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Perfetta imperfezione

Talvolta si cerca di non farsi aspettative troppo alte. Se deluse, troppo forte rischierebbe di essere l’impatto con la realtà.
Talvolta, invece, ci si lascia trasportare dall’ineluttabilità delle emozioni.
Sperando di non schiantarsi.
Stasera, le nostre menti sono un fiume in piena. Inevitabile straripi, di lì a poco.

Un Alcatraz stracolmo ha l’onore di ospitare il ritorno sulle scene dei Portishead, 11 anni dopo l’album omonimo, a distanza di 14 da quella pietra miliare che risponde al nome di “Dummy”.
La sensazione di stare per assistere a un evento è palpabile, e il non facile compito di aprire la serata spetta agli ungheresi A Hawk And A Hacksaw.
Silenziosi, salgono sul palco per dare vita ad un set sì sentito, sì caratteristico, sì evocativo ma anche, inevitabilmente, tedioso. Non tanto per demerito alcuno quanto piuttosto essendo, loro, ciò che ci separa da lei.
E quando calano le luci, l’attesa si fa spasmodica. Snervante.
Fino al tripudio che accoglie l’ingresso in scena di Adrian, Geoff e Beth, che vengono a violentarci cullandoci.
L’apertura è affidata a due brani di “Third”, e la reazione non può che essere positiva. Durante l’opener “Silence” a ben pochi viene lo stimolo di interrompere questo ossequioso silenzio.
Stimoli. Costanti.
And if I should fall, would you hold me?” ci chiede Beth in “Hunter”, destinata a diventare istantaneamente uno dei classici del gruppo.
Potremmo mai risponderti di no, noi?
“Mysterons” è il primo estratto dai vecchi lavori e il boato che lo accoglie testimonia quanto “Dummy” possa essere rimasto scolpito nelle nostre anime. Nei nostri cuori.
Le luci costantemente soffuse non fanno altro che aumentare il pathos regnante, mentre “Glory Box” ci lascia basiti, incuranti di tutto.
Schiavi compiacenti.

Bambini giocano, ridono felici sullo schermo mentre Beth intona “Sour Times”.
Beth.
Lei così fragile, lei così insicura. Lei che sembra quasi sentirsi fuori luogo, quasi fosse in un costante atteggiamento di scusa. Lei così esile.
Lei così stupendamente femminile.
Lei così esigente nei confronti delle nostre emozioni che continua a violentare in questo travolgente oceano di sensazioni.
Lei quasi commovente in “Wandering Star”. La sua voce calda che fa da contraltare ad una batteria freddissima in “Machine Gun”.
Ossimoro.
La parte finale del primo capitolo del concerto vede finalmente suonati alcuni brani di “Portishead”: “Over” e “Only You”, inframmezzati da “Sour Times”, precedono “Cowboys”, terminata la quale i nostri spariscono dal palco.
Per tornare dopo poco: “Threads” dà a Beth la possibilità di urlare quanto mai prima, mentre durante “Roads” avrebbe potuto piovere dentro l’Alcatraz e nessuno se ne sarebbe stupito.
Catarsi collettiva.
Una pulsante “We Carry On” sancisce la fine del concerto, e quando gli addetti iniziano a togliere gli strumenti capiamo che è davvero giunto il momento di svegliarci.
Ma non di schiantarci… tutt’altro.

Potremmo obiettare che sono stati suonati troppi pezzi da “Third”.
Che ne abbiamo sentiti troppo pochi da “Portishead”.
Ma possiamo soltanto tacere, e felicitarci.
Dell’aver vissuto uno dei concerti più intensi, più meravigliosamente profondi di questa nostra esistenza.

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