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Perseverare

Gli Stratovarius esistono ancora o forse no. Nell’arco di un quindicennio scarso hanno costretto numerosi adolescenti a entrare in contatto con il mondo del metal, grazie a melodie talmente orecchiabili frutto di spunti compositivi esaltanti. Hanno messo in studio una combo di musicisti tecnici che tutti insieme sul palco suscitavano di regola più di una perplessità. Hanno registrato un nome così cool da essere condannato a sopravvivere anche alle fuoriuscita del membro fondatore della band.

“Elysium” è la seconda tappa dalla reincarnazione del 2008, che con quella originale di comune ha forse solo il logo e la voce di Kotipelto. Le sonorità sono quasi rarefatte dalla nuova “essenza” Stratovarius che le permea. È tutto perfetto, algido, velato da una patina di brina sotto la quale anche l’entusiasmo riposa in attesa della primavera. I pilastri delle canzoni sono due: il dominio delle tastiere del monumento Johansson e il guinzaglio che lega il talento del giovane Kupiainen. Come definire i nove pezzi? Carini, funzionali, equilibrati, senza troppe finezze, non troppo veloci quelli veloci e non troppo lenti quelli lenti.

L’ascolto, in cambio del prezzo di copertina, offre un viaggio sul bruco-mela dei bambini piccoli. L’ottovolante coi giri della morte di tanti anni fa è stato ristrutturato. Il singolo “Darkest Hours” è forse il brano che suona più familiare, con la sua struttura regolarissima, la potenza trattenuta e l’accento sugli immancabili cori. A chiudere il disco una suite di diciotto minuti (“Elysium”), che sembra messa lì apposta per dare una mazzata in mezzo alle spalle dopo tanti pezzi da quattro minuti e rotti. Invece è una canzona varia e piena di buoni momenti melodici, con ripetuti intrecci tra chitarra e synth. Ottima come sottofondo di una lettura non impegnativa.

Tra il capo e la coda del disco, accenni al passato vanno e vengono. La varietà dei componimenti viene coltivata con cura. Ma la foschia intorno al logo Stratovarius non si solleva.

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