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Paura e delirio a Venezia!

“[Rec]” è stato un vero e proprio caso. Una scommessa, anche per la Mostra del Cinema di Venezia, che ospitò questo piccolo horror ispanico comparso improvvisamente, senza grandi strilli né battage pubblicitario, senza star internazionali, né budget faraonico alle spalle. Dando il via a una piccola grande scalata verso il successo: perché tale è stato il consenso riscosso, che dagli Stati Uniti qualcuno si è subito mosso per accaparrarsene i diritti, e mettere in piedi un remake a stelle e strisce, “Quarantine”. Insomma, a benedire “[Rec]2 pare sia stata un serie di congiunzioni astrali tanto propizie che quest’anno, in Mostra, si tenta di replicare, con il sequel “[Rec 2]“, presentato in conferenza stampa dai registi Jaume Balaguerò e Paco Plaza, accompagnati per l’occasione dall’attrice Manuela Velasco e dal produttore Julio Fernandez.

“[Rec]” ha avuto un successo vastissimo, probabilmente insperato. Quali sono state le ragioni?
J.B.: Non ci aspettavamo di certo un successo del genere. “[Rec]” è stato, in un certo senso, un esperimento. Volevamo esplorare una forma cinematografica che coinvolgesse lo spettatore in un’esperienza terrorizzante. Allora abbiamo avuto l’idea dell’approccio televisivo, di strutturare la pellicola come un reportage. E ciò che ci ha più colpito è stato il successo internazionale. E così questo abbiamo voluto continuare questa esplorazione, e abbiamo creato “[Rec 2]“.

P.P.: Le ragioni del successo di un film, comunque, non si conoscono mai fino in fondo. Voglio credere che il successo sia legato alla nostra libertà creativa, allo sguardo fresco, all’ambizione che abbiamo avuto di far passare allo spettatore momenti molto belli, e terribili allo stesso tempo.

Siete rimasti sorpresi dall’età degli spettatori? Si pensava probabilmente a un’audience più squisitamente giovanile…

J.B: Si trattava di un film horror ideato per tutte le persone che vogliono provare attimi di terrore in sala. La critica ci ha accolto molto bene e così si è parlato molto della pellicola, e la presenza mediatica ha fatto sì che lentamente altri tipi di spettatori venissero attratti dal film e lo andassero a vedere in sala. Abbiamo avuto molta fortuna, in questo senso. Il target si allargava lentamente, e siamo stati felici perché specie in Spagna inizialmente il pubblico era addirittura composto principalmente da dodicenni, e pian piano si è esteso fino a raggiungere chiunque.

“[Rec 2]” è più cruento che in passato, anche si nota il tentativo di mantenersi in linea con lo stile del precedente episodio…
J.B.: Quando abbiamo deciso di girare “[Rec 2]” avevamo in mente due punti fermi, peraltro forse contraddittori. Volevamo innanzi tutto fare un sequel perché il pubblico lo desiderava. Contemporaneamente volevamo offrire qualcosa di differente, per non stancare l’audience. Questi due criteri ci hanno guidato nella realizzazione: abbiamo optato per una prosecuzione della storia, ma attraverso nuove forme narrative, una prospettiva nuova, quella dell’equipe cinematografica. “[Rec]” era un film incentrato su persone “infette”, qui volevamo invece trasformare la pellicola in altro…ovviamente non posso rivelare troppo, rischierei di togliere il gusto della sorpresa.

Dal punto di vista stilistico, le microcamere sui caschi dei personaggi avvicinano l’effetto delle immagini al mondo dei videogame, in primis “Doom”: scelta volontaria?
J.B.: Per quanto riguarda i videogame, si è trattato di un fenomeno spontaneo, emerso autonomamente in seguito alla scelta di usare le telecamere sui caschi, le soggettive. Il risultato, quindi, diventa ovvio. Allo stesso tempo, siamo in effetti appassionati di videogiochi, fanno parte del nostro background, è un mondo che ci affascina molto.

P.P.: Una delle caratteristiche che distinguevano il primo episodio, poi, era proprio il senso di immersione nella vicenda, nelle scene. E questo è una peculiarità dei videogiochi.

Manuela Velasco, è liberatorio per la protagonista avere un personaggio meno passivo, rispetto al film precedente?
M.V.: È stata una splendida esperienza, interpretare un personaggio più attivo è stato un gioco, una festa, perché nelle mie caratteristiche imperniate su dolcezza, esilità, questo cambiamento in direzione di un carattere forte, violento, assassino, era una sfida molto interessante e contemporaneamente non facile. Anche perché in Spagna fare un film del genere non è affatto semplice. Inoltre a me gli action piacciono molto, ma a girarli si corre il rischio di farsi male.

J.B.: Vorrei aggiungere poi che nelle scene d’azione non c’è montaggio, sono state scene molto complesse da girare, senza alcuna pausa. Abbiamo lavorato molto sulla pianificazione, ma chiaramente le complicazioni si susseguivano: duro, ma eccitante allo stesso tempo.

La religione assume un peso notevole, nella storia, rispetto al primo film…
P.P.: È una scelta che dipende dalla storia, ciò che succede all’interno dell’edificio in cui si svolte l’azione è strettamente legato alla storia della bambina posseduta…Volevamo investigare e approfondire questo argomento, che era di nostro interesse. Insomma: niente infetti, niente zombie, stavolta si tratta di persone possedute. I film di genere hanno canoni precisi, ma all’interno di quei canoni è molto importante cercare di inserire elementi creativi di novità. Questo è un caso del genere.

Da tempo vediamo l’horror tornare ai festival. Il genere sta vivendo una nuova epoca d’oro?
J.F.: L’horror ha sempre avuto grande pubblico, ma specie dal punto di vista della Spagna, e dell’Europa tutta, credo che in effetti la produzione sia aumentata parecchio negli ultimi anni. Venezia poi è stata fondamentale per noi e il nostro primo film. Una nota importante: insieme al successo di un film nascono nuovi fenomeni associativi, nuovi legami, nuovi contatti, e allora si crea una fervente attività nel genere. Nuovi progetti, idee, seguiti..

La Filmax in Spagna è un grande produttore, ma investe anche su giovani e generi…
J.F.: È stata una grande scommessa. Crediamo molto nel cinema fantastico, attorno a questa passione abbiamo messo in piedi collaborazioni con professionisti di altre nazioni, si è creato un grande movimento di cui siamo assolutamente orgogliosi. E ci tengo a notare che tanti studenti usciti dalle scuole di cinema hanno cominciato a lavorare ai primi progetti proprio con noi.

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