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Percy Jackson e la pietra filosofale

“Percy Jackson E Il Ladro Di Fulmini”, primo capitolo della saga letteraria dell’americano Rick Riordan, racconta la storia di un ragazzo come tanti che scopre di essere figlio del dio Poseidone. Abbiamo incontrato a Roma Chris Columbus, già regista dei primi due film di Harry Potter, che ci ha spiegato somiglianze e divergenze fra questi due giovani eroi, all’apparenza tanto simili.

Cosa l’ha spinta ad accettare di dirigere Percy Jakcson? È interessato alla mitologia greca e in generale alla cultura europea? Crede che questo film servirà in qualche modo ad accendere la curiosità degli spettatori americani per la cultura classica?
Ho sempre amato la mitologia greca, uno dei miei film preferiti da bambino era “Giasone e gli Argonauti”, e ho sempre sognato di dirigere un film del genere. In passato ho scritto la sceneggiatura di alcuni film che in un certo senso vi si avvicinano – come i “Goonies” – ma non ho avuto l’opportunità di immergermi in quelle storie come regista. Le moderne tecnologie e l’incredibile veridicità degli effetti speciali oggi mi ha consentito di farlo.

I miti greci raccontano storie senza tempo, il cui successo non tramonterà mai. Il loro maggiore pregio è soprattutto quello di lavorare su diversi pianti d’interpretazione, un livello più elementare, accessibile a tutti, e un livello più profondo, oscuro, che nel nostro caso può avvicinare al film anche un pubblico più adulto. Non penso a Percy Jackson come ad un film “educativo”, ma sono certo che riuscirà a conquistare la curiosità e la fantasia dei suoi spettatori.

Nel suo film, l’accesso all’Ade, il regno dei morti, si trova sotto la scritta sulla collina di Hollywood. L’Olimpo si raggiunge con un ascensore dall’Empire State Building. Crede che la cultura popolare americana – fumetti, romanzi fantasy etc – siano un po’ la mitologia contemporanea e significano per i più o meno giovani d’oggi quello che i miti greci significavano per i loro contemporanei?
L’idea viene dal romanzo, all’inizio del quale è descritto l’esodo degli Dei greci, che dopo il declino della loro civiltà, si sono spostati attraverso secoli e continenti: dall’impero di Alessandro Magno attraverso l’Italia rinascimentale fino ad arrivare negli Stati Uniti, dove sono per così dire “ospiti temporanei”, fino a che anche questa civiltà non finirà per autodistruggersi.

Mi hanno spesso detto che Percy Jackson per molti versi somiglia a Harry Potter. È vero, ma ha anche molto in comune con Spider-Man, o Frodo: non tanto nella realizzazione o nella cifra stilistica, questi personaggi sono accomunati dai loro difetti, dalle loro debolezze, che nel corso del racconto finiscono per diventare i loro punti di forza.

Percy è infatti un ragazzo con molti problemi, ma impara ad affrontarli e ne trae forza. La si può considerare una metafora del popolo americano?
Mi auguro che il nostro Paese riesca a raggiungere i risultati di Percy, ma l’America ha decisamente molta più strada da fare. Trattare di questioni sociali è importante anche al cinema, ma in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo, non solo negli Stati Uniti, lo spettatore ha anche voglia di “evadere” per qualche ora in un mondo diverso dal suo (“Avatar” insegna) e Percy Jackson è soprattutto questo, intrattenimento.

Dal punto di vista letterario Harry Potter può essere considerato una rivisitazione per ragazzi di un classico come il “Signore degli Anelli”. Percy Jackson potrebbe essere allo stesso modo paragonato ad un romanzo di Neil Gaiman, “American Gods”. Lo ha letto? Ne ha tratto ispirazione per il suo film?
Conosco Neil Gaiman – a dire il vero al momento sto producendo un film di Neil Jordan tratto da un suo libro, “The Graveyard Book”, ma pur avendone sentito parlare non ho ancora avuto occasione di leggere “American Gods”. Lo farò al più presto.

Hollywood è la porta dell’inferno, Ade è vestito come Mick Jagger, in generale tutte le divinità dell’olimpo sono un po’ delle rockstar. Ci racconta come ha lavorato, con Percy Jackson, per trovare la giusta impostazione stilistica e mantenere un buon equilibrio fra i tanti diversi snodi narrativi?
Se il tuo film non ha successo Hollywood può trasformarsi nell’inferno. È un luogo che non mi piace, non ci abito, ho una famiglia, quattro figli, e non voglio che crescano lì. La scelta di ambientare l’inferno lì è del tutto intenzionale (ride).

