva molta esperienza e studio per imparare ad utilizzarlo: i vari moduli dovevano essere collegati tra loro con dei cavi e bisognava sapere bene dove mettere le mani per ottenere qualcosa, in quanto un semplice errore nel cablaggio sarebbe risultato in una totale assenza di suono in uscita. Simile per costruzione e funzionamento era l’ ARP 2600, diretto concorrente del Moog ad un prezzo inferiore.
Grazie allo sviluppo di componenti miniaturizzati le dimensioni dei synth vennero ulteriormente ridotte (anche se subirono una sostanziale riduzione anche le funzioni di sintesi e modulazione sonora) e l’avvento del Minimoog e dell’ ARP Odissey (molto simili ad una moderna tastiera) rese possibile il fatto di portare questi strumenti in giro con sé nei tour: i sintetizzatori sonori diventarono di uso comune.

I tipi di sintesi sonora utilizzati all’ epoca erano prevalentemente di tipo additivo o sottrattivo: il timbro di un suono veniva generato sommando tra loro diverse sinusoidi o sottraendole a un’ onda composita (come ad esempio una sorgente di rumore bianco). In teoria sarebbe possibile ottenere qualunque tipo di suono tramite addizione o sottrazione di onde sinusoidali, ma per suoni complessi il numero di onde necessario è incredibilmente vasto. Il fatto che i sintetizzatori dell’ epoca utilizzassero pochi oscillatori (generalmente 4 o 6) riduceva di molto lo spettro di suoni ottenibili.
I synth di cui abbiamo parlato finora, tuttavia, avevano un grosso inconveniente: le note venivano suonate tramite un sistema detto CV (control-voltage), in cui ad un determinato voltaggio del segnale in entrata corrispondeva una nota in uscita. Questo sistema, come si può facilmente desumere, permetteva di suonare solo una nota alla volta (monofonia). Tramite vari escamotage, alcuni synth come il già nominato ARP Odissey erano in grado di riprodurre due suoni alla volta, ma la vera polifonia era ancora distante. Bisognò aspettare il 1976 per avere il primo vero strumento polifonico, costruito dalla Yamaha, che era però troppo ingombrante, complesso e costoso per avere un vero mercato. Verso la fine degli anni 70, invece, fu disponibile a costo contenuto la tecnologia alla base dei microprocessori, che venne implementata nei sistemi di sintesi sonora per avere dei sistemi polifonici a basso costo come il Polymoog, ovverosia la versione a microprocessore del celebre synth. Nel 1978 uscì sul mercato il Prophet5 della Sequential Circuits, il primo sintetizzatore della storia ad avere anche un sistema di memorizzazione dei preset che semplificava di molto la vita del musicista elettronico. Oltre a questo, il Prophet5 offriva un’ incredibile versatilità unita ad un prezzo contenuto, dimensioni compatte e basso peso, qualità che contribuirono a fare diventare questo strumento un modello di paragone per i synth a venire.
Si può dire che gli anni 80 siano stati letteralmente dominati dalla presenza dei synth nella musica di tutti i generi: questo fu grazie ad un paio di invenzioni che permisero lo sviluppo e la crescita di questi strumenti… Vedremo quali nella terza e conclusiva parte di questo approfondimento.

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