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Perturbazione: Intervista al Primo Maggio 2014

Dopo la partecipazione al Festival di Sanremo 2014 con “L’Unica” e “L’Italia Vista Dal Bar”, i Perturbazione sono saliti anche sullo storico palco del Primo Maggio a piazza San Giovanni, Roma.
Li abbiamo incontrati proprio lì, nel backstage, dove chiacchieravano sorridenti con tutti prima di salire sul palco. Non vi anticipiamo cosa ci hanno detto, ma vi diciamo che incontrare persone carine come Elena Diana e Tommaso Cerasuolo non capita tutti i giorni, specie dietro i backstage.

Iniziamo con una domanda che probabilmente vi avranno fatto tutti. Com’è stato passare al palco dell’Ariston, dopo tanti anni lontani dall’essere un gruppo “mainstream”?
Tommaso: Aspiriamo a diventarlo (ride), così potremo finalmente pagare tutte le bollette con tranquillità.
No vabbè, suoniamo le nostre canzoni e giochiamo in serie B da molti anni, senza intenderlo con disprezzo, al contrario ho grandissima ammirazione per chi è riuscito a stare in contesti molto diversi. Noi siamo andati dai club alle associazioni, dai circoli alle ludoteche, fino alla cameretta nostra di quando abbiamo iniziato: non ci siamo mai posti nell’ottica di suonare solo in un determinato contesto, vorremmo riuscire a raccontare le nostre storie e fare la nostra musica il più possibile, senza nessuna vergogna e senza doverlo spiegare troppo. Se si riesce a coinvolgere le persone e a catturare un sentimento popolare, allora significa che abbiamo fatto un buon lavoro, è un grande compito sollevare l’animo umano e farci sentire meno soli. Se lo fai in una situazione come questa, le tue canzoni se hanno forza si sosterranno.

Visto che appunto siete in giro da parecchio tempo, come avete visto evolversi la figura del musicista in questi anni?
Elena: Ci sono delle cose che non sono cambiate, che sono i chilometri in furgone (ride). Questo proprio è un leitmotiv che ci accompagna da tanto. Penso che oltre a ciò sia cambiato tutto in realtà, a partire dalla discografia. Per cui siamo partiti con l’idea di fare il disco, di portarlo ai concerti, adesso il disco non è il modo principale per veicolare la musica che fai, rimangono i palchi, le piazze, i teatri, queste bellissime occasioni; però alla fine la musica, noi come gli altri, andiamo ad ascoltarcela su Spotify o YouTube, o ci compriamo le cose su iTunes. La fruizione è estremamente diversa.

Tommaso: Sì, è molto più liquida. È difficile continuare solo con questo mestiere, quindi ciascuno di noi si è dedicato anche ad altro nel frattempo per sopravvivere nei periodi di pausa. Non puoi essere costantemente in tour, anche la gente si rompe (ed è giusto così). Anche per ricaricare le batterie, vedere che storie vuoi raccontare.
Secondo me la musica continua ad essere un forte collante, diciamo che il modo in cui si veicola e se ne usufruisce si è come sparpagliato. Continua ad esserci la voglia di sentirsi raccontare delle storie, sarà sempre un bisogno dell’uomo. Sta alla forza dei musicisti riuscire ad adattarsi, senza rimpiangere il passato. Per noi il disco continua ad essere importante, deve avere un fil rouge narrativo, ma non va bene essere troppo passatisti.
Gli anni Cinquanta, prima di “Sgt. Pepper’s” dei Beatles, sono stati un’epoca di singoli. In fondo siamo tornati a quell’epoca lì, bisogna viverla con gioia senza accanirsi troppo e anzi, pensando di dover fare qualcosa di così dignitoso proprio come “Sgt. Pepper’s” per ridare il collante narrativo a tutto quanto e forse ridare alla gente la voglia non solo di scaricare il singolo, ma di cercarsi tutto uno spettacolo e un disco.

Elena: Sapendo che comunque è difficile che ci diano la Limousine per andare in giro, ecco (ride).
E anche sull’elicottero ho qualche dubbio.

C’è qualche gruppo, giovane o meno giovane, attuale o datato, a cui guardate in particolare? Sia italiano che internazionale.
Elena: Per esempio i Cani sono una band che merita.
Tommaso: Sìsì, belli i Cani. Io sto ascoltando tanto gli Elbow, verranno il 25 agosto a Firenze e vi invito tutti ad andare a sentirli. Li ho visti solo in video, ma fanno dei dischi incredibili, c’è qualcosa di Peter Gabriel e dei Genesis, di quella tradizione veicolata però attraverso una sensibilità tutta loro.
Mi è piaciuto molto Stromae, è stato bello che questo festival abbia avuto il coraggio di portarlo e tutto sommato il pubblico italiano l’ha scoperto tramite quel palcoscenico. È stato molto criticato ma ha fatto questa bella cosa.
Elena: Io tifo per Ezra George, che però è già famoso di suo, pur essendo giovane con una voce da vecchio, e sto aspettando che Carlotta diventi famosa. È una cantautrice torinese bravissima, prima o poi la sentirete perché sicuramente vi arriverà.

