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Pase lo que pase, sea lo que sea

Normalmente le persone che leggono una recensione di qualunque tipo apprezzano il fatto che la stessa sia, soprattutto, oggettiva, lucida e professionale. Beh, se è questo volete avete sbagliato completamente rotta, e il mio consiglio è quello di chiudere al più presto la scheda del vostro browser e navigare verso lidi più affidabili. Perché questa non è solo la recensione del concerto che Manu Chao ha tenuto il 17 maggio all’Auditorio Miguel Ríos a Madrid, ma è il racconto di una notte di festa, una festa che ha saputo riunire in un unico posto un pubblico variegatissimo, composto sì di spagnoli ma ben anche di quelli che mi piace pensare essere tutti gli italiani e francesi presenti a Madrid per un qualche progetto d’intercambio studentesco (oltre a qualche figura d’origine germanica e anglosassone dubbiosa sulle proprie origini).

In Italia tutti conoscono Manu Chao, o per lo meno tutti hanno sicuramente nascosto in qualche recesso della mente il ricordo di almeno una sua canzone: “Me gusta marijuana, me gustas tú”. Sfido chiunque a non ricordarsi di questa allegra filastrocca.

Manu Chao è anche un musicista che non a tutti piace. Ammettiamolo, ascoltando i suoi album la sensazione più classica non è quella di sentire un insieme di canzoni, ma piuttosto un’unica, lunga canzone che si avvolge su sé stessa, ritorna sugli stessi pattern ed arrangiamenti, sugli stessi ritornelli. A molte persone questo stanca, infastidisce, e lo posso capire.
Tuttavia, pur condividendo molte di queste sensazioni, sento comunque anche un grande coinvolgimento, una grande allegria pervadere questa… “monotonia”. Ecco, diciamo che sono allegramente monotoni, gli album di Manu Chao.

Vi starete chiedendo perché mi son messo a parlare di album invece che di concerti. Il fatto è che io, sinceramente, conoscevo veramente poco Manu Chao prima di avere tra le mani il biglietto per il concerto, e la prospettiva di questo appuntamento mi ha quindi spinto a informarmi, a scoprire di più su di lui e sulla sua musica (e poi parliamone, vivo nella città la cui metro sulla linea 4 annuncia trionfalmente “Próxima estación… Esperanza”: impossibile restare indifferenti). Insomma, ascoltando musica, parlando con amici e leggendo cose è saltata fuori una cosa, cioè che i concerti di Manu Chao hanno ben poco a che fare con quello che si sente nei dischi. E vi dirò, tutto questo è vero.

Il mio concerto è stato primo di tutto una grande serata con la compagnia di ottimi amici. Come già detto, una grande festa, piena di risate, incontri, discorsi, alcool, salti, balli e canti. Una festa che ha affrontato anche un’organizzazione abbastanza approssimativa, dove un concerto da quindicimila persone ha avuto come location in un auditorium all’estrema periferia della città, senza praticamente alcun collegamento notturno (escluso due o tre bus spalmati durante tutta la notte e una manciata di taxi) e un freddo infame pronto ad azzannare le tenere carni di tanti giovani accaldati e sudati. Un concerto che già si prevedeva terminare molto tardi (sui volantini si indicava l’uscita di Manu Chao per la mezzanotte: i conti fateli voi), e si sapeva quali erano le condizioni atmosferiche da affrontare. Fortuna che c’era vicina anche la festa di Rivas-Vaciamadrid, che fino alle cinque del mattino ha fornito ulteriore musica, calore e rifornimento di alcool e cibo a noi reduci.

La serata prevedeva la presenza di altri due gruppi prima di Manu Chao. Chiedo il perdono di tutti i lettori: non ho assistito all’esibizione né degli Zulù né dei Tomasito. Le avventure per arrivare sul luogo del concerto e il fatto che non era possibile portare all’interno del recinto nessun contenitore di liquidi hanno costretto me e i miei amici a ritardare l’entrata, impegnati com’eravamo nel sforzo di evitare di dover gettare qualche preziosa bottiglia piena, e quindi non posso raccontare nulla di questi due gruppi.

Ma all’approssimarsi della mezzanotte abbiamo superato i controlli e abbiamo preso posto nel grande[PAGEBREAK]spiazzo davanti al palco. Sfruttando la disinvoltura di un paio di amiche sono riuscito a raggiungere una posizione perfetta, in pieno centro tra le prime file. E lì son riuscito a rimanere (con grandi sforzi) durante tutte le due più che piene ore d’esibizione dell’attesa star della serata.

Che dire? Non ho mai ricevuto una tale scarica di energia in un concerto. Mai. Più di due ore di musica ininterrotta, sempre saltando e cantando, seguendo Manu Chao che trasmetteva un frenetico pulsare cardiaco a musicisti e pubblico battendo il tempo col microfono sul proprio petto, all’altezza del cuore. Un flusso continuo di adrenalina che investiva in pieno le prime file, esagitate da un pogo scatenato che non ha avuto un attimo di stop (a tratti troppo scatenato, ma me l’ero cercata: son stato buttato a terra un paio di volte e mi si è distrutta la cinghia sinistra dello zaino). Così tanta energia che io stesso, all’ennesima uscita sul palco della band per un bis, speravo ardentemente fosse l’ultima, esausto e stremato com’ero dalla serata.

Non ci sono molte altre cose da raccontare, in fondo. Sono solo sensazioni e musica. Musica coinvolgente, allegra, felice. Niente fronzoli, nessun effettaccio di luci, coreografie o che. Solo un gruppo di musicisti guidati da un leader carismatico e pieno di energia che vuole far sì che il proprio pubblico non possa scordare mai il concerto che sta vivendo. Un concerto semplice, pulito e genuino. E proprio per questo ancora più efficace.

Cosa aggiungere? Solo un grande, enorme grazie a Manu Chao per la serata che ci ha regalato e a tutti gli amici e al pubblico che mi hanno accompagnato in questa bella avventura.

No, parliamone. Sono sopravvissuto a quella serata, ed è già tanto. Scusatemi, ma proprio segnarmi la scaletta mi era impossibile, soprattutto contando il fatto che nei live Manu Chao le stravolge. Tuttavia, sicuramente sono state suonate alcune tra le più famose come “Me Gustas Tú”, “Mentira”, “La Primavera” e “Je Ne T’Aime Plus”.

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