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Per iscritto è meglio!

Verba volant, scripta manent“, dicevano i latini. Il ché, trasposto in termini processuali, potrebbe anche significare che un illecito posto in essere con uno scritto è esso stesso prova della sua esistenza e quindi ottimo elemento per “incastrare” il suo autore.
E invece non è sempre così…

Una recentissima sentenza della Cassazione, chiamata a pronunciarsi sulla rilevanza penale del comportamento di un tale che, con messaggi di posta elettronica, importunava ripetutamente una donna, ha affermato che tale condotta non rappresenta una molestia. In particolare, Marco, 41enne, aveva inviato per email a Giulia una serie di “apprezzamenti gravemente lesivi della dignita’ e della integrita’ personale e professionale del convivente della donna“.

Secondo i giudici della Suprema Corte, infatti, lo sfogo inviato tramite posta elettronica non è punibile come molestia in quanto “l’invio di un messaggio di posta elettronica, esattamente come una lettera spedita tramite il servizio postale, non comporta (a differenza della telefonata) nessuna immediata interazione tra il mittente e il destinatario, né alcuna intrusione diretta del primo nella sfera delle attività del secondo“. Non essendo il fatto previsto dalla legge come reato, la Cassazione ha annullato la sentenza del precedente grado, che aveva invece condannato Marco.

L’art. 660 cod. pen. condanna la molestia quando viene realizzata con il telefono. E questo a causa dell’impossibilità, per la vittima, di sottrarsi all’interazione diretta con il “disturbo”.
Nel caso della posta elettronica, invece, la rete telefonica viene sì utilizzata, ma solo come canale per la trasmissione dei dati e non già come strumento di teletrasmissione in modalità sincrona di voci o di suoni. È palese infatti che con le email la comunicazione avviene in forma asincrona.

L’azione del mittente - spiega la Corte - si esaurisce nella memorizzazione di un documento di testo (con la possibilità di allegare immagini, suoni o sequenze audiovisive) in una determinata locazione dalla memoria dell’elaboratore del gestore del servizio accessibile dal destinatario; mentre la comunicazione si perfeziona, se e quando il destinatario, connettendosi a sua volta, all’elaboratore e accedendo al servizio, attivi una sessione di consultazione della propria casella di posta elettronica e proceda alla lettura del messaggio“.

Tale forma di comunicazione è equiparabile alla corrispondenza tradizionale cartacea, inviata, recapitata e depositata nella casetta della posta.
Ed in tali casi, la condotta “non comporta nessuna immediata interazione tra il mittente e il destinatario“. Non vi è quindi nessuna “intrusione diretta”.

Al contrario, vi è molestia quando la condotta è realizzata con l’uso di SMS, del citofono o del telefono poiché tali strumenti, sottolineano i giufici, si distinguono per “il carattere invasivo della comunicazione, alla quale il destinatario non puo’ sottrarsi se non disattivando l’apparecchio telefonico, con seguente lesione della propria libertà di comunicazione costituzionalmente garantita“.

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