Home > Zoom > Il Synth: Parte III: 1983, l’anno della svolta

Il Synth: Parte III: 1983, l’anno della svolta

Come abbiamo visto precedentemente, molti problemi alla base dei sintetizzatori erano stati risolti, ma la perfezione era ancora lontana: mancava uno standard per la comunicazione delle note alle unità di sintesi sonora e gli strumenti del tempo erano ancora pesanti e delicati.
La grande innovazione avvenne nel 1983, con la creazione dello standard MIDI per la scrittura delle partiture per la musica elettronica e l’uscita dei primi synth completamente digitali come il Kurzweil K250 o lo Yamaha DX-7. Quest’ ultimo, in particolare, utilizzava un nuovo metodo di sintesi sonora completamente digitale chiamata FM (Frequency Modulation) che generava il suono a partire da un’ onda sinusoidale discretizzata e ne alterava la frequenza tramite algoritmi matematici al fine di ottenere il timbro desiderato.

Pochi anni dopo la Roland mise in commercio uno dei synth più famosi di tutti i tempi, il D50; la fortuna di questo strumento fu la sintesi LA (o Linear Arithmetic), che si avvaleva di brevi campioni sonori (che costituivano l’ attacco della nota), integrati con algoritmi di sintesi al fine di costruire corpo e coda del suono. Grazie a questa nuova tecnologia di sintesi era possibile ottenere suoni chiari e cristallini ma al contempo piuttosto naturali.

La possibilità di registrare i suoni di degli strumenti “classici” diede il via alla costruzione dei sampler: già a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 erano stati fatti esperimenti con i campionatori (come il Mellotron) ma la vera rivoluzione avvenne con la memorizzazione su supporto digitale, che permetteva di avere migliaia di strumenti diversi in un formato compatto come quello del celebre AKAI S900.

Oggi la maggior parte dei synth è completamente digitale, molto spesso munita di controlli MIDI, di sistemi per il recall delle impostazioni, di dischi rigidi su cui memorizzare campioni da usare per la sintesi sonora grazie a nuovi algoritmi come la “Graintable Synthesis” o la “Wavetable Synthesis” (che, come la LA si avvalgono di campioni sonori che vengono utilizzati come base per costruire suoni complessi e stratificati) e, nei casi più estremi, anche di sistemi per il controllo di flussi video e per il mastering di dischi (come nel caso delle Workstation Korg Triton). I synth analogici stanno ormai scomparendo dal mercato in quanto troppo costosi sia da costruire che da mantenere, ma i suoni da loro generati hanno emozionato (ed emozionano tutt’ ora) migliaia di persone.

Qui finisce, con l’ arrivo all’ era moderna, questo breve excursus sugli strumenti di sintesi sonora; La ricerca continua ad andare però avanti e nuove tecnologie sembrano diventare sempre più promettenti. Programmi come Reaktor (della Native Instruments) o Reason (della Propellerhead) riescono a sfruttare al massimo i computer odierni per ricavare suoni degni di un synth da migliaia di euro, a prezzi sempre più competitivi. Sarà questa la via che verrà seguita in futuro?

Scroll To Top