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La sfortuna di essere fratelli minori

Alla fine, anche il successo, come ogni cosa della vita, è una questione di tempo. Arrivare primi, anche di poco, significa creare una moda, essere considerati precursori, visionari, progressisti. Appunto: progressisti come i Marillion, che, negli anni ’80, hanno gettato le basi del neo-progressive. Conseguenza: tutti fratelli minori hanno dovuto rinunciare alla propria identità, per vivere di paragoni.

Questa sorte ingrata è toccata anche ai Pendragon che, pur godendo delle doti di un “originale”, hanno vissuto all’ombra dei colleghi.

Così, sfiorati i trent’anni di attività e con l’acquisizione di una coscienza solista da parte di Clive Nolan, la testa del drago scopre che, col raggiungimento dei grandi traguardi, si soffre sempre di nostalgia.
La band, infatti, ha voluto ricreare le atmosfere più “pure” del progressive rock britannico. La già nota attitudine dei Pendragon a dipingere atmosfere malinconiche qui si miscela con una rievocazione floydiana e delle proprie stesse origini. Insieme, la band trascina anche l’inspessimento del suono che ha maturato negli anni e l’intimismo di Steve Wilson.

È l’atmosfera, nel suo complesso, a regalare l’emozione maggiore. I capitoli sono parti di un mosaico che assumono significato solo attraverso una visione dall’alto (prova ne è la suite di 17 minuti divisa in tre parti).
Equidistanza tra complessità ed immediatezza; emozioni che sono sensazioni leggere, sfiorate appena; il sassolino nello stagno che irradia onde per metri: questo è “Pure”, una piccola stella che è riuscita a diventare sole.

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