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Per amore del musical

A MOVIE FULL OF LOVE
Questa non è una vera recensione né il solito approfondimento. Potrebbe sembrare un articolo mosso dalla volontà di difendere l’adattamento di Tom Hooper dagli attacchi dei non iniziati all’universo straziato e straziante de “Les Misérables” ma il kolossal di Claude-Michel Schönberg e Alain Boublil tratto dalle pagine di Victor Hugo si esprime da solo in tutta la sua forza e non ha bisogno di alcuna difesa. Canzoni come “I Dreamed A Dream”, “On My Own”, “Empty Chairs At Empty Table” e “A Heart Full Of Love” rendono la vita più piena e più bella. Chi non le ha mai ascoltate o storcerà il naso di fronte alla loro palpitante umanità perde una gran bella occasione di sintonizzarsi col proprio battito cardiaco.

No. Molto più semplicemente queste pagine sono una lettera d’amore alla spudorata generosità de “Les Misérables”. All’arte che riflette i nostri sogni e al cinema che li restituisce amplificati. A un genere come il musical che punta al massimo dell’artificio avvalendosi del massimo della preparazione artistica. Agli interpreti che mettono a nudo la loro anima come soltanto attraverso la musica si può fare.

[PAGEBREAK] WHEN THE BEATING OF YOUR HEART ECHOES THE BEATING OF THE DRUMS
“Les Misérables” non ha l’audace originalità e l’acutezza di scrittura di un’opera di Stephen Sondheim né lo scintillio sincopato e ironico dei lavori di Kander & Ebb o il moderno spirito pop-rock di Andrew Lloyd Webber. Piuttosto è molto vicino a una sensibilità che fonde il musical con l’eredità europea dell’opera lirica e del melodramma, dai quali è chiaramente influenzato per struttura e ampiezza del respiro narrativo e musicale.

È smaccatamente sentimentale, popolare e populista tanto nel soggetto quanto nelle scelte musicali: ballad potenti e lineari che riecheggiano in testa per giorni, testi poetici ma diretti, linee melodiche che lanciano le voci e le emozioni fino al cielo, cori e orchestrazioni imponenti che accendono immediatamente la partecipazione del pubblico, come la marziale “Do You Hear The People Sing?” e l’appassionata “One Day More”.

La parola d’ordine è commuovere e “Les Misérables” ci riesce sin dalla maestosa, tonitruante overture che mette a confronto i protagonisti, l’ex-prigioniero Jean Valjean (Hugh Jackman) e Javert (Russell Crowe), lo spietato ufficiale che gli dà la caccia. Ma ogni nota e ogni lacrima risuonano ispirate e sincere. Ed è questo il miracolo de “Les Misérables”: un fiume di emozioni che bombarda e travolge gli spettatori e che Hooper restituisce sullo schermo con smisurata passione. E con un realismo rivoluzionario per il musical grazie alla scelta di far cantare gli attori sul set al momento delle riprese in modo che lo spettacolo si dispieghi davanti al pubblico in tutta la sua verità come se fosse una performance teatrale.

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THERE ARE STORMS WE CANNOT WEATHER: NOTE SULLA REGIA DI TOM HOOPER
A sentire molti critici americani i meriti di Hooper finirebbero qui. Qualcuno ha avuto da ridire anche sul canto dal vivo: combinato con un uso smodato del primo piano produrrebbe un effetto opprimente ed estenuante anche per via del costante vibrato nelle voci. Nonostante il successo al box office e le candidature all’Oscar “Les Misérables” ha quindi dovuto subire un vero e proprio backlash da parte della critica d’oltreoceano.

Vero è che Hooper non va per il sottile e invece che giocare di sottrazione e calibrare l’enfasi melodrammatica insita nel materiale sceglie l’approccio di pancia, iper-sentimentale, e finisce col farsi travolgere dalla cupezza del racconto e dalla solennità delle musiche, rischiando di perdere il senso della misura. Ma ci vuole coraggio per spingere l’acceleratore sull’eccesso fino a questo punto e il risultato, più che ridondante ed ampolloso, è generoso ed avvincente.

Non che la storia in se non si presti ad un approccio così viscerale: l’epopea cristologica del reietto Jean Valjean in fuga da un passato di miseria sullo sfondo dei moti rivoluzionari nella Francia del 19esimo secolo tocca tutto lo spettro cromatico del dramma umano. Il senso di colpa, la crisi d’identità, il sacrificio e la redenzione sono tutti temi legati al personaggio di Valjean. A questi si aggiungano la discesa agli inferi e la degradazione morale dell’operaia Fantine, la rivolta del popolo contro la corruzione dei potenti, l’amore di Marius e Cosette colmo di speranza per il futuro, l’amore senza speranza di Éponine, la perfida ipocrisia dei locandieri Thénardier, il cieco senso della legge di Javert ed ecco servita l’elefantiaca densità de “Les Misérables”.

