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  • Pearl Jam: Ten

    Pearl Jam

    Data di uscita: 01-01-1991

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Il battesimo di Vedder

Da quanto tempo non l’ascoltavo… Eppure, “Ten” non manca di darmi un brivido nostalgico, un sussulto quasi imprevisto, nonostante siano trascorsi ormai quindici anni. Un esordio discografico d’eccezione quello dei Pearl Jam, ex Mother Love Bone che, probabilmente, allora nemmeno pensavano che, con quest’album, avrebbero aggiunto un succulento capitoletto alla storia del rock. Le vendite non furono confortanti fino a quando il grunge dei Nirvana non riuscì a far breccia nelle radio. Velocemente, allora, si fece strada “Ten”, meno malato e più immediato, sorpassando i colleghi come numero di copie vendute. Il sound, per la verità non troppo innovativo, d’evidente derivazione hard seventies, ha dalla sua la malinconia talora rabbiosa del cosiddetto “grunge” di Seattle, un’omogeneità priva d’asperità grumose d’acusticità ed elettricità, e la voce tanto graffiante quanto comunicativa di Eddie Vedder, autore, tra l’altro, d’un’interezza lirica impegnata e toccante, la cui poesia s’ispira non solo ad esperienze personali, ma anche a tematiche di pubblica sensibilità quali la pedofilia (“Jeremy”) e la tossicodipendenza (“Deep”). Se i primi brani c’introducono in un contesto piuttosto aggressivo e chitarristicamente distorto, con tempi atti a sostenerne l’impatto violento (è il caso, ad esempio, dell’opening “Once” e della successiva, caricatissima “Even Flow” dalle pregiate intarsiature chitarristiche), quelli a venire ci sospingono in altri ambienti, intimi, riflessivi ed ipocondriaci: l’emozionante “Black”, il piccolo capolavoro di “Ten”, si fregia di sottintese melodie malinconiche, riff forgiati da una carica emotiva esplicata dal sentito cantato di Eddie Vedder, magistrale nel veicolare le variazioni d’intensità cambiando dal tono carezzevole o dimesso a quello più vigoroso e denso. La patetica “Jeremy” e la fluida “Oceans”, dall’accidioso moto ondoso. E di nuovo, un’altalenarsi di momenti e d’atmosfere, talvolta deflagranti, talvolta mormoranti, ma forti di costanti spessore, equilibrio e coerenza strutturale; composizioni formalmente non troppo ambiziose, ma che centrano il bersaglio dell’emotività più nuda ed esposta. In ognuna si può contare in un accento di personalità canora, nelle soluzioni della chitarra solista, preziosa anche quando parca. La ritmica dei Pearl Jam scivola energica e genuina, così da far suonare all’orecchio una canzone come “Porch” un piccolo capolavoro. A chiudere, una struggente e liberatoria “Release”, ballata quasi interamente acustica dall’incedere drammatico ed assorto, e dalle incantevoli ascese liriche. Canzoni indimenticabili, dalla prima all’ultima, nessuna esclusa; questo, basta a comporre un lavoro tra i più completi, emozionanti e sentiti degli anni Novanta.

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