Scherzi a parte, la cosa più importante è stata trovare i giusti interpreti. Devo dire che sono stato molto fortunato ad incontrare Logan Lerman – lo avevo già visto in “Quel Treno Per Yuma”, con Christian Bale e Russell Crowe – perché è un giovane pieno di talento e credo che avrà un futuro, non solo come star del cinema, ma come attore. Il film ruota attorno a lui e sono certo che il pubblico non avrà difficoltà a prenderlo in simpatia e ad immedesimarvisi. Trovato il giusto protagonista era anche importante creare un ambiente adatto per far recitare tanti giovani attori. Abbiamo girato molte scene con lo schermo verde, per aggiungere gli effetti speciali, e in quei frangenti i ragazzi erano privi di punti di riferimento per muoversi. Devo dire che si sono comportati tutti molto bene, ma ho comunque cercato di ricreare quanti più set originali possibili per permettere loro di muoversi in un vero spazio scenico e per dare qualcosa di più “tangibile” agli spettatori. Ad esempio abbiamo ricostruito in studio il set del Partenone così che i ragazzi, pur non trovandosi fisicamente davanti all’Idra, potessero comunque muoversi agilmente negli spazi del tempio.
[PAGEBREAK] La saga di Harry Potter ha lanciato la carriera dei suoi tre protagonisti. Ci può dire cosa pensa dei giovani interpreti di questo film?
Come ho detto anche prima, una volta trovato il protagonista tutta la produzione ha girato attorno a lui. Gli altri tre attori (perché considero fondamentale anche Jake Abel, il ragazzo che interpreta Luke) sono stati scelti in base alla chimica che si formava fra loro sul set, e ovviamente era anche importante che fossero in grado maneggiare una spada. Alexandra Daddario ad esempio l’abbiamo trovata facendo un casting a New York, dal momento che le giovani attrici a Los Angeles sembrano tutte denutrite, mentre noi avevamo bisogno di una ragazza forte e atletica, che incarnasse lo spirito di una semidea. Alexandra, che oltretutto è molto bella e fotogenica, credo risponda perfettamente a tutti questi requisiti.

Come ha lavorato per adattare il libro? Quali parti della trama sono state sacrificate, e come ha deciso cosa tagliare?
Lavorando ad Harry Potter mi sono spesso sentito in trappola: non avevo praticamente alcuna libertà registica, e questo non per volere della scrittrice, J. K. Rowling, ma per la costante attenzione da parte dei fan della saga: era come se avessimo gli occhi del mondo addosso, ed il timore di deludere quelle aspettative mi impediva di concentrarmi al meglio sul film. Con il secondo film la situazione è leggermente migliorata, e così è stato ancora per Cuaròn che ha potuto girare il terzo capitolo senza tutta quella pressione inziale.

Con Percy Jackson ho voluto dedicare tutta la mia attenzione al film senza preoccuparmi dell’aderenza al libro – ovviamente tenendo presenti gli elementi che lo correlano al resto della saga – per trarne il miglior film possibile. Quindi mi sono preso molte libertà: non ho solo tagliato alcune parti, ma ne ho aggiunte delle altre (la sequenza dell’Idra manca nel romanzo), è stato inebriante e liberatorio, come tornare ai miei primi anni a Hollywood, quando scrivevo la sceneggiatura per i “Goonies”.

È in programma un seguito? Sarà lei a dirigerlo?
Non voglio essere presuntuoso o sfidare il destino: se il film avrà successo sicuramente verrà prodotto un sequel, e devo dire che non mi dispiacerebbe affatto essere ancora parte del progetto. Mi sono trovato molto bene a lavorare con questo gruppo di attori e sul set si respirava un’ottima atmosfera.

Come mai non avete realizzato questo film in 3D?

Ne abbiamo discusso, ma con la post-produzione avremmo rischiato che Percy Jackson uscisse dopo “Clash Of The Titans”, un film che tratta argomenti simili, e volevamo assolutamente evitarlo. Però amo il 3D, il recente successo di film come “Avatar”, “Coraline” e “Up” dimostra che non si tratta solo di un tecnicismo, ma è una trovata che consente allo spettatore di immergersi pienamente nell’atmosfera del film. Mi piacerebbe vedere un musical in 3D, o un un film drammatico… Credo che col tempo il pubblico saprà accettarlo. Mi piacerebbe molto dirigere un film in 3D, ma quando avverrà lo farò con tutti i crismi e senza pressioni.

Nel film c’è una battuta in cui si dice che alcuni semidei famosi sono arrivati fino alla Casa Bianca. Secondo lei Obama di che dio potrebbe essere il figlio?
Probabilmente Zeus. La battuta originale era “Ci sono molti semidei famosi, e quando dico famosi dico Casa Bianca – sono anche uscito dal campo d’allenamento per andare a votare” ma abbiamo tagliato l’ultima parte perché pronunciata dall’amico di Percy Jackson che aveva già trascorso la maggior parte del tempo fuori dal campo d’allenamento. Il concept di base era quello di tirare in ballo nomi famosi, ad esempio Chirone (interpretato da Pierce Brosnan) è l’allenatore di tutti i semidei, da Ercole a Michael Jordan.

Quali sono i film e i libri che hanno alimentato la sua fantasia quando era bambino?
Difficile a dirsi, perché si tratta di una combinazione di tanti elementi diversi. Entrambi i miei genitori lavoravano in fabbrica, sono cresciuto in una cittadina sperduta dell’Ohio, e la mia unica via di fuga era la televisione, il cinema o la lettura – di libri e fumetti. Nel 1973 sono stato per la prima volta al cinema: davano una riedizione del “Padrino”. Ci sono tornato la settimana successiva e ho visto “Mezzogiorno E Mezzo Di Fuoco”. Quando non sono soddisfatto di qualcosa nei miei film ho sempre l’impressione di aver prodotto l’improbabile incrocio fra questi due. L’importante è non perdere mai la fame di cultura, alta o bassa che sia, ma continuare a nutrisi del lavoro altrui per alimentare i propri sogni e la fantasia.

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