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Perché se sbagliano li perdoniamo

Matthew Bellamy, Christopher Wolstenholme e Dominic Howard hanno mosso i primi virtuosi passi da Teingmouth, nel Devon, ignari del successo che li avrebbe travolti.
Ora come ora, i Muse sono considerati uno dei gruppi più quotati degli ultimi (quasi) vent’anni, grazie al talento che hanno dimostrato di possedere sia tramite le incisioni in studio che per mezzo di live shows incredibilmente sensazionali. Doti che, insomma, paiono rimanere la cifra del gruppo avvenieristico.

Sarà a causa della capacità di cimentarsi in generi svariati o della maestria nel maneggiare gli strumenti musicali, il fatto è che il numero di fan aumenta a ritmo esponenziale col passare del tempo. Eppure c’è un ma.
È risaputo che i tre soci angli hanno mutato il proprio stile rispetto ai fantasmagorici esordi, finendo per assumere recentemente delle tinte un po’ troppo commerciali e poppettare, secondo gli appassionati maggiormente schietti. Ebbene, tutti i pregiudizi nati dall’ascolto di “The Resistance” cadono non appena ci si trova di fronte a un palco tripartito, ove giganteggiano le figure dei tre artisti con la A maiuscola: persino la canzone meno degna di considerazione prende una forma nuova, la quale lascia lo spettatore a bocca aperta e con un grosso punto interrogativo aleggiante sul capo, della serie “Come ho fatto a costruirmi un’opinione così dannatamente sbagliata sull’album?”.

Non si conosce ancora il meccanismo a dir poco ipnotico che suscita la partecipazione a un loro concerto, perché probabilmente si tratta di qualcosa di non intellegibile umanamente.
Il Resistance Tour è il risultato della giustapposizione di effetti visivi e sonori: tre enormi torri semoventi, tutte dotate di schermi che proiettano grafiche spaziali in concomitanza con i testi e le tematiche delle canzoni, ospitano sulla sommità un componente dei Muse ciascuna – è praticamente ovvio che in quella centrale si erga la persona di Matthew Bellamy -, immerse dai fumi prodotti dalle apposite macchine e dai laser epilettici. La ciliegina sulla torta è senz’altro il duetto basso/batteria che a circa meno della metà della performance vede Chris e Dominic lanciarsi in un tripudio, talvolta ironico, d’arte musicale.
Assistere diventa allora un viaggio trascendente nel mondo platonico delle idee.
I Muse, dunque, sono una band da vedere dal vivo prima di formulare un qualsiasi giudizio, scettico o entusiasta che sia, onde evitare spiacevoli pentimenti e sensi di rimorso.

Quindi: andate e riflettete.

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