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Perturbazione: Le città viste dal basso

In occasione del concerto dei Perturbazione la seconda sera della Blogfest (il 13 settembre 2008 a Riva del Garda) abbiamo fatto una chiacchierata con Tommaso Cerasuolo, il cantante, sulla serie di concerti di cui anche questo faceva parte, chiamata Le città viste dal basso e intuibilmente dedicata alle canzoni, proprie o altrui, (quasi) unicamente italiane, che parlino di scorci urbani, con la compagnia ogni sera di quattro special guest (la nostra sera erano Mauro Ermanno Giovanardi dei La Crus, Vasco Brondi alias Le Luci Della Centrale Elettrica, Emidio Clementi ex Massimo Volume ed il cantante dei Virginiana Miller Simone Lenzi), e più in generale sul cammino dei Perturbazione fino ad oggi e sul futuro prossimo.

Allora, comincerei a parlare di queste “Città Viste Dal Basso. Nel comunicato stampa era citato Clementi, e mi viene in mente magari anche Lucarelli in “Almost Blue”, quando dice che Bologna è molto differente vista dall’alto, dove è molto verde, che vista normalmente, dove questo verde non si vede… Perché normalmente il punto di vista privilegiato su una città è dall’alto, l’idea istintiva della visione globale; perché invece la scelta di guardarle dal basso?
Be’, per riappropriarsi delle storie che la popolano rasoterra, camminando, delle facce che vedi, le storie che incontri, le persone che abitano un posto. La città come luogo di complessità, anche di conflitti, di scontri.

Quindi molto più vicino alle persone e alle loro storie.
Esatto, dalla cartina si scende per strada, non tipo Google maps (ride) ma camminando e guardando le persone. Anche perché, andando a vedere, non c’è la canzone ideale italiana che descriva la città ma ce ne sono tante, che descrivono tanti personaggi diversi.

Quali canzoni avete usato? Su Youtube se ne trovano diverse (soprattutto diversi duetti tra cui una magistrale versione di Con un deca in coppia con Max Pezzali che sembra quasi di sentire gli Smiths), qual è il criterio? Direi in parte geografico…
Sì, be’, noi siamo della provincia di Torino (Rivoli, n.d.R.), ma l’idea era ambiziosa e complessa e farlo da soli noi sembrava inaffrontabile. Quindi ci siamo detti: se ci facciamo aiutare da degli ospiti, ogni volta, ci riusciremmo meglio. È una cosa nata pian piano e perfezionata fino ad avere ogni sera quattro ospiti diversi, ognuno con una provenienza differente, così che ognuno potesse raccontare sia la propria città che l’idea stessa di città, un po’ come Calvino nelle Città invisibili.

Ne avete tratto qualche conclusione, avete scoperto qualcosa che non sapevate?
No, è più un intreccio di storie, direi. Ogni volta uno ascolta con interesse la storia raccontata da quella persona, e del resto lo scopo era proprio interessarsi a questo tipo di storie personali che percorrono un luogo, ed al modo in cui un luogo influenza la musica, il costume e le abitudini sociali, i cambiamenti culturali. Noi facciamo diversi classici e lasciamo invece agli ospiti la possibilità di eseguire i loro brani, li scegliamo soprattutto proprio in quanto autori, per quello che hanno scritto. Chiaramente inviteremmo, potendo, anche nomi più famosi, ma sarebbe difficile… per fare un esempio, Fossati è uno che, potessimo averlo, avrebbe delle gran belle storie da raccontare sulle città. O Conte, Guccini, ce ne sono tanti.

