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Per tutelare non basta il nome (proprio)!

Non si può utilizzare per scopi commerciali il nome di altri soggetti senza il consenso di questi. La tutela al nome, infatti, si estende anche a speculazioni economiche, ma è necessaria quando al nome è legato – per via della sua notorietà – anche un valore commerciale.

Esempio recente è la condanna da parte della Corte di giustizia europea nei confronti di una società giapponese, rea di aver registrato, senza il consenso dell’interessato, presso l’Ufficio marchi della U.E. (l’U.A.M.I.), il nome di un noto stilista italiano, Elio Fiorucci, sfruttandone il potere indicativo. Lo stilista, non avendo concesso alcuna autorizzazione, ha chiesto e ottenuto la nullità della registrazione e il risarcimento dei danni.

Le norme in materia non mancano e, sia sul piano comunitario, sia su quello nazionale, il punto centrale è appunto il consenso del titolare del nome.
Non è però altrettanto chiaro come questa tutela possa realizzarsi sul web.

Nel web infatti il discorso è più ampio e complesso e si inserisce con il problema della registrazione del nome a dominio. Spesso vige la regola del più forte o quella del first come first served (chi prima arriva meglio alloggia). Ne sanno qualcosa la Armani (che per ottenere armani.it ha dovuto “lottare” contro un timbrificio), la Martini (martini.it era il sito di una ditta di illuminazioni), la Motta (preceduta da una ditta di spedizioni che si è accaparrata motta.it, unico caso in cui Davide ha vinto contro il gigante Golia).

Una particolare menzione alla voce “distorsioni” è il cyber squatting (dall’inglese to squat, ossia occupare in modo abusivo), che consiste nell’attività di registrare domini con nomi noti nella speranza che la celebrità usurpata paghi “il riscatto” per riavere il proprio nome sul web. Non è stato risparmiato proprio nessuno: la Fifa e la Uefa hanno dovuto pagare cifre rilevanti per riavere euro2000.com e worldcup2002.com. Il motore di ricerca Altavista e persino l’organizzazione di Madre Teresa di Calcutta hanno denunciato un anonimo personaggio che aveva registrato il dominio motherteresa.com cercando poi di rivenderlo alle suore.

Ebbene, secondo una recente sentenza del W.I.P.O. (organo mondiale della proprietà intellettuale), il diritto al dominio contenente il nome proprio non ha prescrizione. Chiunque può quindi registrare un indirizzo web coincidente con le proprie generalità, ottenendo tutela peraltro nei confronti di eventuali precedenti usurpatori (cfr. sent. Rossopomodoro D2010-2011).

In Italia, dal 1999 è possibile registrare un numero illimitato di domini web, ma è in cantiere un disegno di legge che prevede multe pesanti (fino a 30.000 €) per chi occupa arbitrariamente siti a scopo illecito e di disturbo (art. 1). In attesa che il Parlamento approvi la proposta, il controllo è affidato a una Agenzia, affiliata al C.N.R., che applica regole all’avanguardia nel settore, una delle poche agenzie che tutela anche il nome proprio oltre al marchio (maggiori informazioni sono consultabili sul sito della Agenzia www.nic.it).

Obiettivo della tutela è quello di non ingenerare confusione nel consumatore, che dalla marca trae informazioni determinanti per la sua scelta.
C’è però il problema dei marchi simili, nomi che hanno ragione di esistere in quanto propri dei legittimi proprietari (per es. Ferrari, sia come auto che come spumante). Chi tutelare?

In alcuni casi il pericolo della confondibilità non esiste. È proprio il caso dell’esempio precente (“Ferrari“) e quello di “Centoventuno” (una marca di gioielli e una banca) su cui è intervenuta anche la Cassazione. In altre situazioni, però, la distinzione non è così semplice. Si corre il rischio, in tali ipotesi, di mettere in pericolo la funzione stessa del marchio: distinguere un prodotto da un altro.

Interessante a questo proposito è un’altra recente sentenza della Corte di giustizia europea, del 2009, che riguarda l’adword, cioè quei collegamenti privilegiati – e tutt’altro che gratuiti per le imprese ? che appaiono ai lati della finestra quando si inserisce una parola chiave nel motore di ricerca. Una ditta di trasporti floreali aveva registrato l’adword “Interflora” che avrebbe potuto indurre in confusione con un’altra ditta, ben più estesa e nota della prima.

Pertanto vi deve essere la certezza che il consumatore medio possa fare distinzione fra un prodotto e un altro. Altrimenti dovrà considerarsi legittimo solo il marchio con la capacità distintiva più forte o più semplicemente, quello registrato per primo.

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