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Pastis: Fonendoscopio sul respiro del mondo

L’osservazione delle immagini e l’ascolto dei sussurri del vivere comune è un evento raro per l’essere umano del nuovo millennio, ormai schiavizzato dal binomio troppo poco tempo/troppe cose da fare. Eppure, immuni dalla frenesia che sembra infettare come una putrida febbre, ci sono due fratelli toscani che, nella nobilitazione di chicchi di quotidianità, hanno trovato l’arte: i Pastis.

I Pastis sono musica e fondali, sono immagine e suono, sono un fonendoscopio sul respiro del mondo. Quale altra definizione dareste al vostro essere? Vi considerate più “artisti di strada” o “artisti da palcoscenico”?
Un fonendoscopio e una lente d’ingrandimento, sul mondo. Pastis sono “cose che succedono” intorno a noi, che vengono evidenziate e ricomposte.

Musica e rumori: la faccia educata e scostumata della stessa medaglia. La vostra arte è più rumoristica o musicale?
Direi più musicale, usiamo voci, suoni e anche rumori come materia prima per poi ricombinarli su un tappeto musicale. Isoliamo ciò che ci piace e lo riorganizziamo in un nuovo contesto, sia acustico che visivo.

Il dottor Emmet Brown (peraltro a voi ben noto, perché presente in uno dei vostri lavori sul sito), nella trilogia “Ritorno al futuro” trova la folgorazione (il flussocanalizzatore) sbattendo la testa contro il lavandino del bagno. Il vostro punto zero, invece, è uno zapping televisivo. Potete spiegarci questo aneddoto?
Una cinquantina di fotografie dello schermo di un televisore, scattate mentre facevo zapping, appoggiate sul tavolo dello studio. Saverio le sfoglia e mi dice di avere anche lui degli appunti sullo zapping. Dopo alcuni giorni registrammo dalla tv le varie emittenti concentrate sulla tragedia dello Tsunami in Indonesia, 26 dicembre 2004. Questo è stato il primo materiale sul quale abbiamo conciato a lavorare.

Si parte assecondando un’idea nel tempo libero, si giunge a vincere il premio Ciampi. In mezzo un percorso. Potete raccontarcelo?
È iniziato, da quel momento, un confronto e un’osservazione, sempre in corso, degli elementi comuni nei nostri rispettivi lavori o progetti. La somiglianza dei concetti base ha smosso la necessità di convergere su un terreno comune, di mescolare gli elementi: Pastis, appunto, a quattro mani.

Avete definito le vostre performance un “pollaio elettronico”. Se così stanno le cose, smentite il detto comune sulla “incompatibilità di due galli nello stesso pollaio”, oppure di gallo, tra voi, ce n’è uno solo? E in tal caso, chi è la gallina?
Siamo due polli in un pollaio.

Prendiamo un esempio come i Nine Inch Nails. Potreste accomunare la vostra arte con il gruppo di Trent Reznor?
Non saprei rispondere. Conosco i NIN come un gruppo musicale.

Qual è stata la risposta del pubblico nei confronti di una espressione artistica per certi versi unica? Quali, invece, le reazioni, degli involontari protagonisti delle vostre opere?
Mi sembra che alcuni elementi per noi importanti, come la genuinità del materiale registrato, dare fluidità al montaggio, vengano facilmente rilevati da un pubblico molto eterogeneo.
Riguardo ai protagonisti, la loro involontarietà, la naturalezza e la non recitazione, sono elementi irrinunciabili per ciò che a noi serve. Capita che qualcuno si incuriosisca e voglia capire cosa stiamo facendo; lo farei anche io, generalmente troviamo consenso.

Nella scelta dei vostri soggetti c’è una buona dose di casualità. Al di là dell’imponderabile, quali sono i criteri che guidano la vostra ricerca?
C’è un’attenzione costante nel considerare la potenzialità estetica per cose spesso anche banali, una diversa chiave di lettura dell’ordinario.

Vista la vostra proverbiale creatività, mescolata ad una giusta dose di follia, questa intervista non può che concludersi lasciandovi uno spazio bianco, un fondale, da riempire con ciò che più vi “garba”.
Passate alla pagina seguente per scoprire come i Pastis ci hanno risposto, non potevano che stupirci… (ndr) [PAGEBREAK]

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