Comunque questa forma intermedia tra il concerto e lo spettacolo teatrale, con ampi estratti di vari scrittori italiani (Bianciardi, Manganelli, Buzzati, etc.) letti dai vari cantanti o da scrittori o attori sembra una scelta obbligata per il percorso dei Perturbazione, un po’ per l’istrionismo che da sempre caratterizza i vostri spettacoli dal vivo, un po’ perché comunque avete sempre lavorato abbastanza sulla commistione fra i generi… penso al video di Agosto (tratto da “Paroles en l’air” dell’animatore francese Sylvain Vincendeau), che bene o male è quello che vi ha fatto conoscere all’inizio, che spiccava anche proprio per le immagini. Pensate di continuare con questo melange?
Guarda, c’è sempre l’idea di lavorare su spettacoli differenti, su commistioni. A me piacerebbe molto persino fare un musical, per dire una cosa assurda. Un musical diverso dai musical tradizionali, che io chiamo l’indie-musical, in cui gente che non sa ballare balla, gente che non sa suonare suona, e poi si contaminano eseguendo ognuno la specialità che sa fare. Ma al di là di questo, abbiamo anche fatto uno spettacolo chiamato “Concerto Per Disegnatore E Orchestra”, in cui io disegnavo, vorremmo fare una cosa chiamata “Songbook”, uno spettacolo in cui interpretiamo tutte le cover che abbiamo fatto nel corso degli anni, ancora una volta con un lato più “teatrale”, spiegando perché avevamo scelto quella canzone, come l’avevamo conosciuta… e quindi così racconti anche un po’ i tuoi anni, come cambiano i tuoi gusti, qual era il costume, la società. Come territorio di contaminazione, ci piacerebbe anche l’idea di fare delle colonne sonore.
[PAGEBREAK] Da te forse ci aspetteremmo anche un libro…
Guarda, invece io non credo che scriverò mai un libro perché sono più bravo con le matite, mi esprimo meglio con le arti figurative, amo molto l’animazione e il cinema, poi potendo creare delle commistioni lo faccio volentieri. A scrivere ho imparato molto suonando, ritrovando questa capacità perché mi piaceva cantare, è una cosa che mi hanno insegnato gli anni con i Perturbazione, però non è una capacità che sento di avere. Sebbene mi piaccia la letteratura, non mi sento di “avere il palleggio” come a basket, quando lo fai per anni e quindi ti viene spontaneo. A me mancano i fondamentali, mentre a livello figurativo sono cresciuto. Quindi tutto sommato non sento questa esigenza. Scrivo anche tante piccole cosine anche così, però mi piace la forma canzone, anche magari con l’idea di fare delle parti parlate, un piccolo reading… però non ho neanche un’impostazione buona della voce, mi mangio le parole. Gigi e Rossano, comunque, sono molto più letterari di me, loro potrebbero scrivere.

A voler essere cattivi, voi avete sempre, anche in questa tua risposta istintivamente diplomatica, un lato buono, spesse volte colto, pieno di citazioni, che si potrebbe accostare quasi a… Veltroni. Voi vi riconoscete, in Veltroni?
Ma sì, nel senso che siamo cattocomunisti. (ride)

be’, a un concerto di un annetto fa ricordo che avevi detto “non siamo cattocomunisti, ma sentimental-anarcoidi”
Sì, quella è una battuta nostra, frequente. E per scherzare noi diciamo sempre che siamo un po’ cattocomunisti nel senso che siamo un po’ buoni, ma chi lavora con noi potrebbe avere da ridire a proposito (ride). Poi, ognuno dei perturbazione ha una proprio personalità. Io non tendo a litigare facilmente o a fare a cazzotti con le persone, dovrebbero veramente farmi arrabbiare per farmi reagire, quindi probabilmente ho un po’ di saggezza, cerco di risolvere i conflitti col confronto piuttosto che in altri modi. Per cui, se con Veltroni si intende quel lato lì, magari sì. Ho molti amici cinici e li adoro, perché sono quello che non sono io… poi secondo me i cinici difficilmente sono cinici davvero, se vai a scavare nelle loro vite in fondo spesso la loro è solo una maschera, sono diversi, come probabilmente la mia facciata buona-buona non è proprio così. Insomma, tu questa di Veltroni la dicevi come una battuta ma probabilmente siamo davvero un po’ veltroniani, abbiamo dentro quel dna che si porta dietro tutta una parte dell’Italia, un modo di cercare di essere sempre un po’ più pacati.

Tra l’altro a proposito dell’essere (musicalmente, in questo caso) colti, voi spessissimo fate cover, sia di cose straniere che italiane. Avreste qualcosa da consigliare ai lettori di Loudvision?
Mmh, sai, è difficile, uno pensa a tutto quello che gli piace… ma se uno non ha i dischi di Alberto Muffato, Artemoltobuffa, glielo consiglio vivamente, il secondo mi piace davvero tanto.

