Home > Recensioni > Patrick’s Day

Il cinema quando gioca con la malattia mentale fa brutti (cioè, begli) scherzi. Perché il cinema è illusione, e l’illusione è ciò che il pazzo non distingue dalla realtà. Siamo tutti pazzi, allora, mentre guardiamo “Patrick’s Day”, opera seconda dell’irlandese Terry McMahon e presentato all’ottava edizione dell’Irish Film Festa a Roma.

Il protagonista (Moe Dunford) è nato nel giorno di San Patrizio, si chiama quindi Patrick, e è schizofrenico. Ancora completamente dipendente dalla madre (Kerry Fox), il giorno del suo 26° compleanno per la prima volta si allontana da lei e conosce Karen (Catherine Walker), una donna in depressione di cui si innamora immediatamente. La madre lo cerca disperatamente per tutta la notte, finendo per conoscere un poliziotto aspirante cabarettista (Philip Jackson) che prende a cuore il suo caso, anche se con la ruvidezza di chi non lo vuol dare a vedere.

Parte così la carambola tra questi quattro personaggi: la madre iperprotettiva, il poliziotto in cerca di nuova compagnia, la salvezza di una donna sull’orlo di una crisi di nervi, e la lotta di uno schizofrenico per esprimere le proprie pulsioni, represse dalle sue cure.

Il regista e sceneggiatore Terry McMahon, che ci ha raccontato di aver lavorato in un istituto psichiatrico da giovane, ha deliberatamente scelto di raccontare la sua versione di un problema disturbante per la società, che suscita il dibattito degli spettatori ma anche del mondo della psichiatria: l’Irish Times in occasione dell’uscita del film in Irlanda ha pubblicato l’approfondito commento dello psichiatra americano Garrett O’Connor.

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