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Perez. di Edoardo De Angelis presentato al Martos di Napoli

Perez.” – rigorosamente col punto – di Edoardo De Angelis, presentato il 28 settembre in anteprima al cinema Martos di Napoli, è uno dei film dell’ultima edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, dove è stato proiettato fuori concorso (qui la nostra recensione). Ad accompagnarlo in sala davanti al pubblico, c’era buona parte del cast con regista e produttore. I ritardi non hanno consentito agli attori di spendere molte parole, se non i rituali ringraziamenti e l’augurio di godere del film e di parlarne bene (a responsabilità del quarto produttivo).

Luca Zingaretti ha tenuto ad aggiungere che il film, in tutto il suo comparto, è stato realizzato da tecnici, attori, professionisti napoletani. «È una possibilità questa — ha sottolineato —  che produzioni del genere facciano bene al sud Italia dal punto di vista artistico come da quello economico».

E veniamo al film.

L’onda lunga di “Gomorra” e della serialità arriva al cinema non solo col corpo d’attore di Marco D’Amore (Ciro di Marzio, detto l’Immortale nella serie targata Sky) ma soprattutto in un rinnovato interesse per il cinema di genere – e soprattutto per un cinema di genere ambizioso – che il nostro Paese sembrava aver dimenticato dopo la fertilissima stagione degli anni 60/70.

Perez è un avvocato che vive e lavora al Centro Direzionale di Napoli, dunque fa casa e bottega tra le vie asettiche, spoglie, fredde di quello che doveva essere il polmone rigenerante dell’economia campana e che invece s’è rivelato solo un colosso di ferro, vetro e cemento per lo più desolato. Un parallelo perfetto con l’animo del protagonista, cui Zingaretti, spogliatosi dell’alto senso dello stato e della giustizia del suo Montalbano, regala un volto prosciugato da ogni sentimento e da ogni volontà di agire per modificare o intervenire sulla realtà. Ce lo dice lui stesso, all’inizio del film, mentre corre di prima mattina tra la desolazione dei grattacieli: come ogni noir che si rispetti, la storia ci offre uno spunto, il momento in cui tutto si rompe nell’animo di un uomo per poi tornare indietro e mostrarci la strada che l’ha condotto sino a lì.

Perez.“, il film, ha il punto nel titolo. È il punto che il protagonista mette a un certo momento, quando forse i bocconi amari da digerire sono troppi, specie se riguardano la figlia (fidanzata con un camorrista, interpretato da D’Amore). Ecco, allora, che quando gli si offre la possibilità di tirare su dei bei soldi, facendo un semplice favore a un suo assistito, pentito della camorra, la sua immobilità inizia a vacillare. Ma quando si interviene nella vita, dopo anni e anni di sonno, non tutto fila liscio e ciò per cui si sta lottando forse rischia di diventare un bersaglio ancora più facile.

La regia di Edoardo De Angelis sceglie una serie di accorgimenti visivi non banali per raccontare questa evoluzione, a cominciare dall’uso insistito del fuori fuoco. Il più delle volte, infatti, la realtà intorno al protagonista (vero attore principale, presente in ogni scena) si fa indistinta per raccontare la rinuncia del personaggio alla vita e alla realtà. De Angelis ha spiegato questo effetto grazie all’impiego di ottiche più morbide, dai 50mm in su. E per raccontare invece i luoghi, anzi il luogo, quel Centro Direzionale che è insieme tana, lavoro e riflesso dell’animo di Perez, il regista ha scelto, invece della steady-cam, una Moviefly con stabilizzatori esterni: è così le riprese tra i colossi architettonici progettati da Kenzō Taige prendono vita stringendosi e incombendo sul protagonista, sin dall’incipit, creando una situazione di tensione continua.

Tuttavia, la scelta è anche un po’ troppo insistita e il rischio del formalismo è dietro l’angolo. Senza contare che vi sono altri cedimenti strutturali, visibili anche a un occhio meno cinematografico. È apprezzabile che in Italia si torni a raccontare seguendo uno schema di genere e puntando sulla trama e la tensione più che sulle solite ramanzine sociologiche – specie quando si parla di malavita – (questo è senza dubbio un merito di Perez.).

È innegabile l’apporto di una parte del cast, capitanati da un Luca Zingaretti forse a rischio monocorde, ma che dimostra di essere uno dei migliori attori italiani, specialmente nel riprodurre dialetti lontano dal suo (da napoletano posso confermare che la sua dizione è praticamente perfetta, immersiva e realistica al punto giusto). E come ogni cinema di genere che si rispetti, De Angelis conferma al suo film un paio di caratteristi all’altezza.

A cominciare dal boss pentito Luca Buglione, interpretato da Massimiliano Gallo con tanto d’occhiali, che ormai sembrano una caratteristica vincente per raffigurare la latente minacciosità dei malavitosi partenopei: il suo eloquio tranquillo, la sua nonchalance, il parlare forbito denunciano sicurezza anche in una situazione che lo vede con le spalle al muro e insieme a gesti, sguardi, linguaggio del corpo, racconta una realtà inquietante e inquieta, definendo insieme un archetipo narrativo che diventa l’ingranaggio perfetto per l’evoluzione del protagonista.

Al punto opposto si colloca invece l’Ignazio Merolla di Giampaolo Fabrizio, collega e intimo amico del protagonista, funestato dalla tragedia familiare come lui e specchio ancor più deformato della solitudine e di una vita inutile dello stesso Perez. In pochi tratti e scene, dalla sua iniziale logorrea alla graduale riduzione al silenzio, Merolla rappresenta lo scatto e lo scarto nella vita del protagonista.

Tuttavia il film ritrova il suo passo claudicante dove forse non ce lo saremmo aspettato: il ruolo di Marco D’Amore, infatti, è troppo sacrificato, troppo brusco il suo “cambiamento”, proprio perché il suo personaggio non riesce a scrollarsi di dosso una patina stereotipata, da malvivente della narrazione. Lo stesso si può dire dell’esordiente Simona Tabasco, che interpreta la figlia di Perez: il contrasto e il passaggio da una visione “annebbiata” alla presa di coscienza appare irrealistica.

Perez. è un film che ci prova, che tenta di risollevare un certo cinema di genere che ha fatto e potrebbe ancora fare la fortuna dell’economia cinematografica di casa nostra; ma avere a che fare coi generi è un lavoro molto delicato. Il genere offre molti appigli, ma sono appigli spesso consumati, per cui, pur in un andamento in cui la tensione tiene, pur col supporto di un pugno di bravi attori e nella scelta non banale di restringere il campo della narrazione su di loro e solo su di loro, aumentando quel senso di claustrofobia che fa tutt’uno con la vicenda raccontata, eppure tutto questo non basta a sollevare Perez. da una medietà che rischia di farcelo dimenticare a pochi giorni dalla visione.

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