Una cosa che si vede anche in questo è che voi siete, per la media dei gruppi, più informati e appassionati, si vede che ascoltate veramente tanta musica e che ci mettete il cuore in quello che fate. Come fate a far durare questa passione? Siete insieme dal ’91, il vostro primo album è del ’98. Beigbeder diceva che l’amore dura tre anni, voi avete passato di molto questa scadenza. E soprattutto, vi ha aiutato o penalizzato in questo il passaggio ad una major, e riuscite a resistere agli impegni che immagino avrete, visto che nessuno di voi vive di sola musica?
Mah, guarda, ci proviamo a mantenere vivo l’interesse, anche se invecchiando un po’ uno diventa un po’ più riflessivo, per forza di cose… ascolti più Johnny Cash dei Battles, probabilmente. E questo va benissimo così, è una cosa del tutto normale. Per quanto riguarda gli impegni, penso che rimaniamo insieme per un misto di affetto reciproco e di testardaggine, perché senza non ce la puoi fare, e anche per lo strano caso del destino che ha voluto che in un momento in cui avevamo ancora il tempo e le energie per farlo abbiamo provato ad intraprendere questa cosa ad un livello semi-lavorativo e ci è riuscito. E ora che sono arrivati questi anni di bambini, famiglie etc, in cui hai bisogno dei soldi oppure come si dice ti entra la pioggia da tutte le parti, siamo riusciti, facendo tutti altre cose, barcamenandoci in mille modi, a farcela. Grazie ai dischi, alla costanza che ci ha fatto girare tanto negli anni di “In Circolo”, costruendo quella base che tuttora ci fa andare avanti. Poi mi chiedo cosa consiglierei a un gruppo che nasce adesso. Io non so, se avessi vent’anni, se avrei la paura che ho adesso quando penso ad uno di vent’anni. Non so se mi sbatterei così tanto, in un’epoca così frammentaria. Ma poi penso che quando hai vent’anni hai tutta l’incoscienza per buttarti, e meno male, perché se tu stessi a farti tutte le pippe mentali che ti fai a 35 anni…
[PAGEBREAK] …per esempio, Brondi in questo senso mi pare piuttosto convinto.
Ma infatti, ti dico, invece, se c’è una cosa che mi spaventa è come gli sia saltata addosso molta critica, e conosco delle persone molto critiche su di lui… e ogni tanto mi dico, non affogatelo! Per me il primo disco dei Massimo Volume, “Stanze”, era bello, ma non è la cosa che mi ha fatto innamorare di loro, è stato il secondo… mi spaventa pensare che siamo in un’epoca per cui gli Offlaga Disco Pax erano la grande novità dell’anno scorso, e adesso è Le Luci Della Centrale Elettrica, e siamo sempre pronti a buttarli nel tritarifiuti, quando esce il secondo disco degli Offlaga sembra una cosa banale. Si brucia tutto e tutti molto più in fretta, e anche chi riesce a raggiungere un pochettino di notorietà rischia di perderlo subito. Io ho un po’ l’allergia a questo sistema che vuole produrre fenomeni così. E per finire di rispondere alla tua domanda, il passaggio alla major non ci ha fatto bene, però basta.

No, ma alla luce di questo discorso sembra quasi che, consciamente o inconsciamente, abbiate da sempre tentato di evitare di restare imbrigliati in questo discorso. La scelta di Benvegnù come produttore del secondo album, il cambio di etichetta prima del terzo…
Sì, ma infatti, anche le scelte che non ci hanno fatto bene, come l’ultima, le rifarei nelle stesse condizioni, perché bisogna provare, sperimentare. Poi quando lavori con persone con cui ti trovi bene devi, secondo me, tenertele strette. È bello lavorare con persone che hanno affetto per quello che fai. E infatti l’ultimo anno è stato difficile anche perché ti ritrovi con delle persone che hai la sensazione che non abbiano tanta voglia di stare nella stessa stanza con te. Ed è chiaro che tutti quanti dobbiamo portare a casa la pagnotta, ma bisogna pretendere di fare questo lavoro, che ha a che fare con l’espressione artistica, con amore… altrimenti perché lo facciamo?

Ultima domanda: quando esce qualcosa di nuovo? Come funziona l’appuntamento settimanale per Alice, e l’11 ottobre è l’ultima data di Le città viste dal basso?
Dunque, prossime uscite per il momento non si sa, questa cosa di Alice funziona che saranno 4 clip da 10 minuti (4 appuntamenti settimanali, a partire dal 15 Settembre, su “Alice Tutta un’Altra Musica“, la nuova sezione del canale Musica del portale Virgilio di Telecom Italia) che riassumeranno un pochino il percorso di “Città Viste Dal Basso”… abbiamo sempre registrato tutto nelle varie versioni che abbiamo fatto, c’è l’idea forse di applicarlo…

Un dvd?
No, non abbiamo materiale sufficiente, abbiamo delle riprese ma non abbiamo cose che vadano bene per un dvd. Poi lo spettacolo è più bello inserendoci nel contesto cittadino, come abbiamo fatto a Cremona, a Fabriano, nelle piazze più che nei teatri, nei luoghi in cui ci sono davvero le città viste dal basso… e quindi a seconda di dove capitava l’idea era “prepariamolo con quegli ospiti”. Qui ci era stata proposta dagli organizzatori della Blogfest, e ci piaceva molto pensare a un luogo di persone, di storie quotidiane, una città di blogger, ognuno con la propria identità, una specie di città parallela, un altro livello che scorre tra le città, che non ha nemmeno base in un luogo geografico, una cosa diversa. L’11 ottobre non credo che sarà l’ultima data; a Torino in ogni caso ci saranno Le Luci della centrale elettrica, Lalli (una cantautrice torinese molto brava), Gianni Biondillo, che è uno scrittore e sarà anche ospite, in quei giorni, all’interno di una manifestazione organizzata a Settimo torinese sempre sulle città, e altri due ospiti che ancora non sappiamo chi saranno…nel frattempo stiamo scrivendo cose nuove, anche se non abbiamo nessuna data, e insomma incrociamo le chiappe (ride) e vedremo cosa ne uscirà fuori.

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