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Tanto atteso a Venezia 71, “Pasolini” di Abel Ferrara è il primo film a prendersi dei sonori “buh!” in un concorso già fiacco.  L’argomento comporta il difficile compito di ritrarre una delle figure intellettuali più incisive della cultura italiana, di quelle che hanno forgiato più di una generazione e che ancora adesso costituiscono un punto di riferimento per la lettura del nostro tempo, grazie alla loro capacità di denuncia della massificazione e dei sotterranei meccanismi del potere: dinamiche pienamente in atto anche nell’Italia degli anni duemila.

Abel Ferrara ambisce ad andare oltre il biopic, in una visione visionaria (?), spirituale (?), grottesca (?) dell’ultimo giorno di vita di Pierpaolo Pasolini, nel quale si è cercato di condensare una sceneggiatura onnicomprensiva del pensiero di Pasolini, e, ancor più, dell’ambiente romano che abitava, e di cui batteva ogni pietra, senza timore di immischiarsi in situazioni compromettenti in un desiderio di conoscenza viscerale delle trasformazioni in atto nella neonata società consumista post-bellica.

Ora, se l’ambizione è grande, e la regia sapiente, capace di visualizzare una roma notturna, tenebrosa, inestricabilmente squallida e affascinante, “Pasolini” mostra una sceneggiatura debole, che mostra il pensiero dell’intellettuale con le parole dell’intellettuale, rimanendo dunque ad un livello base, mentre del filone drammatico-famigliare meglio tacere se non si vuol dire dei clichè da dramma italiano. Tuttavia, ci stupiamo di più quando il film vuol prendere una piega originale, visionaria: una stella cometa che annuncia la nascita del messia (ma perché??) e una Roma moderna sodoma al ritmo di gay contro lesbiche che si urlano contro coretti da stadio.

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