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Perché sì

Giovedì al Viper c’era anche un buon numero di nostalgici dei cLOUDDEAD, che bello. Ma andiamo con ordine e fingiamo che l’azione si svolga al tempo presente.
Ad aprire la serata sono i Miranda, trio italiano che si presenta con una bandiera dell’Albania e che suona una sorta di dance-punk di matrice britannica, ma senza gli inconvenienti del caso: la soluzione dei Miranda è piena di originalità, irruenza, pedalini. Inchini al batterista Nicola Villani. Nel pubblico, gente promiscua balla e poi copula.
Josiah Wolf è il fratello di Yoni Wolf, che a sua volta è Why? senza la band. Il set di Josiah Wolf è di folk ortodosso: chitarra classica e batteria, con dei sonagli curiosi montati sull’hi-hat. I pezzi sono semplici e intensi, spesso richiamano il blues (non a caso la cover non-blues di Mississippi John Hurt) e spesso hanno quel minimo di casuale che ci piace (non a caso la cover di Frank Sinatra). Nel pubblico, gente promiscua urla e poi copula.

Why? è Jonathan (Yoni) Wolf e altre quattro persone, fratello compreso. Tre Why? su cinque hanno la barba. La band conta almeno quanto il frontman, se si considera che tutto è suonato dal vivo, senza basi, con xilofoni, tastiere, bassi e quell’ineluttabile senso di sta-accadendo-qui-e-ora.
Il rap di Wolf, si sa, non ha un flow nel senso tradizionalmente inteso – è spezzato, nasale, non cade necessariamente nella rima. Ma i versi di Wolf possiedono un innato senso del ritmo, e dietro al microfono lui si trasforma in una specie di Allen Ginsberg dalle mosse impacciate: probabilmente, sognava di diventarlo sin da bambino. Ci è riuscito.
L’energia si impenna sia durante i pezzi più secchi e melodici del nuovo album, sia su quelli più declamati dei dischi precedenti. Viene suonata praticamente per intero la prima metà di “Alopecia”. La voce non cede mai. Il resto nemmeno.
E allora, ci sono lamentele? Ni. Non si capisce se Yoni Wolf sia intimidito o messo in imbarazzo dal pubblico presente, sia indispettito dalle magliette dei cLOUDDEAD, o abbia un senso dell’umorismo che, filtrato dalla sua bocca, si tramuta in spocchietta. Il contatto con il pubblico, cercato in rare occasioni, non riesce il più delle volte. Fa il suo lavoro – lo fa in maniera mirabile, il resto sembrerebbe essere lasciato ai testi delle canzoni.
Il concerto è perfetto, ma si dimentica un po’.

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