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Perché ancora il diritto d’Autore?

Se la musica è ormai digitalizzata e dunque la sua distribuzione è a costo “zero” (non vi sono, infatti, spese nell’uploadare un file su un server affinché possa essere scaricato); se gran parte dei costi del tradizionale CD sono dovuti alla fase di produzione (l’acquisto della materia prima, la registrazione, la stampa del libretto, l’impacchettamento, la spedizione, la distribuzione al dettaglio, la remunerazione del rivenditore); se, ciò nonostante, iTunes fa pagare circa un’euro a canzone, vien naturale interrogarsi sul perché le case discografiche si facciano ancora gioco del consumatore e continuino a chiedere, anche per la musica acquistata on line, gli stessi prezzi applicati alla musica su supporto materiale.
Sulla base di questa e di altre considerazioni si basa l’insubordinazione del mercato nei confronti delle etichette e la ragione pratica sottesa alla dilagante diffusione della pirateria.

Accanto a ciò, si inserisce anche una motivazione di carattere, per così dire, filosofico.
Il diritto d’autore è solo un’invenzione dell’epoca moderna. Al contrario di quanto voglia far credere l’industria dei contenuti, esso non deriva da un “diritto naturale” connaturato all’uomo.
Il dover pagare per ascoltare musica è frutto, infatti, di una recente invenzione del mercato (risalente all’inizio dello scorso secolo), da quando la musica può essere ingabbiata in un supporto materiale, riprodotta e, quindi, venduta. Ma prima, ai tempi di Beethoven per esempio, l’artista non veniva retribuito per il solo fatto che altri ascoltassero o copiassero la sua musica. Vi erano, del resto, ricorrenti interposizioni tra la musica popolare e quella di corte e spesso l’una copiava l’altra o ne riprendeva il medesimo tema. E questo non veniva avvertito dalla coscienza pubblica come un illecito! Ciò che costituiva remunerazione per il musicista, dunque, era unicamente l’esibizione (l’odierno concerto).

Di questi discorsi torneremo ad occuparci a settembre, quando apriremo un dibattito sulle ragioni della pirateria informatica ed intervisteremo Luca Neri, autore di un recente ed autorevole volume: “La Baia dei Pirati: assalto al Copyright”, edito da Cooper.

Per il momento, vorremmo parlarvi dell’iniziativa, portata avanti da alcuni musicisti, rivolta a creare un canale concorrente a quello tradizionale. Tali artisti hanno deciso di non iscriversi alla SIAE o ad altra società di tutela dei diritti d’autore. Tanto al fine di vedere la propria musica liberamente circolare e, con essa, il proprio nome. Qual è il vantaggio per l’autore? Naturalmente la notorietà e, quindi, il maggior peso che acquista la propria produzione artistica.
A tal fine, vi segnaliamo Costozero, sito organizzato da “Filozero”. Trattasi di un progetto rivolto, da una parte, a tutti i musicisti che vogliano essere filodiffusi nei pubblici esercizi italiani e, dall’altra, agli stessi gestori di questi ultimi (commercianti, sale di intrattenimento, hotel, ecc.), che non intendano pagare l’abbonamento SIAE per la musica d’ambiente o acquistare la licenza SCF per la diffusione di musica registrata.
Accanto a “Filozero”, vi indichiamo anche Jamendo, che propone il servizio dietro canone mensile, e Beatpick.

Lo scopo è dunque quello di creare un circolo ove la musica possa essere fruita liberamente; dove gli artisti, autoproducendosi, possano essere promossi in tutto il Paese; dove i pubblici esercenti possano beneficiare di un rilevante risparmio.
Quanto sopra è reso possibile dal fatto che, se la musica filodiffusa (non attraverso Radio/TV, ma mediante lettori CD/Mp3/Ogg o strumenti analoghi), non è stata né creata né eseguita né prodotta da soggetti iscritti a SIAE, ad IMAIE, ad SCF o ad altri organismi di intermediazione, non è necessario corrispondere il canone di abbonamento SIAE, né acquistare la licenza SCF.

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