Infine, visivamente parlando, il film ha un suo fascino luttuoso e decadente tutt’altro che trascurabile. Hooper non cambia di una virgola il suo gusto estetico fatto di inquadrature decentrate, grandangoli deformanti e un ricorso sfrenato al close-up che azzera la distanza tra attori e platea. Ma a differenza de “Il Discorso Del Re” questo stile così fortemente caratterizzato è adeguato alla raffigurazione del mondo visto dal basso tratteggiato da Hugo e contribuisce a creare un’atmosfera claustrofobica e spettrale di grande efficacia.

[PAGEBREAK] DO YOU HEAR THE ACTORS SING?
Dimenticate la perfezione e la pulizia vocale a cui il musical ci ha abituati con le voci preregistrate. Il cantare dal vivo permette agli attori di essere nel momento e di interpretare i brani con maggiore libertà. L’effetto finale è crudo ed incandescente, non privo di sporcature ma proprio per questo realistico e perfettamente in linea coi toni violenti e tragici del racconto. La regia avrà i suoi difetti ma a Hooper va perlomeno riconosciuto il merito di aver assemblato un cast di attori-cantanti impegnati in un formidabile scontro all’ultima nota.

Senza Hugh Jackman e Anne Hathaway “Les Mis” non avrebbe alcun senso: Valjean e Fantine sono iscritti nel loro DNA, tanta è la dedizione con cui i due interpreti, forti di un solidissimo background da performer di musical, si sono accostati al progetto. Jackman àncora il film con la sua presenza dall’inizio alla fine e se c’è qualcuno che può soffiare il titolo di attore dell’anno a Daniel Day-Lewis è proprio lui. La sua voce si adatta perfettamente al registro tenorile di Valjean, cui spettano le canzoni tecnicamente più difficili – l’inarrivabile “Bring Him Home”, il soliloquio “What Have I Done?”, la splendida “Suddenly” scritta appositamente per il film – e Jackman si getta anima e corpo in un tour de force fisico e vocale impressionante. Ancora più prodigiosa è la Hathaway: il suo screentime è limitato ma Fantine è impossibile da dimenticare. La sua esecuzione di “I Dreamed A Dream”, ripresa in primissimo piano e senza stacchi, è tempestosa e lacerante. Una delle scene più belle dell’anno.

Rispetto a Jackman e alla Hathaway la vocalità di Russell Crowe è meno levigata e non brilla certo per colori e dinamica. Ma il personaggio funziona proprio grazie alla corrispondenza tra la piatta staticità della voce e l’impassibile rigidità del carattere. Con la sua timbrica rock, quasi stridente rispetto all’universo classico de “Les Mis”, Crowe si destreggia sul pentagramma con discreta abilità ma scivola nel suo brano principale, “Stars”, la cui resa è debole rispetto alle potenzialità del pezzo.
[PAGEBREAK] Anche Helena Bonham-Carter sopperisce alle lacune canore con l’energia e i trucchi dell’attrice consumata. In coppia con un perfetto Sacha Baron Cohen è ormai abbonata alle figure di donna viscida e lasciva e sarebbe in piena zona typecasting se non fosse sempre così brava. I Thénardier rappresentano il comic relief dello show ed entrambi gli attori servono allo scopo in modo impeccabile: il loro numero, l’irresistibile “Master Of The House”, vibra di malsana ironia ed impone un fresco cambio di ritmo al respiro musicale del film.

Che Amanda Seyfried sapesse cantare lo sapevamo dai tempi di “Mamma Mia!” ed è un piacere vederla prestare la sua bellezza e la sua voce da soprano leggero all’angelica Cosette, la figlia di Fantine cresciuta sotto la protezione di Valjean. Ma la vera rivelazione è Eddie Redmayne nel ruolo del giovane rivoluzionario Marius. Redmayne padroneggia il mezzo vocale in modo eccellente e la sua commovente “Empy Chairs At Empty Tables” in memoria dei compagni caduti sulle barricate è un altro degli showstopper del musical.

L’attore inglese domina la parte centrale del film muovendosi su un duplice binario narrativo: quello della rivolta, in cui si distingue anche l’ottimo Aaron Tveit nel ruolo dell’amico Enjolras, e quello della storia d’amore. È questo il segmento più inaspettatamente intimista: alle voci di Redmayne e Seyfried che intonano il duetto “In My Life / A Heart Full Of Love” si unisce in un illusorio, impossibile triangolo quella della straordinaria esordiente Samantha Barks nel ruolo di Éponine, figlia dei Thénardier e silenziosamente innamorata di Marius. Subito dopo, rimasta da sola sotto la pioggia, Éponine canta “On My Own” e al crescendo “A world that’s full of happiness / That I have never know” l’emozione rompe gli argini. Ancora una volta.

A chiunque voglia perdersi lungo i 152 minuti di questo musical torrenziale, buona visione.

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