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Cuore di panna

Non è lo spot del cornetto monogusto con granella di nocciole, bensì una recensione che parte dalle analogie con un gelato: involucro croccante e deciso, cuore morbido e raffinato. In estrema sintesi, questo è “Sunless Skies”.

La Frontiers ha creduto nella pazza idea che anche il progressive italiano possa avere uno spessore da competizione. Così, a questa sua scommessa ha dato un nome: Pathosray. La band friulana aveva stupito tutti sin dagli esordi, timbrando un debutto che definire entusiasmante è dire poco. Un colpo di fortuna? Una meteora? Macchè! Il nuovo album indica la strada per il paradiso.

Lo stile, che non disdegna qualche strizzata d’occhio al power, affonda gli artigli nel prog d’annata, dello stivale e non solo (PFM, Banco Del Mutuo Soccorso, Genesis), e si spinge oltre i confini nazionali per rubare classe e ricercatezza ad Opeth ed Angra. La struttura dei brani è caratterizzata dal cambio di passo, che esalta una perizia strumentistica validamente supportata dal missaggio. Ma il vero cuore di panna del nostro cornetto gelato, epicentro della libidine sensoriale, è il vocalist Marco Sandron: extraterrestre dell’estensione, dotato di una timbrica duttile ed intensa che gli permette la massima resa in ogni situazione di gioco.

Un secondo album lussuoso, dunque, conferma il processo di crescita di un gruppo che abbina una profonda cultura musicale a doti tecniche ed interpretative di prim’ordine, grazie alle quali si propone come una delle realtà più accattivanti del 2009.

Il secondo album, più che una conferma, dà un verdetto: i Pathosray sono bravi. Hanno tecnica e capacità interpretative, in più sono italiani, il che non guasta. Si fanno apprezzare perché riescono ad essere tosti ma con classe, potenti ma sempre eleganti. In altre parole, c’è il successo nel loro destino.

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Contro

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