Il Primo Maggio a Roma non è l’unico evento, c’è anche il palco di Taranto e di altri luoghi in giro per l’Italia. Voi come mai avete scelto la Capitale?
Tommaso: è Roma che ha scelto noi, se ci avessero chiamati da Taranto saremmo scesi volentieri. Non condivido queste affermazioni tipo “Noi siamo quelli che lo famo vero”, nel senso che il musicista secondo me dovrebbe stare zitto e suonare. Questa di base è la nostra filosofia.
Il mancato pagamento è un problema di tante aziende italiane, non soltanto di chi ha organizzato i vecchi primi maggi, quindi non starei tanto a menarla. È la festa dei lavoratori, ben venga che ce ne siano una, cento, mille. Certo, servono delle cose che facciano incontrare le persone piuttosto che dividerle.
Elena: E comunque qui in Piazza San Giovanni non ci saremmo stati tutti, quindi bisognava dividersi (ride).

Tra l’altro musica e lavoro. Però è difficile vivere di musica in Italia. Secondo voi qual è il problema?
Elena: è difficile perché la cultura non istituzionale, nel nostro paese, è una specie di parolaccia. La cultura è considerata come qualcosa che deve stare dentro al conservatorio oppure dentro la sala da concerto. Nel momento in cui esci dall’ambito accademico, la cultura diviene questa roba ineffabile di cui tutti abbiamo bisogno per nutrire le nostre vite, perché se pensassimo solo alle bollette, al lavoro o a mangiare saremmo davvero degli esseri miseri. Tuttavia, questo ai fini economici in Italia è poco riconosciuto, tutt’ora.
Tommaso: Lo ripetiamo, ne abbiam già parlato, ma la musica dovrebbe rientrare nelle scuole. Sarebbe un modo per avere delle generazioni di ascoltatori, di chi ha suonato e quindi sa e si appassiona. Fare musica d’insieme nelle scuole, non il flauto dolce, per ridare il senso di cultura alla musica. Allora si costruirebbero delle belle generazioni; ormai si è democraticizzato tutto, siamo in tanti a suonare e fare dischi, non è facile vivere d’espressione artistica. Filosoficamente è anche giusto che non si riesca a vivere solo di questo, è vero che però c’è una carenza generale.
Ho molto rispetto per l’hip-hop, so che è un linguaggio diretto e che appartiene ai giovani, trovo tuttavia che manchi quella voglia di abitare un luogo che di per sé è sinonimo di crescita, come la scuola, con la musica.
Nel giro di dieci anni si creerebbe un insieme di persone con la voglia di andare a cercare la musica, di andare ai concerti, saremmo di nuovo tutti più ascoltatori e non solo musicisti che vanno ai concerti di altri musicisti.

Elena: E comunque c’è sempre qualcosa nella scuola, ma affidata alla volontà del singolo. Non c’è il ministero della pubblica istruzione che, a ragion veduta e non improvvisando, si occupi di creare dei programmi che prevedano una visione dell’educazione musicale realistica, inserita nel 2014 e quindi con tutti gli strumenti tecnologici che ne dovrebbero conseguire.

Tommaso: Se spieghi l’endecasillabo e spieghi l’hip-hop l’insegnante di lettere può farlo, ma se porti questo nei programmi è diverso. Sarebbe importante riportarlo con una riforma scolastica appropriata.

La musica sembra ormai passare solo tramite i talent, cosa ne pensate?
Tommaso: Ma non sono il male assoluto, il problema è che se ci sono solo quelli che palle. Siamo in tanti, facciamo cose diverse, è una ricchezza. Perché solo i talent? Sono una macchina, come tutta la televisione: vendono la scatola, non tanto il vero talento singolo. Poi se uno ha un manager molto bravo può usare questo come gancio di traino iniziale, ma il talent dopo un po’ stancherà.
Del resto è un format, non bisogna pensare che quella sia la musica. È un pezzo della musica, perché non usare tale ricchezza anziché fossilizzarsi solo su un’unica cosa?
Che, alla fine, è l’interprete. Il cantautore non deve per forza essere uno palloso con la barba che ti racconta storie impegnate; il cantautore è uno che scrive e canta le canzoni che sono adatte alla propria voce e alla propria sensibilità. È uno che racconta le storie migliori che è in grado di narrare, se sforniamo soltanto interpreti, che un quarto d’ora dopo sono invecchiati, ma che diamine facciamo per questo futuro dei ragazzi?
Il talent non è il problema, il problema è cosa vuoi fare della cultura del tuo paese.

Dove vi vedremo prossimamente?
Il 10 maggio al Velvet di Rimini, poi facciamo una breve pausa. Sul sito perturbazione.com si potranno leggere tutte le date del tour estivo.

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